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Incontro e scontro tra Stati Membri e Unione Europea in materia di immigrazione

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Principalmente tre sono i livelli da considerare quando si parla di immigrazione in Europa: il livello internazionale, il livello dell’Unione Europea e il margine di azione di ogni Stato Membro. In questo articolo, passando in rassegna questi livelli, concentrandoci maggiormente su quello europeo, proveremo a sviluppare degli strumenti utili ad una lettura critica degli eventi di questo tempo.

Livello internazionale

A livello mondiale, una Dichiarazione recente è stata quella adottata dalle Nazioni Unite nel settembre 2016, la “Dichiarazione di New York per i rifugiati e migranti”.

Questa è volta a migliorare il modo in cui la comunità internazionale può risponde agli spostamenti di rifugiati e migranti, con una più equa condivisione delle responsabilità verso i rifugiati nel mondo, da parte di 193 Paesi – tra i firmatari del documento non troviamo l’Italia, tra parentesi.

Con tale Dichiarazione si sono messe anche le basi per la redazione e l’adozione nel 2018, da parte dell’ONU, del Global Compact on Refugees (Refugee Compact) e del Global Compact For Safe, Orderly and Regular Migration (Migration Compact). Tali strumenti si propongono di affrontare il tema dei diritti umani delle persone in movimento in maniera consapevole e lungimirante. 

Assolutamente meno recente e più conosciuta è la Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, dalla quale trovano legittimazione tutte le Dichiarazioni successive in materia di Asilo e protezione internazionale a livello mondiale. All’articolo 1 di tale Convenzione troviamo la definizione di “rifugiato”, che è valida tutt’oggi, come la Convenzione stessa. 

Livello europeo

Asilo

Proprio ai sensi della Convenzione di Ginevra l’asilo si è trasformato in obbligo internazionale: vi sono infatti norme minime e standard mondiali in materia di protezione internazionale. Partendo da ciò, gli Stati Membri dell’Unione Europea hanno adottato un approccio comune per l’asilo, dato che parliamo di uno spazio senza frontiere interne, in cui la circolazione è libera (area Schengen).

Dunque, il Sistema europeo comune d’asilo (CEAS, Common european asylum system) è incaricato di stabilire norme minime comuni per gli aspetti rilevanti del diritto di asilo (accoglienza, integrazione, trattenimento etc).

Però, la crisi migratoria tra il 2015 e il 2016 ha messo in seria difficoltà i sistemi di asilo degli Stati maggiormente investiti dai flussi migratori, mettendo in luce le criticità del CEAS ed evidenziando la necessità di modificare il Sistema.

La Commissione ha dunque avviato la riforma (nell’estate 2016), contenente gli obiettivi per il raggiungimento di una più equa ripartizione delle domande d’asilo, per l’istituzione di norme comuni e per armonizzare le condizioni di accoglienza nell’UE. Vedremo tra poco se possiamo considerare questa riforma riuscita.

Il Sistema di Dublino

Fondamentale da comprendere è il Sistema di Dublino; a tal proposito, dal 2014 è in vigore la Convenzione di Dublino III.

Ma che cos’è?

Il Regolamento di Dublino stabilisce i criteri per determinare lo Stato Membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale, presentata da un cittadino di un Paese terzo o apolide. Quali sono i criteri di assegnazione di suddetta responsabilità ad uno Stato piuttosto che ad un altro?

La presenza di familiari o il possesso di un visto/permesso di soggiorno, rilasciato da uno Stato Membro, sono i principali criteri per determinare il Paese responsabile; tuttavia, nella maggior parte dei casi è il Paese in cui il richiedente asilo fa il primo ingresso ad essere quello responsabile per l’esame della domanda (procedura permessa dalla banca dati delle impronte digitali EURODAC).

In soldoni, il criterio residuale è diventato quello più importante: la valutazione ricade sul Paese di primo ingresso, quasi sempre.

Anche il Regolamento di Dublino – oltre il CEAS – presenta alcune criticità abbastanza evidenti, soprattutto perché il peso maggiore grava sui classici Paesi di primo ingresso (Spagna, Italia, Malta, Grecia).

