Si sente spesso ripetere che l’Unione Europea è il più grande mercato al mondo e che questo strumento dovrebbe essere utilizzato per promuovere una posizione europea di maggior peso a livello globale. L’idea è senza dubbio realizzabile almeno in teoria, ma il percorso e gli strumenti da adottare possono variare in base all’approccio. La Commissione geopolitica di Ursula Von Der Leyen desidera adottare un approccio basato sull’autonomia strategica per dare nuova linfa alla politica industriale comunitaria e renderla uno strumento di peso internazionale.
L’autonomia strategica dell’UE è un concetto complesso applicabile a svariati campi. Pensando ai possibili settori in cui può essere impiegato come strumento guida, subito dopo il più noto campo della difesa, probabilmente viene quello economico-industriale. Fin dalla sua nascita, infatti, l’Unione Europea ha sviluppato il suo progetto assegnando un ruolo preminente all’integrazione economica e industriale. Il mercato unico europeo, costruito nei decenni passati e basato su principi e regole ben definite, ha reso l’Unione un attore unico e cruciale in campo economico a livello globale. Negli ultimi anni, e in particolare recentemente con la spinta geopolitica della Commissione di Ursula Von Der Leyen, sia le istituzioni europee sia gli Stati membri stanno tentando di applicare il concetto di autonomia strategica al settore industriale europeo al fine di ridurre la dipendenza esterna dell’UE per alcuni prodotti o filiere produttive. L’idea generale è quello di assumere uno specifico atteggiamento nei confronti dell’industria europea e di quella internazionale con lo scopo di imporre determinati standard, anche, come detto, sfruttando il peso di essere il più grande mercato al mondo. Per analizzare al meglio questa prospettiva è utile iniziare con una descrizione più precisa di che cosa significhi assumere l’autonomia strategica come concetto guida in campo industriale, successivamente guardare al suo potenziale a livello globale nel campo dell’introduzione di standard universali e, infine, presentare un esempio pratico.
L’errore in cui si può incappare associando il concetto di autonomia strategica all’industria europea è quello di pensare che autonomia sia sinonimo di autarchia o di protezionismo. In realtà l’approccio europeo rigetta entrambe queste concezioni e supporta da sempre il commercio internazionale e il libero scambio. L’UE è consapevole che l’autarchia, oltre a essere letteralmente irraggiungibile, è un concetto controproducente che penalizzerebbe l’industria degli Stati membri. Allo stesso modo, Bruxelles rifiuta il protezionismo come caposaldo della strategia industriale, poiché porterebbe solo ritorsioni da parte di Paesi terzi danneggiando il mercato europeo; ciò ovviamente non significa che lo strumento dei dazi sia completamente messo da parte, come dimostrato dalla reazione europea alle tariffe dell’amministrazione Trump. Tuttavia rimane una risorsa considerata come extrema ratio, il cui ricorso è sempre da evitare quando possibile. L’Unione rimane sempre fedele all’idea di supportare il commercio internazionale e le organizzazioni che lo regolano, ad esempio il World Trade Organization. L’autonomia strategica a livello industriale significa, dunque, tentare di costituire produzioni strategiche per i bisogni europei, diversificare le catene di produzione a cui si ricorre per ridurre la dipendenza da singoli Paesi e, infine, rafforzare le capacità di innovazione all’interno dell’Unione. In altre parole, significa continuare a commerciare e collaborare a livello di catene di produzione con Stati terzi, ma ridurre il più possibile i settori strategici in cui l’UE è completamente dipendente dall’estero, come possono essere ad esempio l’approvvigionamento di energia e di materie prime o la produzione di componenti tecnologiche. Bruxelles non vuole chiudersi nel suo mercato unico, ma desidera aprirlo al mondo e al contempo rafforzarlo rendendolo slegato dal comportamento altrui. Nella presentazione della strategia industriale dell’Europa del marzo 2020 la Commissione scrive in maniera esplicita che “l’autonomia strategica dell’Europa consiste nel ridurre la dipendenza dagli altri per i prodotti di cui noi abbiamo più bisogno”. L’UE rimarrà sempre nel grande gioco del commercio internazionale, ma desidera assumere un ruolo preponderante in alcuni campi specifici per poter agire con maggiore libertà o persino dettare alcune condizioni.
