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Le ragioni storiche e sociali delle ambivalenze del rapporto tra cristiani e musulmani turchi (Parte seconda)

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La dichiarazione di riaprire Santa Sofia come moschea ha sollevato un ampio dibattito sulla deriva più radicale della politica di Erdoğan. In tale decisione si è visto, infatti, un rafforzamento del nazionalismo religioso che allontana la Turchia da maggiori forme di governo più vicine al sentimento occidentale. In realtà, eguale attenzione merita la volontà di Ankara di escludere previgenti forme di tutela dei diritti umani: dalla libertà religiosa all’uguaglianza di genere, dal diritto di difesa e di comunicazione degli oppositori. Ovvero di quelle conquistate libertà che risulterebbero macchiate da eccessivo “occidentalismo”. Lo studioso di geopolitica non può che muoversi da elementi storico-sociali per illuminare tali risvolti politici turchi.

La nascita della Repubblica Turca

Smantellato l’Impero Ottomano, la Repubblica Turca venne costruita in termini di opposizione rispetto al passato, sotto la direzione di Kemal Ataturk. Infatti, l’idea della “teocrazia ottomana” è una idea creata da Ataturk per dare legittimità e senso ad un progetto di modernizzazione e laicizzazione del Paese. Ataturk rappresentava l’intellettuale più vicino all’Occidente, perciò, lo schema del laicismo occidentale non poteva non entrare nel dibattito interno alla classe dirigente turca. In questo modo, fu abolito il sultanato, il califfato (come successione del profeta), fu dichiarata l’illegittimità dei copricapo tradizionali. Tuttavia, si tratta di una laicizzazione contraddittoria: la qualificazione della religione islamica come religione nazionale si accompagnava al trinomio popolo turco= popolo islamico= popolo laico. Infatti, Ataturk spesso tendeva ad affermare che “essendo tutti turchi e, quindi, musulmani non potevano che essere laici“; in altri termini, la laicità diventava un elemento comune tanto al carattere turco quanto a quello islamico. Non va, infatti, dimenticato come la Turchia ha ereditato dall’età imperiale l’elemento plurietnico e multiculturale ma ha finito per essere creata dalla comunità etnica dominante, quella turcofona appunto. La visione multietnica dell’impero Ottomano è stata, così, sostituita da quella esclusivamente turca che incominciava ad immaginarsi come autonoma e dirigista nel Paese. In questo senso, si muoveva l’art. 88 della Costituzione del 1924 che definiva come “turchi” i nativi della Turchia senza distinzione etnica. Da ciò, la negazione di ogni minoranza che necessitava di essere assorbita nel programma di assimilazione alla cultura dell’etnia dominante. Infatti, il passaggio dal Sultanato alla Repubblica è avvenuto attraverso il massacro degli armeni e gli scambi di popolazioni con i Paesi limitrofi. Nonostante il Trattato di Losanna obbligasse la Turchia a riconoscere i propri cittadini senza distinzione di fede, nazionalità o lingua, le popolazioni curde, lasi e circassi divengono oggetto di repressione e discriminazione anche sul piano economico. Basti pensare alla nota adozione dell’imposta sul patrimonio (c.d. Varlik Vergisi) calcolata in maggiorazione se riferita a stranieri, a non-musulmani, ebrei, greci e armeni. Ciò in nome di quel nazionalismo che voleva la nazione turcofona unica entità legittima, quale prima delle sei direttrici (c.d. Sei frecce) della nascente Repubblica accanto all’organizzazione repubblicana, alla rappresentanza popolare per mezzo delle sue élite, allo statalismo, al laicismo.

Il laicismo Kemalista

Dunque, l’Islam non viene abbandonato come fattore di identità nazionale bensì accentuato come elemento di distinzione rispetto all’alterità delle minoranze e delle popolazioni occidentali. Tanto da dare adito alle tesi della “origine turca dell’umanità” e della derivazione di tutte le lingue del mondo dalla “lingua-sole turca” oltre alla presunta atavica presenza turca in Anatolia. Tutto ciò come influisce nei rapporti con le comunità non-musulmane e con l’estero? La rilettura in chiave nazionalista della fede islamica riduce la presenza di popolazioni non-musulmane sul territorio. Quanto ai rapporti con le potenze occidentali, la veste formale laica della neonata Repubblica avvicina la Turchia all’Europa. Anzi, il governo turco lavorava intensamente perché si acquisisse l’agognato protagonismo nella troppo occidentale Comunità Internazionale. Per non intaccare tale ruolo mantenne una neutralità sino al 1945, quando la discesa in campo contro il Reich costituì il presupposto strategico per l’ingresso nelle Nazioni Unite. Chiaramente l’essere cerniera tra Occidente e Oriente non poteva che renderla centrale nel lungo percorso del bipolarismo e aprirla all’esterno, garantendo l’ingresso nell’ OCSE, nel Consiglio d’Europa e nella NATO. In questo filone si inserisce anche la firma di collaborazione fra la Turchia e la CEE. Nel frattempo, i semi politici del Kemalismo germogliano in un regime multipartitico. E, in particolare, il Partito Democratico (DP), al potere sino al Colpo di Stato del maggio 1960, fa uso del sentimento religioso nazionale in modo ampiamente retorico soprattutto nei momenti di maggiore crisi.

