La Turchia aveva aderito al programma Joint Strike Fighter (da cui è nato l’F-35) già nel 2002, con un acquisto pianificato di almeno 100 velivoli e un investimento di circa 1,25 miliardi di dollari tra il 2002 e 2018. In qualità di partner di terzo livello, Ankara aveva inoltre ottenuto per la propria industria un ruolo nella realizzazione di componenti nonché per la manutenzione del velivolo e della motoristica. Nel 2017 la decisone di Ankara di acquistare sistemi antiaerei S-400 di fabbricazione russa ha tuttavia causato un contrasto con gli Stati Uniti, culminato nell’espulsione della Turchia dal programma. Per Washington la presenza di sistemi russi all’interno della difesa antiaerea turca costituiva un serio rischio per la sicurezza dei dati sensibili dell’F-35. Nel 2019 è stata quindi avviata la procedura di rimozione dal JSF. Con la pubblicazione del National Defense Authorization Act (NDAA) 2020, il Congresso ha vietato il trasferimento di F-35, attrezzature e materiale di supporto, componenti o dati, mentre nel 2020 sono state imposte sanzioni contro la Presidenza dell’Industria della Difesa (SSB), bloccando l’export delle licenze in base alla Sezione 231 della legge Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (CAATSA). Al momento dell’uscita della Turchia dal programma, sei F-35 turchi erano schierati nella base di Luke, Arizona, per la fase di addestramento dei piloti. Dopo l’espulsione del personale turco dalle strutture di addestramento, questi velivoli risultano in stoccaggio. Al contempo, altri nove velivoli che si trovavano in linea di produzione sono stati riconvertiti e destinati all’Aeronautica Statunitense.
Con le recenti dichiarazioni, la seconda amministrazione Trump sembra quindi segnare un deciso, anche se non completamente inaspettato, cambio di passo. Al momento, tuttavia, non è stata presa una decisione ufficiale. In ogni caso, anche qualora l’amministrazione revocasse le sanzioni previste dal CAATSA, superando le perplessità del Congresso, il trasferimento dei velivoli e delle tecnologie rimarrebbe subordinato alla rimozione degli S-400 dal territorio turco in base all’NDAA.
La vicenda degli S-400 e lo strategic hedging securitario di Ankara
Data la posizione geografica e la vicinanza di regioni altamente instabili, la Turchia ha da tempo individuato la necessità di dotarsi di difese antiaeree a lungo raggio. Le vulnerabilità delle difese turche, in particolare nel contrato alle minacce balistiche, sono diventate ancora più evidenti con lo scoppio della guerra civile in Siria nel 2011. A partire dal 2009, la Turchia ha avviato un processo di individuazione di nuovi sistemi. Le trattative, prima con gli Stati Uniti per i Patriot, poi con la Cina per gli FD-2000 non hanno però avuto esito positivo a causa dell’impossibilità di ottenere un trasferimento tecnologico soddisfacente e, nel caso dei sistemi cinesi anche a causa delle pressioni statunitensi. A partire dal 2015 Ankara aveva quindi dichiarato l’intenzione di sviluppare un sistema nazionale. Nonostante ciò, nel 2017 la Turchia ha annunciato l’acquisto degli S-400 russi. La scelta ha segnato un passaggio importante nel riavvicinamento tra Mosca e Ankara, i cui rapporti avevano attraversato un momento di grave crisi a seguito dell’abbattimento, a opera di un F-16 turco di un Su-24 impegnato nelle operazioni di Mosca a supporto del regime di Al-Assad vicino al confine turco. Ciò ha però suscitato proteste da parte di Washington, con cui i rapporti erano già tesi a causa del supporto statunitense delle forze curde dello YPG e per le accuse di coinvolgimento nel tentato colpo di Stato del 2016.
L’acquisto da 2,5 miliardi di dollari, stimato sufficiente per equipaggiare due reggimenti di S-400 (per un totale otto batterie da quattro lanciatori ciascuna) presenta delle criticità nell’integrazione con i sistemi NATO, in particolare con velivoli avanzati come gli F-35. Per operare nello stesso scenario, gli S-400 dovrebbero usare i sistemi di identificazione Friend or Foe (IFF) attraverso il network di comunicazione Link-16, questo crea una grave vulnerabilità in quanto potrebbe permettere agli ingegneri russi di ottenere informazioni sensibili su questo sistema durante le fasi di addestramento del personale turco e manutenzione . In maniera analoga, operando in prossimità di F-35, l’S-400 potrebbe rivelare a Mosca la traccia radar del velivolo. Ankara ha più volte affermato che i sistemi S-400 non sarebbero stati integrati nell’impianto NATO. Anche questa opzione risulta problematica in quanto ridurrebbe l’efficacia delle difese aeree dell’Alleanza in una regione rilevante come quella turca.
