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07/07/2026
Diritto e Politica, Relazioni Internazionali, Stati Uniti e Nord America

La guerra del redistricting: come la politica americana sta decidendo le midterm a tavolino

di Arturo Gorup de Besanez

Dall'estate del 2025, quando l'assemblea legislativa del Texas, spinta dalla Casa Bianca, ha approvato una nuova mappa elettorale apertamente favorevole ai repubblicani, la politica americana è caduta in un circolo vizioso: la revisione strategica dei collegi elettorali per avvantaggiare il proprio partito e bilanciare le modifiche favorevoli all'altro. A subirne gli effetti sono in primis gli elettori di minoranza di entrambi i partiti. In prossimità delle mid-term, gli ingranaggi di un sistema che dovrebbe assicurare una somiglianza tra elettori e Rappresentanti eletti al Congresso rischiano di incepparsi gravemente.

Il 5 marzo di quest’anno l’ex-presidente Barack Obama ha pubblicato un video sui suoi canali social con l’obiettivo di incoraggiare gli elettori dello stato della Virginia ad approvare un referendum che avrebbe permesso all’assemblea legislativa locale di ridisegnare i collegi elettorali in vista delle elezioni midterm di novembre. Una forzatura, seppur temporanea, per aumentare il vantaggio del partito democratico nello Stato, e bilanciare quindi le manovre repubblicane già concluse in altri Stati, tra cui il Texas. Guardando il video di Obama, un osservatore attento avrebbe potuto stupirsi del fatto che l’ex-presidente potesse appoggiare apertamente il cosiddetto gerrymandering, ovvero il tracciamento ad hoc dei collegi elettorali per avvantaggiare artificialmente il proprio partito, che in passato aveva denunciato. Un altro osservatore, più cinico, avrebbe tuttavia concluso che l’alterazione strategica dei collegi elettorali a vantaggio di una parte politica era una tradizione perniciosa della politica americana sin quasi dalle origini. Del resto, lo stesso Obama aveva dimostrato di saperla utilizzare con efficacia già all’epoca in cui era un semplice senatore statale dell’Illinois. 

Entrambi gli osservatori avrebbero avuto ragione. La strumentalizzazione dei collegi elettorali a piacimento di uno dei due principali partiti è un fenomeno tristemente conosciuto negli Stati Uniti da almeno due secoli. Allo stesso tempo, l’intensità con la quale la politica americana sta ridisegnando le proprie mappe elettorali non può che far preoccupare. E nonostante i sondaggi indichino un gradimento in caduta libera dell’elettorato verso l’operato del presidente Trump, l’apparente vittoria dei repubblicani nella “guerra dei collegi” (“redistricting war“) potrebbe avergli già consegnato la camera bassa del Congresso per i prossimi due anni. 

Redistricting e gerrymandering

La revisione periodica dei collegi elettorali è un esercizio necessario in qualsiasi democrazia nella quale i rappresentanti legislativi vengono eletti localmente. Negli Stati Uniti, la Costituzione è però piuttosto vaga rispetto a come debbano essere eletti i parlamentari che siedono nella camera bassa del Congresso, ovvero la House of Representatives. Nell’articolo 1, sezione 2, si legge che i Rappresentanti dovranno essere eletti ogni due anni dalle popolazioni dei vari Stati. Più avanti nel testo si chiarisce che la distribuzione proporzionale dei Rappresentanti per Stato dovrà essere basata su un censimento (“actual [e]numeration“) della popolazione da condurre ogni dieci anni. La sezione 4 è poi lapidaria: i tempi, luoghi, e modalità per le elezioni dei Senatori e dei Rappresentanti, vanno stabiliti dalle assemblee legislative dei rispettivi Stati (salvo interventi del Congresso stesso). 

