Considerata la gestione degli scenari di guerra in corso quali Iran e Ucraina, risulta evidente come le coalizioni tra stati siano sempre più rilevanti nel determinare le dinamiche delle relazioni internazionali. Il 19 marzo Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Giappone e Paesi Bassi hanno promosso la costituzione della cosiddetta “Coalizione dei volenterosi per Hormuz”. L’obiettivo è quello di fornire un piano post-bellico che favorisca la ripresa della navigazione commerciale nello Stretto che a seguito dei bombardamenti effettuati da Stati Uniti e Israele è stato chiuso dall’Iran. Successivamente, a margine dell’incontro avvenuto a Parigi il 17 aprile, la coalizione dei “Volenterosi per Hormuz”, presieduta dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer, ha annunciato una missione per garantire la sicurezza nello stretto al momento della sua riapertura al passaggio delle navi commerciali durante la tregua annunciata da Stati Uniti e Iran. La coalizione, che oggi conta oltre quaranta paesi aderenti, si sta sviluppando secondo quattro linee di azione principali: una diplomatica, per ristabilire la libertà di navigazione; una economica, coordinata dai Paesi Bassi, volta a prevenire speculazioni iraniane sul traffico commerciale; una terza, dedicata alla creazione di un corridoio di sicurezza; infine una quarta, a guida greca, che raccoglierà le instanze dei settori industriali più colpiti dal blocco.
Parallelamente, la coalizione promossa da Francia e Regno Unito per garantire la sicurezza dell’Ucraina nel post-conflitto ha raggiunto, ormai poco più di un anno fa, nel vertice parigino del 4 settembre 2025, l’adesione di ventisei paesi disposti a schierare truppe a supporto di un eventuale cessate il fuoco. In seguito, circa un anno dopo, il 6 gennaio 2026, attraverso la dichiarazione di Parigi, i paesi della Coalizione hanno affermato cinque punti principali: un primo, di partecipazione ad un meccanismo di continuo monitoraggio e verifica del cessate il fuoco; un secondo, di supporto alle forze armate ucraine; un terzo, il possibile invio di una forza multinazionale, costituita da contingenti forniti dai paesi della coalizione per la ricostruzione delle forze armate ucraine e per rafforzare la deterrenza; il quarto, dato da impegni vincolanti a sostegno dell’Ucraina in caso di futuro attacco armato da parte della Russia, al fine di ripristinare la pace; quinto e ultimo, fissare un impegno a lungo termine di cooperazione in ambito difesa con Kyiv.
Coalizioni Ad Hoc: cosa sono e cosa non sono – il superamento delle istituzioni tradizionali?
Le coalizioni ad hoc sono “arrangiamenti autonomi nati per un obiettivo specifico, costituiti rapidamente e per un periodo limitato di tempo”. Perciò agire all’interno del contesto “coalizione” e non entro quello di un’organizzazione internazionale è oggigiorno una delle condotte più adottate da uno stato. Ciò poiché l’adesione ad una coalizione multilaterale consente maggiore flessibilità e la possibilità di rispondere più rapidamente ad una crisi internazionale; soluzione che richiederebbe tempi più lunghi se organizzata tramite gli strumenti delle organizzazioni tradizionali. Per un paese, appartenere a tali coalizioni significa inoltre avere maggiore controllo sulle proprie truppe e poter più facilmente perseguire il proprio interesse nazionale. Questo è possibile perché altri stati non possono esercitare potere di veto e non è inoltre necessario raggiungere l’unanimità per confermare una decisione.
Le organizzazioni internazionali ottengono la capacità di svolgere funzioni quando gli stati nazionali decidono di cedere e delegare loro parte del potere di cui dispongono. Generalmente gli stati aderiscono e si affidano alle organizzazioni per ridurre i costi dovuti alla mancanza di un ordine sovraordinato e per sveltire e snellire i processi decisionali legati alle controversie internazionali. Ciò che funziona in teoria non è però sempre confermato dai fatti. A partire dagli anni cinquanta, il panorama globale è stato sempre più caratterizzato dalla presenza di istituzioni e organizzazioni internazionali. Tale processo non ha però portato agli effetti sperati; al contrario, la maggiore densità a livello internazionale dovuta al numero crescente di organizzazioni e la conseguente frammentazione del tessuto mondiale hanno spesso comportato lungaggini e complessità eccessive nella burocrazie, nelle decisioni e nei negoziati degli stati e dunque delle istituzioni stesse. Tale fenomeno rappresenta uno dei motivi principali per cui gli stati hanno quindi iniziato a dare vita a forme di cooperazione parallele, come appunto le coalizione ad hoc.
In continuità con quanto detto finora, è possibile parlare di una sorta di processo di “de-istituzionalizzazione”. Le coalizioni non competano direttamente con le istituzioni tradizionali, è pur vero che di fatto le vadano a sostituire. Si parla quindi di “de-istituzionalizzazione” perché le coalizioni permettono agli stati di aggirare procedure decisionali standard, indebolire norme consolidate e di re-allocare risorse. Ciò avverrebbe più per un’incapacità delle istituzioni stesse di rispondere alle sfide attuali.
