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La parabola delle proteste in Bielorussia: intervista al prof. Andrea Carteny

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In occasione del numero speciale di Matrioska – Osservatorio sulla Russia, Lorenzo Riggi ha intervistato il prof. Andrea Carteny, professore associato presso Sapienza Università di Roma e direttore del Centro di Ricerca CEMAS (Cooperazione con l’Eurasia, il Mediterraneo e l’Africa Sub-sahariana) della stessa Università, in merito all’evoluzione della crisi bielorussa, una crisi che, iniziata lo scorso agosto, ha rappresentato un importante banco di prova per l’influenza russa nel proprio “Estero vicino”.

Guardando all’evoluzione delle proteste in Bielorussia, abbiamo assistito, dopo una fase particolarmente violenta del confronto tra il regime di Lukashenko e i manifestanti, ad una parabola discendente che ha portato il paese ad una fase di stallo dove tutto sembra sospeso in attesa di un processo di riforma costituzionale. A quasi un anno di distanza dalla prime manifestazioni, come è possibile valutare le proteste e lo stato di salute del regime di Lukashenko? 

In via preliminare, le rivoluzioni funzionano quando la rivolta diventa una rivoluzione nel breve periodo, altrimenti rischia di perdere la sua spinta propulsiva. Questo è quello che avviene, potremmo dire “da manuale”, in ogni colpo di stato e movimento finalizzato ad un cambiamento di regime. Tale dinamica l’abbiamo vista anche in contesti democratici. Se guardiamo, ad esempio, all’esperienza catalana, il movimento secessionista, pur avendo un grande supporto popolare nella Catalogna, si è però mosso al di fuori dei vincoli costituzionali spagnoli, intraprendendo azioni illegali per arrivare all’indipendenza. Anche in questo caso, sebbene fossimo in un contesto democratico, pienamente integrato nell’Occidente e nell’Unione Europea, abbiamo assistito a manifestazioni, a volte molto violente, piazze piene e diffuse iniziative di disobbedienza civile. Dopo una fase di acceso confronto tra le autorità di Madrid e quelle della Generalitat di Barcellona, tali misure hanno portato ovviamente ad una prosecuzione della mobilitazione, ma senza avere alcuna reale prospettiva di cambiamento di regime, nel caso catalano ci riferimento ovviamente all’indipendenza della regione e non al sovvertimento della monarchia spagnola, ma allo stesso tempo anche gli obiettivi politici “minimi” non erano più nelle possibilità dei manifestanti.

Come la letteratura politologica ha ben identificato, in casi simili la svolta non può essere che militare o politica, oppure non può che venire da una forte pressione internazionale, tale da obbligare le forze che si fronteggiano all’interno a raggiungere un accordo politico. Nel caso bielorusso, come in quello catalano, il sistema è bloccato. In questo contesto, la mobilitazione di una parte importante della popolazione viene mantenuta, ma ha una valenza primariamente simbolica, poiché non è più possibile per i manifestanti raggiungere il proprio obiettivo, ovvero il cambiamento del regime politico interno. Ciò è avvenuto per due ragioni fondamentali: da un lato, l’opposizione extra-sistemica manca del necessario supporto delle strutture che permettono a Lukashenko di mantenersi al potere, dall’altro la Bielorussia resta un paese “a sovranità limitata”, parafrasando la Dottrina Breznev, a causa dell’egemonia russa sul Paese.

Il legame con la Russia non è necessariamente un legame a favore di Lukashenko, ma è un vincolo che deve essere considerato nell’equazione complessiva della situazione, poiché l’influenza russa impone, di fatto, il mantenimento di un regime amico a Minsk. Sebbene, nelle settimane precedenti alle elezioni dello scorso agosto, alcuni esponenti molto vicini al Cremlino siano stati estromessi della politica bielorussa o addirittura arrestati (è il caso dell’arresto, e poi dell’espatrio in Russia, del banchiere e filantropo filorusso Viktor Babariko), ciò non ha impedito a Lukashenko di ricercare il sostegno russo nella fase più critica delle proteste, stemperando le rivendicazioni ad una maggiore autonomia e indipendenza dalla Russia, che lo stesso leader bielorusso aveva apertamente sostenuto negli ultimi anni. Sebbene Lukashenko non sia la migliore soluzione per Mosca, non vedrei un cambiamento della leadership del paese come un’eventualità possibile o favorevole alla Russia, che sembra puntare più che altro al mantenimento dello status quo, per due ragioni fondamentali. Sul fronte interno, l’avvento di una nuova dirigenza, per quanto non ostile alla Federazione Russa, acuirebbe il rischio percepito di un possibile effetto contagio, soprattutto ora che il caso Navalny ha riacceso l’insofferenza verso la Presidenza Putin. Sul fronte internazionale, l’affermazione dell’Amministrazione Biden e il rinnovato attivismo statunitense nel contenere le ambizioni revisioniste della Russia pongono Mosca sotto pressione, rendendo estremamente pericoloso per il mantenimento del ruolo internazionale della Russia ogni cambiamento di regime nell’Estero Vicino (come spiegato nell’articolo per Formiche https://formiche.net/2020/09/bielorussia-russia-ue/ )

