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La ricostruzione post-bellica nel Nagorno-Karabakh e il rapporto tra Russia e Turchia: intervista al prof. Carlo Frappi

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In occasione del numero speciale di Matrioska – Osservatorio sulla Russia, Chiara Minora ha incontrato il prof. Carlo Frappi, ricercatore presso Ca’Foscari Università di Venezia, per analizzare l’evoluzione del conflitto nel Nagorno Karabakh e le difficoltà della ricostruzione post-bellica nei territori contesi tra Armenia Azerbaijan, sullo sfondo della più ampia competizione tra Russia e Turchia.

A quasi sei mesi dall’accordo di cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaigian, qual è la situazione nell’alto Karabakh? In particolare, quale ruolo sta avendo la missione di peacekeeping russa?

La situazione sul campo resta assai fluida, ben al di là dei comprensibili strascichi legati alla lunga occupazione armena dei distretti circostanti l’Alto Karabakh propriamente detto o delle altrettanto comprensibili tensioni lungo la linea di contatto. A determinare la fluidità della situazione sul campo è anzitutto la vaghezza delle previsioni degli accordi che hanno posto fine al confronto armato, a partire dalla dichiarazione di cessate-il-fuoco siglata tra i belligeranti a Mosca nella notte tra il 9 e il 10 novembre. Per ciò che riguarda specificamente la Russia, tale vaghezza si riflette nell’assenza di un chiaro mandato per le truppe di peacekeeping dispiegate nell’Alto Karabakh – che ha già dimostrato di poter creare incomprensioni o tensioni tra Baku e Mosca. Mentre infatti Baku sembra interpretare il mandato russo restrittivamente, in funzione della garanzia della sicurezza dell’area e nella prospettiva di facilitare la piena reintegrazione della stessa in Azerbaigian, la Federazione russa sembra interpretare il mandato in termini più estensivi – più di quanto, peraltro, non convenga a un Azerbaigian interessato senza dubbio ad avere una controparte legittima con la quale gestire, anche amministrativamente, la ‘transizione’. A generare latenti tensioni tra le parti – e a testimoniare l’interpretazione estensiva del mandato da parte di Mosca – è anzitutto un impegno nella ricostruzione post-bellica che sembra dischiudere la volontà russa di assicurarsi una presenza di lungo periodo in un’area dove potenzialmente reinstallare una presenza istituzionale (e una popolazione) che possa legittimarne il mandato. La visita a Mosca a fine aprile di Harutunyan, Presidente dell’autoproclamata Repubblica di Artsakh, l’irrisolutezza (se non indisponibilità) dei peacekeeper nel disarmare la popolazione armena o la visita in Alto Karabakh recentemente condotta da ufficiali armeni e russi provenienti dall’Armenia utilizzando il corridoio di Lachin sembrano, in ottica azerbaigiana, andare esattamente in questa direzione. Ostacolando, sempre in ottica azerbaigiana, il già complesso tentativo di aprire canali di dialogo con la comunità armena nell’ottica della piena reintegrazione del territorio dell’Alto Karabakh.

Come sono cambiati gli equilibri regionali dopo il conflitto, considerando anche il ruolo della Russia e della Turchia nel Caucaso?

 La Russia è evidentemente il principale ‘vincitore’ del conflitto, che le ha consentito il conseguimento di un obiettivo diplomatico e strategico di lungo periodo – il dispiegamento di truppe in Azerbaigian, per l’appunto. Questo ha notevolmente approfondito le già rilevanti leve di potere di cui Mosca beneficiava nel Caucaso meridionale. Specie se, come sembra e come è lecito attendersi, la Russia interpreti il dispiegamento di truppe in una prospettiva di lungo periodo, che vada cioè ben oltre il (pur rinnovabile) mandato quinquennale sancito dall’accordo di Mosca.
Difficile d’altra parte sottovalutare la portata dell’estensione al Caucaso meridionale della complessa (e solo apparentemente contraddittoria) intesa russo-turca, divenuta elemento cruciale nei principali scenari di crisi eurasiatici e incarnata dal pur simbolico centro congiunto di monitoraggio inaugurato a fine gennaio in uno dei territori azerbaigiani riconquistati nella Guerra dei 44 giorni.
Le due considerazioni, congiuntamente, aiutano d’altra parte a chiarire – ovemai ce ne fosse bisogno – la definitiva crisi dell’influenza e della stessa credibilità degli attori euroatlantici nella regione.

Quali vantaggi e quali minacce possono delinearsi per la Russia da questo nuovo assetto postbellico?
Fermo restando che un assetto post-bellico è ancora lungi dal delinearsi, i dividendi più tangibili per la Federazione russa sembrano poter derivare dalle previsioni dell’articolo 9 della Dichiarazione di Mosca, che prevede l’apertura delle vie di comunicazione regionale, a partire da un corridoio tra Baku e l’exclave del Nakhchivan attraverso l’Armenia meridionale. La riapertura delle comunicazioni – singolo elemento che potrebbe non solo cambiare in profondità la mappa dei trasporti regionali, ma più in generale contribuire a spezzare la connotazione di gioco a somma zero fin qui avuta dalla politica infrastrutturale regionale – potrebbe assicurare vantaggi significativi a Mosca, così come alle altre potenze regionali e agli stessi belligeranti. La risolutezza con la quale Mosca ha dato seguito alla previsione della Dichiarazione, presiedendo in gennaio alla creazione di un gruppo trilaterale di lavoro intergovernativo con Baku ed Erevan, testimonia la priorità attribuita dal Cremlino alla cooperazione infrastrutturale e la conseguente attesa di significativi dividendi.
Non sembrano peraltro dischiudersi a Mosca minacce, né in termini di sicurezza né di erosione di influenza. Piuttosto, si dischiude al Cremlino la difficile sfida di bilanciare le relazioni tra Armenia e Azerbaigian, di accomodarne le spesso contrastanti istanze e aspettative mantenendo salda la relazione con un’Armenia che rappresenta il più fedele alleato russo nello spazio post-sovietico, salvaguardando al contempo la relazione privilegiata con un Azerbaigian che rappresenta per Mosca un interlocutore strategico per la tutela e la promozione del proprio interesse nazionale sul piano regionale. 

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