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Il mondo sottostante: l’energia e la transizione energetica tra Russia e Unione Europea. Intervista al Prof. Massimo Nicolazzi

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In questa intervista, Massimo Nicolazzi, una figura con alle spalle un’esperienza decennale nel settore degli idrocarburi (ENI/Agip, Lukoil, CEO della capogruppo Centrex Europe Energy & Gas AG) e oggi professore nel Dipartimento di Scienze economico-sociali e matematico-statistiche dell’Università di Torino, ha risposto ad alcune domande a lui poste da Gianmarco Donolato, Junior Fellow di Geopolitica.info e Collaboratore del Centro Studi per il desk dedicato alla Russia e allo Spazio post-sovietico. Il professore è intervenuto sull’evoluzione dei rapporti energetici tra Russia e Paesi dell’Unione Europea, posizionandoli in una logica di equilibrio dei bisogni. Ed è questa logica, secondo Nicolazzi, a rappresentare “il mondo sottostante”, un mondo in cui diplomazia e dichiarazioni ufficiali cedono il passo alla necessità delle due parti di non interrompere i flussi energetici e di denaro, entrambi indispensabili per le esigenze delle rispettive società. Dopo una valutazione di alcuni aspetti della transizione energetica in Europa e Italia, il Prof. Nicolazzi conclude con due interessanti provocazioni sul ruolo dell’Europa e degli Stati Uniti nel processo di decarbonizzazione.

I rapporti tra Occidente e Russia sono ad un minimo storico: l’escalation di colpi e contraccolpi che si sussegue almeno dal 2014 (invasione della Crimea) ha portato ad accuse reciproche e ad un dialogo sempre meno frequente e meno costruttivo tra le due parti. Se durante la guerra fredda le relazioni energetiche sembravano mantenere aperto un canale di collaborazione e comunicazione in Europa, oggi sembra che neanche questo possa più garantire una normalizzazione dei rapporti. Come crede possa evolvere il dialogo in ambito energetico?

Non so se sia giusto parlare di dialogo in ambito energetico. Prendiamo l’esempio dell’Ucraina: possiamo notare una strana combinazione di mondi. Nel mondo di sopra si consumava una guerra civile, e in quello di sotto il fiume azzurro del gas continuava a scorrere. Il gas scorreva senza interruzioni perché ciò rappresentava la sintesi di tre interessi pratici. Gli ucraini continuavano a percepire una tariffa per farlo transitare (una delle loro maggiori entrate), l’Europa continuava a comprarlo per sopperire alla domanda di gas, i russi continuavano a venderlo perché, per l’importanza che ha l’esportazione di idrocarburi nel loro budget federale, avrebbero altrimenti rischiato di non riuscire a pagare le pensioni. Quello che si è osservato negli anni successivi è stata una sorta di schizofrenia con un apparente contrapposizione tra proclamazioni politiche e flussi commerciali. Nel dopo Euromaidan, si è continuato ad agitare in sede Europea lo spettro della dipendenza dal gas russo, soprattutto da parte di gestori dei Paesi dell’ex area comunista. E, però, osservando il bilancio dei flussi di quegli anni, più ci si assestava su questa posizione, più aumentava la quota di gas russo nel portafoglio di acquisti delle importazioni europee. Più che un dialogo, fino ad oggi, ciò che ha fatto premio è stato un equilibrio dei bisogni. L’Europa dipende dalla Russia per poter scaldare le abitazioni, la Russia dipende dall’Europa, in parte, per finanziare sanità e pensioni. Questo disegna un equilibrio che sembra essere sopravvissuto fino ad oggi. L’essere arrivati ad un minimo nei rapporti politici non sembra aver influenzato le valutazioni commerciali e di reciproca convenienza ed equilibrio che determinano i volumi di gas importati.

Da alcuni anni si parla di Nord Stream 2 in maniera costante, che lei chiama “il gasdotto della discordia”. Gli sviluppi sono sempre stati incerti, con la Germania, da una parte, a confermare il carattere esclusivamente economico del progetto, gli Stati Uniti, la Polonia e i Baltici (tra gli altri) a denunciarne lo scopo propagandistico e politico. Negli Stati Uniti è appena stato nominato un envoy col compito specifico di bloccare definitivamente il progetto. L’opera è stata quasi completata (mancano circa 170 km), e sarebbe un grande spreco di risorse e tempo interrompere ora. Cosa pensa succederà? La Germania userà effettivamente questo pretesto per fare pressioni politiche sulla Russia, in particolare con riferimento al caso Navalny?