Figura cardine della protesta è stata Svetlana Tikanovskaya, un leader emerso quasi per caso nelle settimane precedenti le elezioni dello scorso agosto che ha però saputo catalizzare le diverse anime delle proteste anti-establishment. A causa dei rischi alla sua incolumità, è stata costretta a riparare nell’UE dove ha provato a perorare la causa della rivolta contro Lukashenko presso le più importanti cancellerie europee, la sua figura può essere davvero alternativa all’ultimo dittatore d’Europa? 

Svetlana Tikanovskaya in un recente intervento in Italia ha sottolineato alcuni elementi qualitativi, a mio avviso rilevanti, del movimento di opposizione in Bielorussia. In particolare, possiamo affermare che il movimento di opposizione tende ormai a replicare sé stesso per dimostrare di esser vivo, piuttosto che per rovesciare il regime, in attesa che altre dinamiche possano aprire spazi di manovra nella politica nazionale. Innanzitutto, il consolidamento del processo di riforma costituzionale, ma soprattutto il ruolo degli attori esterni. Grandi speranze sono infatti rivolte all’Amministrazione Biden, che è tornata a sottolineare i tratti più liberal caratterizzanti della politica e della retorica del Partito democratico statunitense, riprendendo l’internazionalismo wilsoniano di migliore tradizione. Di fatto, il supporto a Tikanovskaya e al movimento di opposizione bielorusso viene principalmente dall’UE e dagli Stati europei limitrofi. Polonia e Repubbliche Baltiche, in particolar modo la Lituania, in virtù di un legame politico-culturale che travalica i confini nazionali, sono state infatti direttamente coinvolte nelle proteste, cercando una mediazione nella fase più acuta del confronto tra la piazza e il regime e spingendo l’UE ad azioni più incisive verso Lukashenko, e hanno poi continuato a mantenere contatti attivi con i vertici della mobilitazione. 

Tikanovskaya ha inoltre esplicitamente ammesso che la protesta è ormai perlopiù dimostrativa, poiché risulta incapace di portare avanti un regime change. Gli arresti, la repressione e le violenze si sono abbattute su un movimento di massa non strutturato, portato avanti da un’élite e formazioni non combattenti. Non parliamo quindi delle manifestazioni dei nazionalisti in Irlanda (e poi nell’Irlanda del Nord), che trovavano nell’IRA lo zoccolo duro della rivolta contro le autorità britanniche, ma di un movimento civile, democratico, capace, soprattutto attraverso i giovani, di attivarsi sulle reti digitali e creare disturbo, caos e fastidio, ma senza avere la prospettiva concreta di un cambiamento di regime. 

Lukashenko mantiene non solo una capacità di controllo capillare, ma anche e soprattutto un sostegno presso quella parte di popolazione che vive nell’apparato statale, nelle campagne, di pensioni, quindi soprattutto presso la popolazione più anziana. Su questo tema c’è stato un grande sviluppo della letteratura politologica e sociologica, che ha sottolineato come ci sia stato un cambiamento nella percezione del regime, tra le generazioni cresciute e formatesi nella tarda era sovietica, e le nuove generazione nate tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. Questa differenza anagrafica si traduce in una differenza di necessità e interessi. Se da un lato, le fasce di popolazione dall’età più avanzata ricercano primariamente la sicurezza, economica e sociale, quelle più giovani, guardando ai propri coetanei polacchi e lituani, richiedendo non solo un maggiore accesso a internet e libertà di espressione, ma anche e soprattutto l’affermazione di un regime democratico sul modello occidentale.  

Guardando ad un contesto più ampio, quella che sembrava una nuova “Rivoluzione colorata” nello spazio post-sovietico non si è tradotta in un cambiamento di regime, ciononostante, abbiamo potuto assistere ad un’attiva presenza russa a fronte di un ruolo decisamente più marginale di UE e Stati Uniti, che hanno sostenuto in modo altalenante le proteste nel paese. Come potremmo valutare il ruolo degli attori esterni al confronto nelle piazze? L’UE e gli Stati Uniti potrebbero aver abdicato al ruolo di promotori della democrazia persino nel proprio vicinato? 