Il sentimento religioso tra seconda (1960-80) e terza repubblica (1980-2002)

Un aspetto che si consolida nel corso del tempo a partire dal contenuto della Costituzione del ’61. Ancora una volta, la religione viene elevata a elemento essenziale per rivalorizzare l’identità nazionale. Si afferma un pensiero critico che costituisce la sintesi tra Kemalismo, nazionalismo e religione, per cui la cultura turca non può prescindere dal carattere islamico e i singoli sono chiamati a diffonderne il credo. Con il Colpo di Stato militare del 1980, la Costituzione subisce un ulteriore modifica nel processo di radicalizzazione religiosa del Paese: si inserisce, infatti, l’obbligo di insegnamento scolastico della cultura e della morale religiosa. E la nuova élite di intellettuali attacca fortemente il processo di modernizzazione economica del Paese, quale naturale effetto della globalizzazione, tacciandolo di essere contrario ai dettami dell’Islam. Si procede, così, verso la ricerca e la riappropriazione di elementi appartenenti al “passato islamico perduto”: basti pensare alla scelta di alcune studentesse di indossare il turban nelle aule universitarie, in spregio al divieto di origine Kemalista. Una vicenda che giunge sino al tavolo della Corte Costituzionale. Il clima facilita lo sviluppo di frange politiche radicali che, per tutti gli anni ’80, rivendicano diversi attentati e omicidi di esponenti politici laici di sinistra. Ma il periodo della terza repubblica vede anche il sorgere di movimenti di opposizione al regime che rivendicano migliori condizioni di vita, di lavoro e maggiori diritti per le donne. Le spinte progressiste dei movimenti femminili si sostanziano nella firma, proprio ad Istanbul, della Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne, adottata in seno al Consiglio d’Europa, e alla modificazione del Codice Civile per il riconoscimento della parità di generi all’interno della famiglia. A fronte, dunque, di tentativi di radicalizzazione del sentimento religioso molta parte della società civile si fa portavoce di una sensibilità giuridica e umanitaria tipica dell’Occidente e delle democrazie europee. Ne segue, infatti, l’abolizione della pena di morte, sostituita con l’ergastolo nelle norme del Codice penale e la riapertura della sede turca di Amnesty International (dichiarata fuori legge nel 1980), oltre alla creazione di un Comitato supremo di coordinamento per i diritti umani.

2002: Erdoğan al potere

Eppure, nelle elezioni del 2002 vince il partito conservatore (Partito della giustizia e dello sviluppo, AKP) di Recep Tayyip Erdoğan. Il neoeletto Erdoğan inaugura un nuovo corso della geopolitica: con riforme dai piccoli passi, una nuova visione della Turchia si afferma nel mondo. Contrapponendosi ai residui del Kemalismo, si insinua una politica poco laica e autoritaria che richiama le vecchie gesta dell’impero Ottomano per riaffermare la centralità strategica di Ankara, rivivificando il trauma delle terre perdute con il Trattato di Losanna. Una sorta di rivisitazione delle precedenti ideologie panturche e panislamiche in modo da legittimare politiche repressive delle minoranze ed espansionistiche deputate a riappropriarsi di originarie zone territoriali ottomane. Ne sono una prova le operazioni “Scudo dell’Eufrate” del 2016, “Ramo d’ulivo” del 2018 e “Fronte di pace” del 2019 nelle zone del Royava. Ma è dopo il fallito golpe militare del luglio 2016 che il governo turco ha mostrato il volto più truce. Allo stato di emergenza, dichiarato in modo conforme alle norme costituzionali, ha fatto seguito la riforma in senso presidenziale del sistema. È, così, scomparsa la figura del primo ministro con attribuzione dei poteri esecutivi al Presidente della Repubblica, votato direttamente dal popolo. Non solo. Ne sono seguiti anche arresti di massa, riduzioni della libertà di informazione e opinione, ostacolo all’esercizio del diritto di difesa per gli oppositori.

Un 2020 senza diritti?

Molte sono state le denunce da parte dell’ordine degli Avvocati turco di processi manipolati e poco trasparenti, fondati su accuse false e non circostanziate a carico di presunti oppositori del partito al governo. Ne è derivato un continuo incremento di casi di morte per sciopero della fame da parte di chi denuncia la deriva antidemocratica di Erdoğan. Ma il nuovo sistema repubblicano si presenta poco laico e radicale. La necessità di allentare la tensione sociale generata da un economia alla deriva, ha indotto il governo a soffiare sulla sopita fiamma dell’orgoglio nazionalistico turco plasmato, come abbiamo visto, dai valori della tradizione e della religione islamica. Espressioni di tale volontà è stata la trasformazione di Santa Sofia in moschea e il ventilato abbandono della summenzionata Convenzione di Istanbul a tutela delle donne. Una scelta in controtendenza rispetto ad un Paese che sognava di entrare nell’UE, che si era fatto “Occidente” in un Medio Oriente troppo estremo e instabile. Eppure, in netta coincidenza con la tradizionale rivalorizzare dell’identità islamica e dell’uso politico della storia. Lo aveva fatto Ataturk, lo avevo reso ancora più aggressivo i successivi governi, lo aveva portato alle estreme conseguenze il regime militare, lo sta attualmente ponendo in essere il presidente Erdoğan. “Nulla di nuovo sotto il solo”, dunque. La Turchia non è mai stata realmente democratica e umanitaria né tanto meno laica, pur volendo apparire tale. E persevera per questo suo ambiguo cammino.

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