Il riavvicinamento tra possibili soluzioni e vincoli legali
Che la possibilità di riapertura del programma F-35 alla Turchia non fosse stata completamente esclusa da Washington, ne è indicatore il fatto che i velivoli già consegnati non siano stati venduti ma rimangano ancora in stoccaggio. La Turchia ha più volte cercato di rientrare nel programma, mediando soluzioni che consentissero di mantenere gli S-400, seppur limitandone l’operatività. Queste trattative non hanno portato finora a risultati concreti e non hanno risolto i nodi legali fondamentali. La recente apertura di Trump arriva in un momento in cui Ankara si è posta come attore centrale, mediando nelle principali crisi internazionali, prima tra tutte il conflitto in Ucraina. Ciò rende la Turchia un alleato privilegiato nel riposizionamento strategico di Washington. Trump ha più volte espresso stima nei confronti di Erdogan, che a sua volta cerca di presentarsi come amico e “alleato indispensabile” degli Stati Uniti. Questa rinnovata intesa tra Washington e Ankara, e soprattutto tra i loro presidenti, sembra quindi rendere possibile la reintroduzione della Turchia nel programma F-35.
La possibilità di una rapida risoluzione della controversia era stata segnalata ad aprile dall’Ambasciatore statunitense in Turchia Tom Barrack, già sostenitore della rimozione delle sanzioni. A giugno, il Segretario di Stato Rubio aveva tuttavia fermato queste fughe in avanti, sottolineando la permanenza di ostacoli legali. Rimane infatti il vincolo della rimozione degli S-400 dal territorio turco, che, sulla base dell’NDAA 2020, deve essere confermata al Congresso con una certificazione scritta ad opera del Segretario di Stato e del Segretario della Difesa (attualmente Segretario della Guerra). Diverse fonti hanno riportato la disponibilità di Ankara a vendere i sistemi al Qatar o agli Emirati Arabi, la Russia, la cui autorizzazione è necessaria per il trasferimento degli S-400 sembrerebbe mostrare un parere favorevole. Al momento della stesura non si hanno tuttavia conferme ufficiali. Il dispiegamento dei sistemi russi nel Golfo non sarebbe comunque esente da criticità dovute alla presenza di velivoli statunitensi nella regione. Sul piano del CAATSA, Trump ha dichiarato l’impegno a rimuovere le sanzioni all’industria turca. La rimozione delle sanzioni può essere fermata da una Joint Resolution del Congresso, in cui si sono osservate voci contrarie all’accordo da entrambi gli schieramenti già da prima del summit di Ankara. Sarà quindi compito dell’amministrazione Trump fornire alle Camere una risposta soddisfacente questioni legate alla sicurezza del programma.
Impatto regionale delle capacità aeree turche
L’acquisto di F-35 da parte della Turchia avrebbe un impatto a livello regionale, in particolare nei rapporti con Israele. Netanyahu ha fortemente criticato il possibile accordo, segnando nuove tensioni tra il premier israeliano e il presidente Trump. Per Gerusalemme, che possiede 50 F-35I (modificati con sistemi di fabbricazione nazionale), la possibilità che la Turchia acquisti capacità di quinta generazione metterebbe in crisi gli equilibri tecnologici e militari nella regione. Non è la prima volta che la leadership critica le decisioni statunitensi legate al programma F-35. La questione si era infatti già presentata per la vendita dei velivoli all’Arabia Saudita. L’accordo era stato percepito come una possibile minaccia al Qualitative Military Edge (QME) israeliano. Gli Stati Uniti si sono infatti impegnati per assicurare la superiorità tecnologica militare contro gli avversari regionali. Sebbene la Turchia non sia considerata tradizionalmente tra gli Stati a cui è applicata la dottrina QME, va segnalato come gruppi di pressione statunitensi vicini a Israele stiano premendo per l’estensione di questo vincolo ad Ankara. Anche la Grecia ha espresso preoccupazioni. Atene ha già acquistato 20 F-35A (non ancora consegnati) con cui punta a garantirsi un vantaggio in termini di capacità aeree nella competizione per il controllo dell’Egeo.

Va notato come la ricerca degli F-35 sia solo una delle direzioni in cui la Turchia si sta muovendo per sviluppare le proprie capacità militari e industriali. Ankara ha infatti avviato un programma nazionale per il caccia di quinta generazione KAAN, che ha fatto il suo primo volo nel 2024. Il progetto si presenta estremamente ambizioso e non è esente da problematiche, ad esempio per la questione dei motori, per cui la Turchia è ancora dipendente dalle forniture statunitensi. Nonostante ciò, il KAAN segna un salto di qualità notevole a livello industriale. Di particolare rilievo sono invece le capacità in ambito di droni, che hanno reso la Turchia un partner particolarmente attrattivo per l’Europa e per l’Italia. Se da un lato Ankara cerca quindi di affermarsi come punto di riferimento nella difesa collettiva, appare chiaro come ciò non possa prescindere da una risoluzione delle divergenze e delle tensioni a livello regionale.