Appare quindi una competenza degli Stati federati, con ruolo relativamente ridotto del governo federale. Nulla impone alle legislature locali l’adozione di un sistema a collegi, ed infatti per il primo mezzo secolo di vita della repubblica i Rappresentanti sono stati spesso eletti in blocco tenendo conto del territorio di ogni Stato nel suo insieme (il sistema “at-large“, oggi ancora in uso in Stati poco popolati come Alaska, Delaware o i due Dakota). Solo nel 1842 il Congresso ha imposto agli Stati l’elezione dei propri Rappresentanti per collegi tassativamente uninominali

Il cosiddetto gerrymandering non è altro che l’abuso, forse scontato, del “redistricting”, ossia la revisione dei confini dei collegi elettorali che di solito avviene in seguito al censimento decennale. Termine coniato in virtù di un collegio vagamente a forma di salamandra tracciato dal governatore del Massachusetts Elbridge Gerry già nel 1812 per le elezioni del Senato locale, il gerrymandering consiste nell’uso dei collegi elettorali a vantaggio del proprio partito. Concretamente, ciò si può ottenere dividendo gli elettori dell’opposizione, assicurandosi che essi siano una minoranza nel maggior numero possibile di collegi, oppure racchiudendo quanti più possibile in pochi collegi, assicurando al partito in controllo la vittoria in tutti gli altri. Evidentemente, il risultato finale può essere tanto quello di ridurre sproporzionatamente la rappresentanza della parte minoritaria all’interno dell’assemblea legislativa, quanto il mantenimento di una maggioranza legislativa a prescindere dal sostegno elettorale ricevuto.  

Il (non) ruolo della Corte Suprema

Almeno due fattori rendono il gerrymandering una questione sempre più spinosa: il progresso tecnologico, che oggi fornisce applicazioni informatiche in grado di analizzare una mole enorme di dati e quindi di tracciare mappe elettorali sempre più precise; e la polarizzazione esasperata della politica americana, che rende i comportamenti dei singoli elettori più facili da pronosticare. Ma c’è anche un terzo fattore da considerare, ovvero una forte riluttanza da parte della Corte Suprema ad intervenire per cercare di arginare il fenomeno. 

La considerazione da parte della Corte Suprema di presunti abusi nel tracciamento dei collegi elettorali inizia relativamente tardi. Nel 1964 la Corte ha chiarito che i collegi per l’elezione dei Rappresentanti federali devono contenere praticamente lo stesso numero di elettori (il Presidente della Corte Earl Warren scrisse che i legislatori rappresentano elettori e “non alberi o acri di terra”). Con l’approvazione del Voting Rights Act (1965) e il suo successivo emendamento del 1982 il tema dei collegi elettorali si interseca con la tutela delle minoranze, il cui voto non può essere indebolito tramite il tracciamento di collegi palesemente motivati da considerazioni razziali. Nel 1986 la Corte Suprema affronta per la prima volta il fenomeno del gerrymandering nel caso Davis c. Bandemer, ma il risultato è ambiguo: pur ammettendo che si tratta di una questione certamente “giustiziabile”, la Corte non riesce ad individuare uno standard accettabile da applicare per stabilire se un abuso dei collegi elettorali sia effettivamente avvenuto. 

Si tratta di un problema non da poco. Per individuare collegi manipolati a fini politici non basta infatti notare confini apparentemente arbitrari su una mappa, né è sempre possibile tracciare un nesso logico tra percentuale del voto e rappresentanza legislativa. Questo perché fattori come la densità della popolazione nelle aree urbane, o la geografia di voto di un territorio giocano un ruolo decisivo. La mancanza di uno standard generalmente riconosciuto continua ad ostacolare i tentativi di combattere il gerrymandering in sede legale. Nel 2004 la Corte Suprema boccia una richiesta di annullare una mappa elettorale della Pennsylvania (caso Vieth c. Jubelirer) per motivi analoghi a quelli del caso Bandemer. Il solo Giudice Kennedy, fra i conservatori, ammette la possibilità che uno standard possa essere trovato in futuro. Nel 2019, infine, la Corte chiude definitivamente la questione nel caso Rucho c. Common Clause. La maggioranza conservatrice afferma che nell’ordinamento statunitense non esiste un principio secondo il quale ad una percentuale di voto deve corrispondere una percentuale di legislatori eletti. Nella sua Opinione Dissenziente la Giudice liberale Kagan accusa la Corte di essersi rifiutata di rimediare ad una violazione costituzionale per aver ritenuto che il compito andasse oltre le proprie capacità giuridiche. 