Dividiamo la domanda in due parti. In primo luogo, la domanda che sorge è capire se all’Unione Europea serve quel gasdotto. La risposta è tendenzialmente positiva. Teniamo a mente due cose: una è che il progetto è comunque andato avanti, perché la Russia ha garantito l’attraversamento dell’Ucraina con dei volumi ancora rilevanti – rendendo Nord Stream 2 un gasdotto non sostitutivo, ma complementare. La seconda cosa riguarda l’approvvigionamento europeo, osservando il quale si può notare un eccesso di capacità infrastrutturale per l’importazione, a fronte di una potenziale crisi nella disponibilità dei nostri esportatori abituali, al netto della Russia. L’Algeria non consegnerà mai più gli stessi volumi che consegnava in passato – sia per problemi di giacimento che di utilizzo per lo sviluppo interno, la Libia non può essere considerata affidabile. Sul fronte interno, Groningen (che era il più importante giacimento europeo) è in agonia, la Norvegia, ai prezzi attuali, non può avviare progetti di investimento per l’esplorazione e l’utilizzo di nuovi giacimenti artici o sub artici. La Russia ha una capacità “di riserva” sia produttiva che infrastrutturale, mentre tutti gli altri esportatori sono in declino. Se guardiamo alla geologia, e non alla politica, il problema di sicurezza di approvvigionamento europeo ha oggetto i gas non russi, e non quello russo – che geologicamente è, per paradosso, l’unico sicuro. A meno che non prevediamo, in una situazione di forte calo di produzione interna (vedasi Groningen e Mare del Nord), una drastica diminuzione dei consumi di gas – che nel medio periodo forse ci sarà, ma sarà leggera – molto probabilmente un gasdotto in più servirebbe all’Unione Europea, al fine di garantirne la stabilità degli approvvigionamenti energetici.

Il gasdotto East Med è uscito dall’orizzonte, perché l’UE ha deciso da mattino a sera che il gas non era più il combustibile della transizione ma solo un fossile peccaminoso.  Ha perciò sospeso una contribuzione senza la quale quel tubo non può vedere la luce. Se il Nord Stream 2 non verrà avviato, ci si dovrà fidare delle importazioni di gas naturale liquefatto (GNL), il cui problema è che vanno non dove le porta il gasdotto, ma dove le porta il prezzo. In caso di nuovi picchi di prezzi asiatici, le navi accorreranno lì e nessuna si avvicinerà ai mercati europei. Abbiamo avuto una parentesi di fortissima importazione e, finalmente, di utilizzo dei nostri rigassificatori, ma solo in coincidenze con il crollo dei prezzi in Asia. Una volta risaliti i prezzi, è presto diminuito l’utilizzo dei rigassificatori europei.

Per la seconda parte della domanda: sembra si stiano innescando dei meccanismi che rischiano di creare una delle situazioni più pericolose in cui ci possa trovare in politica, ovvero di subordinare alcuni temi a quelle che vengono dette “issues of face”, “questioni di faccia”. “Io perdo la faccia se libero Navalny, io la perdo se compro il tuo gas in assenza del rilascio di Navalny”. In aggiunta, si nota continuità tra le presidenze Trump e Biden. Entrambi hanno dimostrato reticenza verso il progetto, in qualche modo anche a protezione parziale di un loro mercato congiunturale, in quanto minori volumi dalla Russia aprirebbero la strada a maggiori importazioni di GNL americano. Da un punto di vista industrial-commerciale, sarebbe un grande spreco non finire il progetto. Tuttavia, gli incidenti di percorso sono sempre possibili, e questa tendenza a metterla su “questioni di faccia”, che cresce sempre di più, mina il completamento dell’opera.

E la Germania? Il ministro degli esteri tedesco Maas ha più volte espresso l’idea che l’Europa dovrebbe avere indipendenza dagli Stati Uniti in ambito energetico.

Senza Navalny, qualunque cosa dicesse Biden, il gasdotto sarebbe già finito, a mio avviso. Navalny pone un problema di equilibri, quelle che chiamavo “issues of face”, le quali poi diventano difficilmente gestibili, se si ampliano. Oggi come oggi, se la questione Navalny non si sgonfia, difficilmente il Nord Stream 2 si completerà. C’è anche un rischio di contraccolpo sull’opinione pubblica interna, perché vincere le elezioni è comunque prioritario rispetto al completamento del progetto.