Le vie per l’implementazione dell’autonomia industriale strategica non sono numerose. Siccome le istituzioni europee non hanno poteri per guidare direttamente lo sviluppo dell’industria del continente, lo strumento principale è quello classico della regolamentazione: l’UE impone determinati standard per spingere le aziende europee a seguire un certo percorso evolutivo. Come in molte altre occasioni, Bruxelles utilizza la regolamentazione per promuovere i propri valori, pertanto in campo industriale esistono protocolli chiari in campo sociale, lavorativo e ambientale. Qui entra in scena il potere globale che potrebbe avere l’autonomia industriale strategica. La Commissione ha, infatti, dichiarato a più riprese di voler guidare la duplice transizione verde e digitale prima negli Stati membri e successivamente, se possibile, a livello globale. Il desiderio insito nell’autonomia strategica è quello di diventare l’attore principale nel disegnare un global level playing field, ossia un insieme di standard valevole a livello globale che spinga al rispetto dei diritti umani e alla transizione ecologica e digitale. L’autonomia industriale strategica è, dunque, uno strumento per migliorare prima i processi industriali negli Stati membri e al contempo il mercato unico europeo e, in futuro, tutta la catena di produzione globale.
Un esempio concreto che chiarisce il quadro è quello della European Battery Alliance del 2017. Quando l’industria europea ha iniziato a guardare alla produzione di automobili elettriche c’era un grosso problema di dipendenza di approvvigionamento delle batterie. Le società del Vecchio Continente, infatti, avevano sviluppato tecniche e processi per tutti gli altri componenti di un’automobile elettrica, ma l’elemento fondamentale della batteria era massicciamente importato per necessità. In questo modo le industrie dell’UE ci perdevano sia economicamente sia in termini di indipendenza; in particolare, la maggior parte dei beni in questione era importata dalla Cina, Paese che spesso non rispetta gli stessi protocolli dell’UE in termini di diritti dei lavoratori e di protezione dell’ambiente, pertanto Bruxelles non riusciva a giocare quel ruolo di standard setter che desidera assumere. L’idea risolutiva della Commissione fu di promuovere la European Battery Alliance, ossia un’associazione tra istituzioni dell’UE, produttori, istituti di ricerca e tutti gli altri portatori di interesse nello specifico mercato delle batterie. Questa iniziativa, unita a un piano di regolamentazione del 2018, ha come scopo quello di creare una catena di produzione di batterie competitiva, innovativa e sostenibile. La Commissione, non avendo poteri diretti per modificare le politiche industriali, ha utilizzato il suo peso sia istituzionale sia come ente regolatore per incentivare le industrie europee ad alimentare una produzione di batterie che seguisse gli standard dell’UE. L’organo guidato ora da Von Der Leyen non ha agito da sola, ma ha coinvolto tutti gli attori di peso affinché l’iniziativa potesse essere efficace. In questo modo l’Unione ha tentato di realizzare diversi obiettivi: ridurre la dipendenza dalla Cina nella fornitura di batterie, rafforzare un settore strategico per l’industria europea e introdurre standard specifici su più livelli per quel segmento di mercato. Questa iniziativa è un esempio positivo dell’applicazione dell’autonomia strategica in campo industriale: le istituzioni europee, gli Stati e le imprese si coordinano per rendere l’UE più indipendente e veicolare rigidi protocolli di rispetto di determinati standard.
In conclusione, l’autonomia industriale strategica è un altro concetto complesso ma fondamentale nelle dinamiche del processo di integrazione europea. Essa è lo strumento per rafforzare contemporaneamente il mercato unico e il rispetto dei diritti umani, due pilastri dell’Unione Europea. Come sempre la realizzazione pratica non è facile, poiché gli interessi degli Stati membri, quelli delle imprese e quelli delle istituzioni europee non sono sempre allineati. Si tratta di un altro di quei risultati che può essere raggiunto solo tramite lo strumento più forte dell’Unione: il dialogo.
Giulio Petrillo
Geopolitica.info

