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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLibia: le elezioni guariranno il paese?

Libia: le elezioni guariranno il paese?

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La Libia che si avvicina alle elezioni programmate per il prossimo 24 dicembre si trova a dover fare i conti con delle questioni irrisolte. La disputa, mai del tutto risolta, tra il Governo di unità nazionale (Gnu) – localizzato a Tripoli – e la Camera dei Rappresentanti (HoR) – con sede a Tobruk – continua a minacciare il programma delle Nazioni Unite di stabilizzazione dell’ex colonia italiana ed evitare la ricaduta nel caos più buio che ha caratterizzato il Paese dalla caduta di Muammar Gheddafi dieci anni fa. Oltre alle controversie regionali, rimane presente la questione dei mercenari e dei militari stranieri presenti sul territorio. Quando ormai mancano meno di due mesi, la strada sembra tutt’altro che in discesa..

La Conferenza di Tripoli 

Pochi giorni fa, il 21 ottobre, si è svolta una Conferenza internazionale per la pace e la stabilizzazione del Paese nordafricano. L’obiettivo dell’incontro – che si è svolto per la prima volta a Tripoli – tra i rappresentanti diplomatici dei Paesi maggiormente coinvolti e interessati alla conclusione del processo politico libico era quello di dare una spinta decisiva allo stallo che si è venuto a creare negli ultimi mesi. Tra questi, presenti i rappresentanti dell’Onu, i ministri degli Esteri di Egitto, Tunisia, Algeria e Kuwait. Presenti anche il Ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, e il vice-Segretario statunitense per gli Affari del Vicino Oriente, Yael Lempert, così come Niels Annen del Ministero degli Esteri tedesco. Anche il capo della Farnesina Luigi Di Maio è volato nel Paese nordafricano per partecipare alla riunione. Le conclusioni sono state sintetizzate in nove punti, ma l’attenzione internazionale si è focalizzata particolarmente su due di questi: il rispetto della data del prossimo 24 dicembre per lo svolgimento delle elezioni e il ritiro graduale dei militari e mercenari stranieri presenti ancora sul territorio libico. I partecipanti hanno deciso di adottare l’accordo trovato il 9 ottobre scorso a Ginevra dalla Commissione militare congiunta 5+5: il ritiro “graduale ed equilibrato” dei combattenti stranieri e dei mercenari presenti all’interno del Paese. Questo tipo di interferenza ormai è riconosciuta a qualsiasi livello come un evidente ostacolo per il raggiungimento di una pace duratura. Al contempo, le Nazioni Unite hanno sempre evidenziato come la loro rimozione rappresenti uno dei punti chiave del cessate il fuoco firmato un anno fa sempre nella città svizzera.

Rispettare la data del 24 dicembre

Nonostante alcuni timori iniziali riguardanti la possibile posticipazione del voto alla primavera del 2022, tutti i partecipanti alla conferenza si sono impegnati nel voler far rispettare la data prevista dal piano programmato dall’Onu. Il comunicato finale sottolinea come il primo turno delle elezioni presidenziali dovrà svolgersi il 24 dicembre, mentre il secondo turno dovrebbe coincidere con le elezioni parlamentari 30 giorni dopo quelle presidenziali. Nonostante ciò, una varietà di attori interni sta cercando di far naufragare le elezioni. Il motivo è semplice: alcuni di questi attori detengono il potere nell’attuale assetto provvisorio e sono intenzionati a non cederlo; altri, invece, temono sinceramente che le elezioni in un contesto frammentato come quello libico, inondato ancora oggi di mercenari e militari stranieri e con un fragile cessate il fuoco, potrebbe portare a un riaccendersi delle violenze e alla ricaduta nel caos antecedente al 2021. L’attuale transizione post bellica della Libia ha suscitato diverse aspettative ed è stata recentemente definita la “migliore opportunità” in decenni “per gettare le basi per una società democratica stabile” dal Consigliere del Dipartimento di Stato americano, Derek Chollet, durante una visita a Tripoli. Tutti gli occhi sono rivolti alle elezioni. Le date sono state confermate anche dal Presidente dell’Alta Commissione elettorale nazionale (HNEC), Ahmed al-Sayah, che ha aggiunto come le iscrizioni per i candidati alle elezioni presidenziali e parlamentari libiche si apriranno nel mese di novembre. Ma la complessità del mosaico politico libico, derivante dalle divisioni tra la parte orientale e occidentale, presenta ancora una serie di ostacoli da superare, compreso l’accordo su un adeguato quadro legislativo e costituzionale.