Nel complesso, come suggerisce Andrea Ruggeri, è possibile affermare che l’espansione delle coalizioni tra stati segnala una trasformazione della governance globale verso forme più temporanee e pragmatiche di cooperazione, riducendo pertanto il ruolo operativo delle istituzioni internazionali. Un ricorso crescente alle coalizioni può comportare dei rischi per la stabilità dell’ordine internazionale: in primo luogo, può indebolire (e lo sta facendo) il ruolo delle istituzioni tradizionali come l’ONU, riducendone la capacità di mediazione e legittimazione e favorendo interventi meno vincolati a norme condivise. In tal senso, la guerra in Iraq è spesso citata come esempio di erosione della legittimità internazionale. Inoltre, la flessibilità di queste configurazioni può favorire i paesi “più forti”, aumentando il rischio di frammentazione del diritto internazionale. Infine, l’assenza eventuale di contesti stabili può compromettere il coordinamento nel lungo periodo, rendendo più difficile la gestione dei conflitti e la costruzione di soluzioni durature, come testimoniato per esempio dalla gestione post 2011 in Libia o dalla coalizione per l’ISIS a partire dal 2014.
Gli ultimi trent’anni
A partire dall’operazione “Enduring Freedom” in Afghanistan nel 2001, è possibile notare la crescente tendenza da parte degli stati di creare e utilizzare coalizioni multilaterali. Oltre alla sopracitata guerra in Afghanistan, occorre menzionare altri conflitti o crisi internazionali in cui gli stati hanno costituito apposite coalizioni. Esempi sono la forse più famosa coalizione dei volenterosi in Iraq nel 2003, poi Libia 2011 e l’operazione “Inherent Resolve” contro l’ISIS in Iraq e Siria, fino ad arrivare ai giorni nostri con la guerra in Ucraina e la crisi nello Stretto di Hormuz. In questi casi le coalizioni sono state uno degli strumenti primari per gli stati. Attraverso tale configurazione è infatti possibile per un paese “proiettare” il proprio potere militare, coordinare esercitazioni o fornire assistenza, spesso operando a fianco o al di fuori del contesto delle alleanze formali come la NATO. Le coalizioni ad hoc rappresentano in effetti un modo rapido per rispondere a minacce emergenti e per la gestione di situazioni eccezionali, consentendo agli stati di evitare lo stallo delle istituzioni tradizionali e di meglio adattare la propria partecipazione a seconda degli interessi nazionali.
I casi di Afghanistan e Iraq rappresentano i primi esempi emblematici di questa evoluzione verso coalizioni multilaterali flessibili. Nel 2001 in Afghanistan è stata avviata dagli Stati Uniti la citata operazione “Enduring Freedom”. Tale intervento è stato portato avanti con il sostegno di una vasta coalizione internazionale e si è configurato inizialmente come un’azione di contro-terrorismo (in risposta agli attacchi dell’11 settembre), salvo poi divenire una missione più strutturata con il coinvolgimento della NATO attraverso ISAF. In tal senso, il caso afghano rappresenta un esempio calzante di sovrapposizione tra istituzioni tradizionali e formali e coalizioni ad hoc, evidenziando sia i vantaggi operativi della flessibilità sia le difficoltà di coordinamento militare e politico nel lungo periodo.
In modo forse ancora più evidente, la guerra in Iraq (2003) ha visto la formazione della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, promossa dagli Stati Uniti al di fuori di un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ciò ha segnato uno spartiacque nell’uso delle coalizioni, create ad hoc proprio per aggirare lo stallo decisionale delle organizzazioni internazionali.
Ulteriori casi significativi, più recenti, sono sicuramente l’operazione in Libia nel 2011 e la coalizione contro l’ISIS nel 2014. Per quanto riguarda il paese nord-africano, l’intervento è stato inizialmente autorizzato dalla risoluzione 1973 (2011) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma poi attuato attraverso una coalizione guidata da alcuni stati chiave, tra cui Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Successivamente, è subentrato il coinvolgimento della NATO, in una modalità simile per questo aspetto al caso afghano. Come detto, la coalizione formata nel 2014 contro l’ISIS rappresenta un ulteriore caso di studio per comprendere la cooperazione internazionale di questo tipo. Tale configurazione, formalizzata nell’operazione “Inherent Resolve”, ha rappresentato un modello paradigmatico di cooperazione multilaterale. Essendo priva di una struttura rigida, è risultata particolarmente flessibile ed efficace nel coordinare attori diversi attorno ad un obiettivo comune. Le coalizioni ad hoc si configurano dunque come strumenti di cooperazione multilaterale flessibili, temporanei e orientati a obiettivi specifici. Consentono agli stati di intervenire rapidamente in contesti di crisi aggirando spesso i vincoli delle organizzazioni tradizionali. Tuttavia, i vantaggi di ricorrere alle coalizioni ad hoc si accompagnano a limiti significativi, tra cui problemi di legittimità, rischi di frammentazione dell’ordine internazionale e difficoltà nel lungo periodo. In questo quadro, i casi più recenti, dalla guerra in Ucraina alle iniziative per lo Stretto di Hormuz, mostrano come queste coalizioni siano ormai uno strumento centrale per gli stati e allo stesso tempo rappresentino forse proprio un segnale di come questo stia inevitabilmente mutando verso nuovi orizzonti.