Abbiamo chiaro il fatto che il gas russo probabilmente ci serve, e anche con volumi sostanziosi. In genere, le relazioni energetiche tra Europa e Russia si sono basate sulle fonti energetiche tradizionali. Crede, tuttavia, che il Green Deal e l’attenzione per la transizione energetica metteranno in difficoltà l’interscambio tra UE e Mosca? Timmermans, Commissario europeo, ha esplicitamente dichiarato che l’UE darà un taglio netto agli idrocarburi. Quanto è verosimile? Inoltre, la nuova parola d’ordine in UE è “autonomia strategica”: quanto questo influirà sul sistema degli approvvigionamenti e quanto renderà difficile per la Russia mantenere le entrate derivanti dall’export di fonti energetiche?

Rispondo con questo ricordo: uno o due anni prima del passaggio di Hong Kong alla Cina, mi trovavo proprio in Cina a trattare il primo round di contratti di esplorazione e produzione di idrocarburi nell’offshore cinese. Spostandomi ad Hong Kong, vidi tre o quattro grattacieli all’inizio della costruzione. Chiedevo ai miei interlocutori: “tra due anni diventate cinesi, non sapete cosa sarà di voi, e c’è chi investe miliardi in costruire grattacieli oggi. Com’è possibile?” E loro risposero: “in due anni questi palazzi saranno ammortizzati”.

Cosa voglio dire? Quando affrontiamo il discorso della transizione energetica e degli scambi di energia, dobbiamo inserire il fattore tempo. Da militante della decarbonizzazione, penso che essa dipenda inevitabilmente dai tempi, dagli investimenti e dai costi. L’idea di sostituire il gas con qualcosa di diverso per il riscaldamento domestico e per la generazione elettrica, in maniera più che percettibile nel giro dei prossimi 4/5 anni, è veramente difficile da immaginare. Quando guardiamo la transizione attraverso il prisma dello sviluppo temporale, bisogna fare attenzione: la decarbonizzazione, per i prossimi 5/10 anni (ottimisticamente parlando), non sarà in grado di mordere i consumi di gas sostituendo il metano con qualcos’altro. Forse potremmo avere sviluppi per quanto riguarda la generazione elettrica, ma se anche aumenteremo la generazione tramite fonti rinnovabili, la prima fonte ad essere sostituita sarà il carbone – persino in Italia abbiamo ancora oggi una generazione elettrica proveniente da carbone a due cifre percentuali.

Poi si dovrà risolvere il problema dell’intermittenza del sole e del vento. Per l’equilibrio di sistema, avremo bisogno del gas naturale per consentire il bilanciamento per fascia oraria. Prendiamo in considerazione, inoltre, la velocità con cui sostituiremo i nostri boiler e i nostri fornelli: tutto ciò che brucia gas lo sostituiremo in maniera economica solo una volta che sarà stato ammortizzato, o che non funzionerà più. Gli incentivi statali aiutano, ma il normale corso degli eventi avrà tempi lunghi. Le previsioni italiane ed europee suggeriscono che per capire se si potrà usare l’idrogeno in maniera seria nelle reti nazionali e se potrà essere verde dovremo aspettare una decina d’anni.

Per fare idrogeno verde, poi, ci vuole un eccesso di capacità di produzione da rinnovabili rispetto a quella che può trovar posto in rete. I dati attuali non sono incoraggianti. In Italia, le aste per le rinnovabili registrano partecipazioni esigue, se non nulle; mentre, ad esempio, in Spagna la domanda supera l’offerta e i prezzi offerti in asta sono un terzo di quelli offerti in Italia.

Il tema Russia e il tema gas vengono dopo. E sarà un problema per la Russia, non per noi. Per noi, il problema sarà il costo della transizione. Perché se l’accelerazione della transizione viene messa in bolletta alle famiglie, c’è il rischio che la transizione si fermi per l’impopolarità delle misure: nessun governo vuole perdere le elezioni. Gestire male la transizione vuol dire alimentare “gilets gialli”. Dall’altro lato, c’è un tema Russia, nel senso che tra 10/15 anni si potrebbe effettivamente iniziare a mordere sui consumi di gas. Però, guardando i modelli sul lungo termine, si vede un picco della domanda di gas decisamente posteriore rispetto al picco della domanda di petrolio. Il picco della domanda di petrolio è innestato dalla mass production delle auto elettriche, e della sua implementazione nei trasporti (se mai avverrà). Il gas arriva alla puntata successiva. L’importanza delle esportazioni di gas e petrolio ha rappresentato, negli anni con prezzi più alti, quasi il 70% del budget federale. Con le esportazioni di petrolio a rappresentare ancora una fetta molto spessa del portafoglio di entrate nel budget federale russo.

La Russia non sembra intenzionata a cavalcare l’onda generata dalla transizione energetica. La generazione di energia da fonti rinnovabili in Russia è inferiore all’1%. Può l’UE esercitare qualche influenza (politica, commerciale, industriale, …) su Mosca e spingerla ad adottare un nuovo modello di gestione della politica energetica? 

