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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaL’importanza di essere Mascate

L’importanza di essere Mascate

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Sistematicamente adombrato da ingombranti vicini, di rado l’Oman conquista i titoli dei notiziari, risultando il più delle volte un oggetto misterioso anche a buona parte degli addetti ai lavori. In effetti, se raffrontato alle altre monarchie del Golfo, tale eclissi sembra essere pienamente meritata; penultimo per riserve di greggio, di gas e per PIL, estraneo all’inesauribile confronto tra sunnismo e sciismo e contraddistinto da una politica estera equidistante, Mascate non sembra avere i titoli per accreditarsi come game-changer nell’area. Sarebbe però un errore considerare il Paese un semplice satellite di Riyad o peggio un anacronistico retaggio dell’epoca coloniale, in quanto le sue peculiarità lo rendono un unicum nel composito panorama del Golfo.   

Alle origini del Sultanato

Popolato fin dall’antichità da popolazioni arabe, l’odierno Oman finì per essere parzialmente ricompreso nell’Impero Persiano sasanide, per poi finire inglobato tra i territori del Califfato Omayyade (VII secolo). Un secolo più tardi, nella regione si installò un imamato di matrice repubblicana ibadita, dall’iniziativa di frange kharigite che auspicavano un ritorno alla purezza dell’Islam delle origini. Nell’XI secolo la regione fu invasa dai turchi e – dopo una fase di scontri con Impero Persiano e Portogallo per i traffici nel Golfo Persico – raggiunse nel XVII secolo l’indipendenza, occupando anche Bahrein e Zanzibar. A partire dalla metà del Settecento, l’ascesa della dinastia Al Busaid permise l’unificazione nominale tra l’Imamato di Oman, nell’entroterra, e il costiero Sultanato di Mascate a formare il Sultanato di Mascate e Oman, anche se le tensioni tra imam e sultani avrebbero accompagnato il Paese per oltre un secolo. Nel frattempo, l’Oman ricadde nella sfera di influenza britannica, in una condizione di semi-protettorato, ma proprio da Londra provenne l’appoggio per soffocare definitivamente gli imamiti nella guerra di Jebel Akhdar (1954-1957).

L’indipendenza e le riforme

L’indipendenza del Sultanato dell’Oman – nuova denominazione del Paese – giunse infine nel 1970, con il golpe incruento sostenuto da Londra di Qabus bin Said nei confronti del padre, Said bin Taymur. Dinnanzi a una condizione di forte sottosviluppo, Qabus avviò il processo di modernizzazione, abolendo la schiavitù e sfruttando il petrolio, fino ad allora usato quasi unicamente per scopi militari. La priorità del Sultano fu la soppressione della rivolta del Dhofar scoppiata nel 1963 e animata da un fronte indipendentista sostenuto da Yemen e Repubblica Popolare Cinese, che fu stroncata solo nel 1976 grazie all’intervento britannico e persiano. Col tempo, il Sultano allentò le rigide restrizioni introdotte dal padre e introdusse moderate riforme, quali l’istituzione di un Parlamento bicamerale, l’introduzione della figura del Primo Ministro e l’estensione del suffragio alle donne. Morto senza eredi nel gennaio 2020, dopo quasi cinquant’anni di regno, gli è succeduto il cugino Haitham, già Ministro della Cultura e degli Affari Esteri. 

