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La Geopolitica dei Microchip nei rapporti tra Cina e Afghanistan

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L’interesse cinese in Afghanistan è sotto i riflettori internazionali a seguito del ritiro statunitense e del ritorno dei talebani al potere. Incentivi di politica interna e di politica estera sono stati identificati nelle manovre cinesi attorno alla leadership politica talebana, oramai di fatto al governo dell’Afghanistan. Ma cosa c’entra la competizione tecnologica globale con tutto questo?

La Cina ha identificato nei talebani un interlocutore politico chiave nell’area in tempi non sospetti, arrivando anche a tenere vertici bilaterali formali quando il loro ritorno al potere iniziava a farsi più probabile. Oggi, nonostante il caos, la Cina non ha ritirato la sua rappresentanza diplomatica dall’Afghanistan e vanta pubblicamente i suoi rapporti coi talebani tramite canali mediatici di partito a respiro internazionale quali Global Times. Tre direttrici di politica interna ed estera sono spesso identificate nell’approccio cinese ai talebani: primo, la volontà di Pechino di evitare che il confine afgano-cinese diventi punto di passaggio strategico per la jihad e per l’indipendentismo armato del Xinjiang (o ‘Turkestan Orientale’, nella visione dei movimenti indipendentisti), regione storicamente a maggioranza musulmana; secondo, la Cina ha fatto leva sul comportamento statunitense per lanciare la sua offensiva retorica a Taiwan: come hanno fatto con l’Afghanistan – secondo Pechino – gli Stati Uniti saranno pronti a voltare le spalle anche a Taiwan in caso di conflitto; terzo elemento è la volontà di stabilizzare un paese geograficamente centrale nelle nuove ‘Vie della Seta’.

Ma perché l’Afghanistan è così importante nelle ‘Vie della Seta’?

A rendere l’Afghanistan rilevante alla politica estera di Pechino è sicuramente la sua posizione geografica: situato nel cuore dell’Asia Centrale, l’Afghanistan è tra l’altro confinante con il Pakistan, partner chiave di Pechino anche in chiave anti-indiana – un aspetto importante visto l’aumento della tensione tra Pechino e Nuova Dehli nell’ultimo anno.

Tuttavia, a giocare un ruolo centrale nell’interesse cinese sono le risorse minerarie afgane. Secondo rapporti governativi statunitensi, l’Afghanistan possiede riserve minerarie pari a circa un trilione di dollari USA, molte delle quali sono costituite da terre rare utili alla produzione di microchip essenziali per il funzionamento di dispositivi digitali. 

Mesi dopo l’inizio della pandemia da Covid-19, la catena produttiva globale di microchip ha subito un contraccolpo. Ad oggi, sono numerose le aziende che faticano ad approvvigionarsi, generando rallentamenti in settori economici chiave quali la produzione automobilistica. In un’epoca di grande diffusione dell’Internet degli Oggetti (IoT), sono sempre di più i prodotti contenenti microchip e, di conseguenza, minerali rari. I computer di cui oramai tutte le nuove automobili sono dotati sono un esempio di questo sviluppo. I rallentamenti nella catena produttiva dei microchip, pertanto, hanno provocato rallentamenti in numerosi settori economicamente importanti per le economie di tanti paesi. Il controllo delle terre rare, essenziali alla produzione di microchip e concentrate in relativamente pochi paesi del mondo, diventa pertanto strategico.

Implicazioni geopolitiche 

Alla luce degli aspetti illustrati sopra, non è difficile comprendere cosa abbia spinto il governo di Pechino a intrattenere rapporti coi talebani, soprattutto ora che questi ultimi sono al potere. Se è vero che è difficile in questo momento prevedere gli sviluppi della politica afgana anche nel breve termine, alcune considerazioni possono comunque essere avanzate. 

Primo, i talebani oggi sono meno isolati rispetto a vent’anni fa. Con un alleato come la Cina alle spalle, è plausibile che possano avere successo nel consolidare il loro potere. Questo comporterebbe un forte vantaggio per la Cina nell’accesso alle risorse del sottosuolo afgano con potenziali ripercussioni a favore delle aziende cinesi nella catena produttiva dei microchip. 

Secondo, gli Stati Uniti oggi sono meno influenti in Medio Oriente e Asia Centrale rispetto al passato. La debacle afgana ha sicuramente contribuito a rovinare l’immagine degli Stati Uniti come potenziale alleato stabile nella regione, col rischio di spingere i paesi dell’area ad affidarsi a Pechino come interlocutore politico rispetto a Washington. Questo potrebbe ridurre ulteriormente la capacità di accesso delle aziende occidentali alle risorse dell’area.

Pertanto, si sta profilando un quadro sempre più incerto e competitivo su una questione sempre più altamente strategica quale quella delle terre rare, una questione che oltre alla geopolitica si porta dietro importanti implicazioni umanitarie e ambientali

Riccardo Nanni,
Università di Bologna – Geopolitica.info

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