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La Russia e il principio della Responsibility to Protect: un approccio controverso tra Siria e Spazio post-sovietico

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Nel periodo successivo alla fine della Guerra Fredda, l’ipotesi d’intervento per ragioni umanitarie è entrato in maniera consistente nel dibattito internazionale. Formalmente, un intervento di tipo umanitario non è previsto dalla Carta dell’ONU che oltretutto contravverrebbe al principio del rispetto della sovranità e di non-ingerenza negli affari interni degli Stati, e per questo ritenuto da molti, e per molto tempo, illegittimo.

Teoria e dibattito sulla responsabilità di proteggere

Nonostante la Carta dell’ONU non preveda la possibilità d’intervenire per ragioni umanitarie, con l’emergere a partire dagli anni 90, di numerosi conflitti intraregionali e con il conseguente aumento di gravi crimini contro l’umanità si andò a costituire un forte dibattito che oltre a considerare gli aspetti morali di un intervento umanitario considerava la necessita di dare legittimità giuridica a tali interventi. Alcuni hanno ricercato la legittimità dell’uso della forza per ragioni umanitarie attraverso un’interpretazione funzionale della Carta Onu, ritenendo di poter considerare talune crisi come minacce alla pace e alla sicurezza internazionale integrando, perciò, quanto disposto dall’art.2 §4 della Stessa. Il dibattito si è poi sviluppato, invece, intorno all’ipotesi di sviluppo progressivo di una norma consuetudinaria, che quindi, seppur non espressamente menzionata dalla Carta, potesse rilevare gli elementi necessari al fine di legittimare l’uso della forza per ragioni umanitarie. In tal senso, a partire dagli anni 2000, su impulso dell’allora Segretario Generale dell’ONU, Kofi Annan, il quale sottolineava la gravità dell’aumento di catastrofi umanitarie nel mondo a partire dalle crisi in Ruanda e Yugoslavia, si notava l’esigenza morale della comunità internazionale di dover trovare un compromesso nella gestione di tali crisi caratterizzate da sistematiche violazioni dei diritti umani. Nel 2005, in occasione del World Summit dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, venne adottata all’unanimità la cosiddetta dottrina della Responsibilty to Protect (R2P). Si tratta di un principio che prevede le responsabilità di proteggere la propria popolazione da genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità e che la comunità internazionale deve incoraggiare, intervenendo nell’esercizio di tale protezione qualora lo Stato coinvolto non possa o non voglia garantirne l’espletamento. 

L’approccio russo alla R2P

Con riferimento all’approccio russo a tale principio, nonostante Mosca abbia votato favorevolmente all’Assemblea Generale, non mancò di chiarire la sua posizione, sostenendo l’importanza d’inserire nel Documento che l’uso della forza per ragioni umanitarie, come estrema misura volta alla risoluzione delle controversie tra Stati o, in questo caso, interne agli Stati, dovesse avvenire esclusivamente sotto mandato del Consiglio di Sicurezza. Inoltre, condizionò il suo voto favorevole, all’inserimento delle specifiche situazioni nelle quali un intervento di questo tipo potesse avere luogo, ossia limitatamente ai casi di genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità. Tali clausole venivano apposte dalla Russia al fine di potersi garantire la possibilità di opporsi a un eventuale intervento attraverso l’utilizzo del veto in quanto membro permanente del Consiglio di sicurezza, evitando, quindi, eventuali azioni unilaterali, nonché restringendo la portata della dottrina. Il principio della R2P è stato successivamente approvato dalla risoluzione 1674 del Consiglio di Sicurezza nel 2006, ma da quel momento l’approccio russo verso la possibilità di un progressivo processo di formazione di una norma internazionale che permetta l’uso della forza per ragioni umanitarie è divenuto sempre più critico, sostenendo inoltre che non vi sia nessuna necessità di creare una nuova norma internazionale dal momento che la possibilità d’intervento sarebbe già desumibile dal Capitolo VII della Carta Onu, ritenendo la fattispecie delle violazioni sistematiche dei diritti umani una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale.  Nella sua attuale politica estera la Russia applica un paradigma realista legato ai classici principi westphaliani del rispetto della sovranità e della non interferenza negli affari interni degli Stati. Una delle ragioni di tale approccio risiede nelle accuse mosse da Mosca nei confronti dei paesi occidentali di avere interesse a favorire la costituzione di un’opinio juris sugli interventi umanitari al solo scopo di poter così essere legittimati all’intervento coercitivo per altri interessi strategici diversi da quelli umanitari. Ciò non implica che la Russia non consideri in maniera assoluta l’uso della forza, anzi, ma preferisce legarlo ad altre ragioni nella sua strategia di politica estera. In tal senso i punti principali della politica d’intervento russa sono legati alla sicurezza e quindi allo scopo di protezione della sovranità statale e dell’integrità territoriale in paesi considerati fragili.