Bisogna considerare la questione con due filtri. Il primo riguarda le materie prime: fino a quando sono necessarie a soddisfare la domanda, si continuerà ad acquistarle. Gli importatori non potranno interrompere le forniture da un giorno all’altro. Noto che l’UE al momento sta mettendo insieme un armamentario interno per il controllo e la repressione della dispersione del gas metano in atmosfera che per modalità di produzione, in realtà, le dà un’arma per bloccare le importazioni dagli Stati Uniti. Il gas americano disperde di più in atmosfera, dunque sarà l’imputato principale delle indagini in Unione Europea. Il tema più importante si pone sul fronte manifatturiero-industriale. Dico che più che di una politica ambientale europea avremmo bisogno di una politica estera ambientale europea. Dal punto di vista delle politiche interne, abbiamo già raggiunto un alto livello, a causa di una deindustrializzazione europea, oltre che grazie al suo virtuosismo.

La domanda è: abbiamo strumenti per ridare competitività a noi stessi o comunque per cercare di limitare l’emissione globale? Il peso dell’Italia (meno dell’1% delle emissioni globali) non è nemmeno comparabile, per esempio, a quello della Cina. E diminuire le emissioni in Italia non bilancia l’apertura di cinque nuove centrali a carbone in Cina. L’atmosfera è di tutti, non conosce frontiere. Molto si discute sulla possibilità di inserire dei dazi ambientali, ma rimane tecnicamente un’azione molto difficile. Al COP di Katowice tenutosi nel dicembre 2018, uno dei pochi obiettivi significativi raggiunti è stato la manualizzazione dell’accounting delle emissioni, sul cui funzionamento ancora non abbiamo certezze. L’UE può fare qualcosa, ma non bilateralmente nei confronti della Russia. L’unico asset europeo è quello di essere un grande mercato di consumatori, e anche questo non si sa ancora per quanto, considerando che il declino europeo è innestato e non sembra arrestabile. Riusciamo a rendere virtuose le nostre importazioni? Riusciamo a stimolare chi vuole vendere da noi ad emettere di meno nella catena di produzione e ad uniformarsi ai nostri standard? È una domanda sul mondo, non sui rapporti bilaterali.

Come considera l’Italia inteso come partner energetico della Russia – anche in un’ottica di ruolo nell’Unione Europea? Vede cambiamenti significativi nei rapporti tra i due Paesi in ambito energetico?

In questo contesto continua a funzionare l’equilibrio dei bisogni. Il resto è molto relativo. La nascita di una nuova imprenditoria russa è dovuta al regime di sanzioni e contro-sanzioni.  L’Italia ha smesso di esportare alcuni beni che tradizionalmente venivano importati dalla Russia, soprattutto nel settore agroalimentare. Ma il gas è un bene che è rimasto intatto, non si sono registrati cambiamenti significativi.

Per concludere, due provocazioni: mi fa molto piacere che l’Europa dia l’esempio. Riporto però un precedente: 15 anni fa la Germania passò dei sussidi molto elevati al fotovoltaico, a ciò determinata (anche) da un disegno industriale. L’industria tedesca era all’avanguardia sul thin film (tecnologia utilizzata nei pannelli fotovoltaici, per la quale uno strato sottilissimo di silicio cristallino viene applicato su una lastra di vetro attraverso deposizione catodica). La strategia tedesca fu di trasformare questa tecnologia in una mass production, così da ridurre i costi e accelerare i tempi del learning by doing. La potevano vendere come un esempio di politica virtuosa, come fa oggi l’Unione Europea con le sue politiche. Arrivarono i cinesi, misero fuori mercato i produttori tedeschi, e oggi le bollette elettriche tedesche via sussidi sono del 43% superiori alla media europea. Puntare ad una economia ecosostenibile è necessario, ma non caricando i costi della transizione in bolletta alle famiglie. Altrimenti la virtù diventa impoverimento.

La seconda provocazione riguarda la competizione sino-americana. Analizziamo le stime di quanto costa decarbonizzare gli Stati Uniti rispetto a quanto costa decarbonizzare la Cina. La Cina ha un indice che è un multiplo di quello americano, per più forte dipendenza dal carbone e per altri fattori. In una competizione internazionale tra Stati Uniti e Cina, dove il consenso ha anche basi immateriali, fare l’arciere bianco della decarbonizzazione può significare scegliere un terreno di competizione con la Cina sul quale ci si sente potenzialmente vincenti. Che poi sia il giusto sentimento ce lo dirà il futuro.

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