Innanzitutto, è bene sottolineare che la Bielorussia non è l’Ucraina né la Georgia ed è, di fatto, l’ultimo dei paesi dell’Estero vicino russo a mantenere stretti legami con Mosca sul lato europeo. Guardando con una prospettiva europea ed euroatlantica agli eventi del 2014 in Ucraina, è chiaro che l’esperienza dell’Euromaidan non ha avuto conseguenze gestibili e di conseguenza oggi la condizioni bielorussa è più complessa proprio a causa dell’esperienza ucraina del 2014. Ricostruendo la condizione dell’Ucraina pre-Maidan, è ragionevole pensare che se la rivoluzione del 2014 ha avuto successo in quel contesto, avrebbe potuto portare ad un risultato analogo anche in Bielorussia, qualora un movimento analogo fosse scoppiato a Minsk invece che a Kiev. Ma, dopo l’esperienza, traumatica per Tbilisi, della guerra in Georgia del 2008 e l’Euromaidan ucraino del 2014, né la Bielorussia né, aggiungerei, la Moldova potrebbero oggi concretamente intraprendere un percorso di avvicinamento alle strutture euroatlantiche analogo a quello delle Repubbliche baltiche. I paesi baltici hanno ovviamente attuato il proprio percorso in un momento in cui la leadership russa aveva delle debolezze sistemiche e una strutturale incapacità nel sostenere la propria proiezione esterna. Tali elementi sono ovviamente venuti meno con l’affermazione di Vladimir Putin, che proprio sul rilancio del ruolo internazionale della Russia ha investito molto, in termini economici e politici. Cogliere l’opportunità e il momento storico è fondamentale.

Per quanto riguarda Moldova e Bielorussia il processo è indubbiamente più difficile. Per la Moldova questa complessità potrebbe essere diradata dall’affermazione, nel corso dell’ultimo anno, del movimento AUR (Alleanza per l’Unione dei Romeni) in Romania, che con il sostegno dei movimenti nazionalisti e della Chiesa ortodossa ha creato il proprio consenso su una linea grande-romena, che vede proprio nell’unificazione/avvicinamento con la Moldova una tappa fondamentale. Nel caso moldavo quindi, la presenza di un attore esterno, un kin-State pienamente integrato nelle strutture euroatlantiche, è un elemento fondamentale per offrire una prospettiva radicalmente diversa da quella post-sovietica a Chisinau.  

Nel caso bielorusso, Polonia e Repubbliche baltiche avrebbero potuto ricoprire un ruolo analogo a quello della Romania per la Moldova, ma tale dinamica non si è concretizzata, se non con una forma di vicinanza politico-culturale, che da sola non potrebbe però provocare un’eventuale rottura della Bielorussia dal legame con Mosca. Questo perché l’adesione all’UE è un’aspirazione di lungo periodo, piuttosto che una prospettiva concreta, molto diversa dal progetto della “grande Romania”, che resta una possibilità molto più appetibile per la leadership moldava, tanto più rilevante in quanto unisce ambizioni nazionali a quelle di carattere securitario offerte dalla membership atlantica di Bucarest. Nel caso bielorusso, singolarmente, la stessa opposizione, per evitare di avocarsi ulteriori simpatie o sostegni, non ha mai preso in considerazione l’adesione all’UE o alla NATO come punti fondamentali della propria azione politica. È chiaro infatti che, se la Russia ha considerato l’ingresso dei Paesi baltici e degli ex satelliti dell’Europa Orientale nella NATO e nell’UE come una minaccia alla propria sicurezza, tali timori sarebbero ulteriormente acuiti da un’eventuale adesione alle strutture euroatlantiche di Minsk o Kiev. 

Verosimilmente, la situazione bielorussa non cambierà a meno di un cambiamento interno nel rapporto tra regime e movimenti di protesta, o di una spinta proveniente dalla comunità internazionale. Ulteriormente, è al momento difficile prevedere cambiamenti concreti anche all’interno dell’entourage di Lukashenko. Ciononostante, le indiscrezioni sulla solidità del suo regime, la capacità di mantenere il controllo sui gangli fondamentali dello stato e la dinastizzazione del potere, attraverso la promozione del figlio alla successione, potrebbero essere degli elementi di eccentricità e di debolezza sfruttabili da alcuni settori dell’élite per proporre un’alternativa politica interna, pur rimanendo nel “campo russo”, qualora il suo consenso dovesse scendere al di sotto di un livello di guardia. 

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