L’azione in Siria

A cinque anni ormai dall’intervento russo in Siria, Mosca ha ripetutamente affermato la sua opposizione ad un intervento esterno attraverso l’uso del principio di R2P, come evidenziato dai ripetuti veti posti al Consiglio di Sicurezza. Tale opposizione è stata anche giustificata dalle critiche mosse all’intervento in Libia nel 2011 (primo e ultimo caso in cui venne usato tale principio con la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza) durante il quale, nonostante Mosca non si fosse opposta, subito dopo l’avvio dei bombardamenti, questa accusò i paesi occidentali di mascherare con la protezione dei civili, il reale scopo di destabilizzare il regime di Gheddafi. Nonostante ciò, Mosca ha riconosciuto l’esigenza di un intervento in Siria volto al sostegno delle istituzioni governative di Damasco al fine di permettere a queste di ottemperare ai propri doveri di protezione della popolazione. Se da un lato, quindi, l’opposizione al R2P esterna è stata categorica, dall’altro, Mosca ha giustificato il proprio intervento appellandosi alla norma consuetudinaria ispirata al brocardo volenti non fit iniuria che, sin dal diritto internazionale classico, considera lecito l’intervento su richiesta a condizione che tale richiesta sia avvenuta con il consenso libero, effettivo e riferibile al legittimo sovrano territoriale. Lo scopo sarebbe stato quindi quello di sostenere il contrastato alle forze estremiste legate a gruppi come l’ISIS in risposta alla richiesta d’intervento del governo di Assad. Tale intervento, come affermato dal Cremlino, avrebbe come obiettivo aggiuntivo quello di favorire la creazione di condizioni di stabilità politica e di sicurezza interna al Paese. Nel descrivere le operazioni guidate dalla Russia, la definizione “intervento umanitario” non viene mai utilizzata da sola preferendo invece, parlare di “aspetti umanitari delle operazioni militari” o “rafforzamento delle capacità” intendendo piuttosto, il sostegno a un processo di preparazione a riforme costituzionali, un consolidamento dei cessate il fuoco, il favorire il dialogo tra le diverse controparti locali. Pertanto, lo scopo principale di tale strategia mira maggiormente a un rafforzamento politico-istituzionale della Siria che non alla protezione dei civili. Inoltre, Mosca ritiene di fondamentale importanza che il supporto esterno avvenga attraverso la costruzione di un dialogo diplomatico regionale, manifestato ad esempio dal coinvolgimento dell’Iran a supporto delle operazioni russe nella regione.

Eccezionalismo russo nei confronti del vicinato ex sovietico

Se però si compara l’azione in Siria con quelle nelle vicine regioni ex-sovietiche, si nota come l’approccio russo cambi notevolmente. La strenua difesa di un intervento umanitario multilaterale esclusivamente sotto egida ONU e la forte difesa del principio della sovranità e non ingerenza negli affari interni degli Stati, sono ripetutamente venuti meno nei confronti della Georgia, della Crimea, e del Donbass in Ucraina. Il linguaggio usato dai politici russi in queste circostanze non differisce molto dalle motivazioni che vennero date, ad esempio, dalla NATO durante i bombardamenti, non autorizzati dal Consiglio di Sicurezza, in Yugoslavia nel 1999 e fortemente criticati dalla Russia. Nel giustificare tali misure implicanti l’uso della forza, il Cremlino ha sempre utilizzato il pretesto della difesa del diritto all’autodeterminazione accusando sia la Georgia che l’Ucraina di commettere gravi crimini contro le popolazioni russe locali. Si noti come Mosca abbia sempre evitato di utilizzare in maniera diretta termini come “intervento umanitario” o “R2P”, preferendo invece difendere la sua posizione facendo riferimento all’art.51 della Carta ONU, ossia quello concernente l’eccezione della legittima difesa per l’uso della forza, in questo caso a difesa delle popolazioni russe residenti in quelle regioni.

Nonostante la complessità del tema e l’esistenza di molteplici sfaccettature, risulta quindi che, se da un lato la Russia ha più volte denunciato le tendenze interventiste dei Paesi occidentali basate su ragioni umanitarie, dall’altro è evidente come non abbia esitato ad utilizzare le stesse ragioni per interventi in aree ritenute prioritarie per il proprio interesse nazionale. Nonostante ciò, dal punto di vista formalmente giuridico si nota come la Federazione Russa abbia sempre cercato di sostenere esclusivamente interventi multilaterali nei confronti di stati terzi, interpretando in maniera restrittiva le norme convenzionali, in particolare con riferimento alla Carta ONU, allo scopo di contrastare ipotesi d’intervento unilaterale. Tale approccio sembrerebbe, però, legato alla volontà di controbilanciare l’azione dei paesi occidentali, in questo caso in Medio Oriente, in particolare degli Stati Uniti, che non a un reale interesse di difesa dei principi del diritto internazionale.

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