I possibili candidati alle presidenziali

Diverse figure di spicco hanno già indicato che potrebbero presentarsi alla tornata elettorale, incluso l’ex Ambasciatore negli Emirati Arabi Uniti, Aref Nayed, che ha chiarito la sua intenzione di voler provare la corsa per diventare il leader del Paese. Eppure, con divisioni regionali e politiche così radicate, appare complicato immaginare come una qualsiasi delle figure – che ad oggi hanno avanzato la possibilità di una candidatura – sia in grado di superare il divario e dimostrarsi accettabile per tutto il Paese. Tra questi, Khalifa Haftar. Il capo dell’Esercito nazionale libico ha immediatamente lasciato il suo ruolo tre mesi prima delle elezioni così da poter avere il via libera come stabilito dalla legge adottata dal Parlamento. Un’elezione del feldmaresciallo appare alquanto improbabile dopo il lungo conflitto che si è concluso con il fallito assedio a Tripoli. Un altro candidato proveniente dalla regione orientale potrebbe essere il Presidente della Camera dei Rappresentanti, Aguila Saleh Issa. Anch’egli, come Haftar, si è autosospeso dal suo incarico. Nonostante abbia ottenuto nel corso degli ultimi anni un discreto “successo” nei salotti internazionali, il suo bacino elettorale pare alquanto limitato.

Nemmeno a Ovest il quadro dei candidati è così chiaro e il risultato così prevedibile. Mentre la popolazione della Libia occidentale può superare in numero quella dell’est e del sud, la Tripolitania è divisa al suo interno. Il voto in questa regione sarà quindi probabilmente diviso tra una manciata di candidati. Tra questi, l’ex Ministro degli Interni Fathi Bashagha. Il misuratino, considerato molto vicino alla Fratellanza musulmana, è popolare tra alcune fazioni occidentali, anche se in passato si è scontrato con potenti gruppi armati a Tripoli che probabilmente si opporranno alla sua candidatura. Tuttavia, ad oggi, appare uno dei candidati più forti nella regione occidentale e gode di un discreto sostegno internazionale. Un altro potenziale leader occidentale è l’ex vice del Consiglio di Presidenza del Governo di accordo nazionale, Ahmed Meitig, anch’egli originario di Misurata, che gode di certo grado di popolarità. Infine, l’attuale premier, Abdulhamid Dbeibah, anche lui di Misurata. Secondo alcuni osservatori, l’imprenditore misuratino sta tentando di costruire una base popolare che gli permetta di rimanere al comando in caso di un rinvio delle elezioni. Le decisioni di finanziare con cinquemila dinari libici i giovani che vogliono sposarsi e aumentare i salari degli insegnanti vanno in questa direzione. Altri possibili candidati potrebbero essere il figlio di Gheddafi Saif al-Islam, Hafez Kaddour, ex Governatore della Banca centrale ed ex Ambasciatore presso l’Unione europea, e lo sceicco Senussi al-Heliq, il capo del Consiglio Supremo delle tribù Zwiya. Negli ultimi giorni è arrivata la notizia della candidatura anche dell’ex Ministro dell’Energia all’epoca di Gheddafi, Omar Fathi Bin Shatwan.

Troppe aspettative dal risultato delle urne

Il processo di stabilizzazione definitiva rimarrà complicato. I grandi problemi strutturali della Libia – su tutti, unificazione istituzionale, Carta costituzionale e apparato militare e di sicurezza centralizzato – necessitano di tempo per essere risolti. Lo svolgimento delle elezioni potrebbe essere solo un punto di partenza, ma comunque importante e necessario. Qualsiasi candidato vincitore dell’ovest non sarà in grado di irrompere e ottenere sostegno e collaborazione facilmente nell’est del Paese; viceversa, un candidato orientale vincente dovrà fare i conti con le milizie di Tripoli e i gruppi di potere della regione rivale. L’esperienza dell’attuale governo transitorio potrebbe essere presa come esempio. Nonostante si debba tenere in considerazione la mancanza di una completa legittimazione popolare (il Gnu è stato eletto nell’ambito del Libyan Political Dialogue Forum), la sua incapacità di affrontare la realtà delle strutture di potere sul terreno a est ha seriamente minato la sua autorità e credibilità, confinandola quasi esclusivamente a ovest. L’idea che la Libia si possa stabilizzare grazie all’elezione di un Presidente con poteri non ancora specificati è quindi profondamente viziata. Pertanto, mentre tutta la comunità internazionale e buona parte di quella libica spinge per rispettare la data fissata per le elezioni, è improbabile che queste tireranno il Paese fuori dalla complicata situazione che ancora oggi si trova a vivere.

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