Qabus, la neutralità e il nuovo corso

Fino agli anni ’70 l’Oman era un Paese isolato, ma la nuova era inaugurata da Qabus consentì al Sultanato di inserirsi ben presto nella comunità internazionale; nel 1970 l’Oman aderì infatti alla Lega Araba e l’anno successivo alle Nazioni Unite, non rinunciando a coltivare intensi rapporti di amicizia con Londra e Washington. In seguito al Trattato di Pace tra Egitto e Israele (1979) e alla sospensione dell’Egitto dalla Lega Araba, l’Oman fu tra i pochi Paesi membri a non rompere le relazioni con Il Cairo, mantenendosi neutrale anche nella guerra tra Iran e Iraq (1980-1988), mediando il cessate-il-fuoco laddove le altre monarchie della regione finanziavano Baghdad, anche se in seguito Mascate si schierò in chiave anti-irachena nella Guerra del Golfo (1990-1991). Altra rara eccezione alla neutralità omanita fu la guerra in Afghanistan, quando il Sultano concesse agli USA l’utilizzo di alcune basi aeree, pur recuperando in seguito la sua terzietà ospitando parte dei negoziati del Gruppo di Coordinamento Quadrilaterale per l’Afghanistan. Restando nell’area, con il Pakistan le relazioni sono tradizionalmente amichevoli e favorite dalla vicinanza etnica e storica. Anche con i vicini Emirati i rapporti sono cordiali, ma il perdurante spionaggio di Abu Dhabi ha richiesto la mediazione del Kuwait per scongiurare un’escalation nei rapporti; oltretutto, come gli Emirati, anche l’Oman è parte della Belt & Road Initiative (BRI) cinese. Il rapporto tra il Sultanato e l’Arabia è invece più complesso, poiché nonostante l’influenza saudita non sia un fattore trascurabile, la politica estera omanita non si è finora piegata a Riyad. Stabilizzatore nel confronto tra sunnismo e sciismo, l’Oman intrattiene infatti relazioni con Teheran – tanto da ospitare i colloqui che portarono al JCPOA – e all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) da sempre ostacola la volontà dell’Arabia di nascita di un’unione, mentre più di recente ha scelto di non partecipare alla coalizione saudita in Yemen, risultando anche promotore di un tentativo di tregua. In occasione della Crisi del Golfo (dal 2017) – quando sul Qatar è calato un embargo diplomatico, economico e logistico con l’accusa di finanziare formazioni terroristiche e di appoggiare l’Iran – l’Oman si è mantenuto neutrale, non schierandosi contro Doha e anzi fungendo in un primo momento da hub portuale per il trasferimento delle merci verso il porto qatariota di Hamad. La terzietà omanita nelle dispute regionali sembra però destinata a terminare; le criticità innescate dall’inabissamento del prezzo del greggio e dalla pandemia rischiano di spingere il Sultanato a formalizzare una richiesta di aiuti finanziari a Riyad e Abu Dhabi, anche se pure il Qatar si è dimostrato interessato a cooptarlo, con uno stanziamento di 1 miliardo di dollari. L’abbandono della storica equidistanza sembra anche suggerito dall’allontanamento di Yusuf bin Alawi – inossidabile Ministro degli Esteri del Sultano Qabus e sostenitore della neutralità – a favore di un membro della Famiglia Reale. È dunque prevedibile un avvicinamento dell’Oman a Israele sulla falsariga di quanto già avvenuto con Emirati e Bahrein, mentre più complessa è una previsione dell’evoluzione dei rapporti con l’Iran.

L’eccezione omanita

Il Sultanato vanta alcune peculiarità che lo rendono un Paese sui generis; se è vero che, come nei Paesi confinanti, una larga maggioranza della popolazione (85%) si professa musulmana, è anche vero che è la variante ibadita – unico ramo della corrente del kharigismo, “terza via” tra sunnismo e sciismo – la più diffusa, risultando così l’Oman l’unico Paese al mondo in tale condizione. Altra particolarità è il confine con i vicini Emirati Arabi: il Sultanato possiede infatti due exclave nel territorio della federazione, Musandam e Madha, di cui la prima a guardia del cruciale Stretto di Hormuz mentre la seconda comprendente a sua volta l’enclave emiratina di Nahwa. Mascate ha inoltre goduto di un possedimento oltremare nel Belucistan fino al 1958, anno della vendita della città portuale Gwadar al Pakistan. Infine – nonostante la politica estera super partes – è proprio il Sultanato secondo il SIPRI a risultare nel 2019 il primo Paese al mondo per spesa militare in rapporto al PIL (8,8%).

Mascate e l’energia

Sebbene il Paese sia attualmente penultimo tra le monarchie del Golfo per riserve di petrolio e di gas, il settore degli idrocarburi gestito dalla Petroleum Development Oman (PDO) riesce a garantire tra il 65% e l’85% delle entrate, rendendo il Sultanato una rentier economy. Consapevole dell’incapacità di competere coi vicini per volume estrattivo, Mascate ha deciso di puntare sullo stoccaggio dell’oro nero, ambito rivelatosi cruciale nella crisi petrolifera del 2020; tra i progetti in cantiere c’è dunque la realizzazione da parte della Oman Tank Terminal Co. del maggior impianto di deposito in Medio Oriente (c.a. 200 mln barili) a Duqm, in una Zona Economica Speciale cofinanziata dall’Asian Infrastructure Bank cinese. Essendo già presente all’interno della SEZ il parco petrolifero di Ras Markaz, le raffinerie e il futuro impianto di stoccaggio potrebbero essere un’alternativa per i Paesi desiderosi di evitare le acque turbolente dello Stretto di Hormuz. Relativamente al gas, si segnala il venticinquennale memorandum d’intesa con la National Iranian Gas Company (NIGC) del 2013, con cui Teheran si è vincolata a fornire gas naturale all’Oman che in parte verrà convertito in gas naturale liquido. Il Sultanato viene inoltre rifornito tramite il Dolphin, gasdotto interregionale che veicola gas da Ras Laffan in Qatar agli Emirati Arabi e da lì all’Oman, e che ha continuato a fluire nonostante la rottura diplomatica, risultando dunque un collante nell’intricato puzzle del Golfo.

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