Una sua riforma è necessaria, ma è stata sempre osteggiata dalle dissonanze all’interno delle Istituzioni Europee tra i Membri: questo avviene perché il tema “immigrazione” non è una materia comune all’interno dell’UE, e dunque gli Stati sono poco propensi a scendere a patti con gli altri, quando non sono costretti a farlo.

Il nuovo patto europeo su migrazione e asilo 

Il nuovo Patto europeo sulle migrazioni e asilo è stato annunciato come l’attesissimo superamento di Dublino; è stato alla fine presentato – dopo un ritardo dovuto alla pandemia – il 23 settembre scorso come un “nuovo inizio” per le politiche UE in tema immigrazione.

Ma andiamo al dunque, che dice di nuovo questo Patto? Tra le novità più importanti, si prevedono: maggiori controlli alle frontiere; un sistema comune dell’UE per i rimpatri (quando ne manca uno effettivo per l’asilo!); l’elaborazione di patti e partenariati con i Paesi terzi, di origine e transito, per frenare le migrazioni all’origine, come quello con la Turchia.

Punto importante è la solidarietà all’interno dell’Unione, ma, praticamente, essa consiste in una richiesta per i Membri di ricevere migranti ricollocati e, in caso di rifiuto, la possibilità di sopperire a tale impegno sostenendo economicamente i rimpatri → la c.d. sponsorship per i rimpatri!

Ricordiamo che tale Patto è una proposta approvata dalla Commissione, ma avrà bisogno del vaglio del Parlamento e del Consiglio, dunque potrà subire modifiche. Per ora, le critiche a questo Patto già sembrano piovere dal cielo.

Il disappunto principale consiste nel fatto che non sono previsti ricollocamenti obbligatori (e dunque come si può parlare del superamento di Dublino?) e, invece, è richiesto uno sforzo comune per “ricostruire la fiducia tra gli Stati Membri”; inoltre, la sponsorship per i rimpatri legittima il rifiuto della condivisione di responsabilità, se si è disposti a pagare il prezzo economico dei rimpatri.

Quindi l’obiettivo principale è coltivare l’amicizia tra gli Stati? Il target del Patto sono i migranti o le relazioni all’interno dell’UE?

Gli Stati Membri

Gli Stati Membri possono trasgredire le linee guida dell’UE senza incorrere in sanzioni e ripercussioni?

Bisogna ricordare che nei trattati Europei la materia “immigrazione” non è una materia comune, come abbiamo detto: ciò significa che la Commissione è in un certo senso limitata nelle decisioni, perché gli Stati Membri godono di un ampio margine di discrezionalità, così da lasciare alla Commissione il compito di dover cercare un compromesso

Uno spiraglio di condivisione si era intravisto a seguito della crisi migratoria verificatasi in Europa tra il 2015 e il 2016. C’era stato da parte dei Membri il proposito di accogliere una parte di chi sbarcava nei Paesi al confine sud dell’Europa, attraverso i ricollocamenti negli altri Paesi Europei.

Questi propositi non si sono concretizzati, soprattutto a seguito delle proteste di alcuni Paesi Membri come Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Romania, contrari alla solidarietà con gli Stati di frontiera. Anche i Paesi di solito più accoglienti si sono tirati indietro; perfino Francia, Germania, Svezia, Danimarca, Norvegia e Austria hanno sospeso lo spazio di libera circolazione Schengen per questo motivo (dal 2015).

Conclusioni

L’unico punto di accordo tra i Paesi dell’Unione, se c’è, sembra essere quello della scelta di rimpatriare ed esternalizzare le frontiere attraverso accordi con Paesi terzi – sulla scia degli accordi con la Turchia, la Libia, etc – al fine di delegare ad altri, al di fuori dell’Unione, l’esame delle richieste d’asilo e filtrare il più possibile il numero degli arrivi in Europa.

Le conseguenze dell’esternalizzazione dei confini, però, sono tutta un’altra storia.

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