La battaglia in corso

Secondo uno studio, nel periodo precedente alle elezioni mid-term del 2012 ci sono state manipolazioni dei collegi elettorali nel sessanta per cento degli Stati laddove il partito in controllo aveva la possibilità di farlo. Il gerrymandering sembra dunque essere una pratica tanto di lunga data quanto frequente. Tuttavia, le manipolazioni dell’ultimo anno si distinguono per il loro aperto cinismo, e per il fatto di avvenire a metà decennio, lontano dal prossimo censimento nazionale e chiaramente mirate ad ottenere vantaggi nell’appuntamento elettorale di novembre. 

È il presidente Trump a far scoppiare la “guerra dei collegi” la scorsa estate. Grazie ai propri alleati in Texas, in primis il governatore Abbott e il procuratore generale Paxton, poi premiato con un endorsement nelle primarie per il Senato, il Presidente riesce a far approvare all’assemblea legislativa dello Stato una nuova mappa che potrebbe consegnare fino a cinque seggi in più ai candidati repubblicani. Tali seggi, secondo il presidente, spettano di diritto al suo partito dal momento che in alcuni Stati a guida democratica sarebbero presente distorsioni sfavorevoli ai repubblicani. Nei mesi successivi un numero sempre più consistente di Stati si attivano per bilanciare o rovesciare il vantaggio presumibilmente acquisito dall’altra parte. Ad oggi, sono dieci gli Stati che hanno rimaneggiato i loro collegi, tra cui alcuni pesi massimi come California, Florida e Ohio. Ma è un numero che potrebbe crescere

Come abbiamo visto, il processo elettorale è di competenza degli Stati, e ognuno di loro ha quindi dovuto mettere mano alle mappe secondo le proprie procedure interne. In California, ad esempio, dal 2020 una commissione indipendente è incaricata di tracciare i collegi elettorali. A novembre 2025 è stato dunque approvato, con un distacco di oltre trenta punti percentuali, un referendum che ne sospende temporaneamente i lavori, permettendo quindi all’assemblea legislativa locale di implementare una mappa più favorevole ai democratici. In un primo momento sembrava che i democratici fossero complessivamente in vantaggio, ma a fine aprile due eventi hanno apparentemente ribaltato la situazione. Prima la Corte Suprema statale ha invalidato un referendum per il rimaneggiamento dei collegi in Virginia (lo stesso referendum per il quale si era speso Obama). Poi, è intervenuta una decisione controversa della Corte Suprema che ha delegittimato i collegi tracciati deliberatamente a tutela della minoranza afroamericana in Louisiana. Di fatto, una decisione inequivocabilmente favorevole ai repubblicani, che secondo alcuni, con il pretesto paradossale di farlo rispettare, ha svuotato completamente il Voting Rights Act del 1965. 

I danni che un gerrymandering incontrollato può arrecare alla tenuta del sistema democratico sono evidenti. Col venir meno di molti collegi considerati “competitivi”, sono sempre di più i territori dove le uniche elezioni che contano sono le primarie del partito avvantaggiato, sistema che per definizione tende a favorire i candidati più estremisti. E proprio le recenti primarie in Indiana hanno mostrato quanto può essere rischioso per dei legislatori locali opporsi a Trump, seguendo i propri principi e rifiutandosi di manipolare i collegi a suo favore. Un circolo vizioso che spinge all’infeudamento dei partiti locali a discapito della rappresentazione delle minoranze politiche, inaugurato da un Presidente che non fa mistero di voler controllare l’intero processo elettorale. Difficile pensare che il sistema democratico americano non ne uscirà indebolito.   

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