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L’Italia e la Difesa. Intervista al Sottosegretario di Stato al Ministero della Difesa, Sen. Stefania Pucciarelli

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In un momento storico in cui la politica estera e di difesa italiana sembra essersi avviata verso un’ulteriore evoluzione, abbiamo intervistato la Senatrice Stefania Pucciarelli, attuale Sottosegretario di Stato al Ministero della Difesa per saperne di più sull’importanza del ruolo italiano all’interno del cosiddetto Mediterraneo Allargato. Tanti i temi trattati tra cui la Libia, la presenza italiana nel Sahel, le esperienza in Afghanistan e Iraq e il rapporto NATO-UE.

Sottosegretario la ringraziamo per la sua disponibilità. Nonostante il Libro Bianco per la Difesa identifichi l’area del Mediterraneo come vitale per gli interessi strategici nazionali, l’Italia negli ultimi anni non ha avuto una vera e propria strategia nei confronti del dossier libico. Tuttavia, il recente viaggio del premier Draghi in Libia sembrerebbe aver dato una svolta alla strategia italiana. Quanto è importante per noi avere un ruolo proattivo in Libia? Invece, alla luce degli eventi del peschereccio italiano, non crede che l’operazione Irini necessiti un ampliamento dei propri compiti al fine di garantire maggiore sicurezza di quell’area?

La Libia permane in una situazione critica e costituisce una priorità per il nostro paese, perché sappiamo bene che una situazione di instabilità in Libia consente a noi di avere meno ricadute proprio dovute all’instabilità di quel paese. Nel quadro di una strategia nazionale che vede storicamente il proprio baricentro nel Mediterraneo Allargato − e questo concetto è stato ribadito anche in occasione del recentissimo Consiglio Supremo di Difesa presieduto dal presidente Mattarella − in Libia l’Italia sostiene con convinzione il nuovo Governo di Unità Nazionale e il processo di riunificazione e normalizzazione supportato dalle Nazioni Unite nell’interesse primario del popolo libico e per la stabilità dell’intera regione. Il Consiglio dell’Unione Europea ha deciso di rinnovare fino al marzo del 2023 il mandato dell’operazione Irini dell’Unione Europea, istituita lo scorso anno con il compito principale di attuare l’embargo delle armi verso la Libia. A proposito dell’operazione Irini, ricordiamo che essa è guidata dal Contrammiraglio Fabio Agostini e che l’attuale comandante dell’operazione in mare è il Contrammiraglio Stefano Frumento, incursore ed ex comandante della Garibaldi. Tornando invece a quella che è l’attività propria di Irini, la missione utilizza mezzi aerei e navali forniti dagli stati e può svolgere, con il consenso dello stato di bandiera, ispezioni sulle imbarcazioni sospettate di trasportare armi o materiale ad esse connesso da e per la Libia. Oltre all’attuazione dell’embargo sulle armi, Irini mantiene i suoi compiti secondari, quali il contrasto al contrabbando di petrolio, la formazione della Guardia Costiera e delle Marine libiche, che però non è ancora stata avviata, e infine la lotta ai trafficanti di esseri umani, ma questo avviene solo con una sorveglianza aerea. Esprimo soddisfazione per il rinnovo del mandato dell’operazione Irini, ma auspico un maggior contributo da parte di tutti i paesi europei coinvolti. Inoltre, ritengo opportuno sviluppare ulteriormente il dialogo e la cooperazione con il nuovo Governo di Unità Nazionale libico. Come ha recentemente dichiarato il ministro Guerini, più Irini sarà efficace, meno le interferenze straniere potranno disturbare il cammino della Libia e il nuovo governo potrà appropriarsi della sua autonomia. In questo senso, si muovono anche le risoluzioni che sono state recentemente approvate dalle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato che chiedono al governo italiano di operare nelle sedi opportune per valorizzare il ruolo della missione nel nuovo contesto libico. 

In merito agli avvenimenti che hanno riguardato i pescherecci italiani, mi auguro che il tavolo che coinvolge diversi ministeri definisca quanto prima il testo di un nuovo accordo da proporre al governo libico. Occorre difatti una cooperazione bilaterale che metta anche la pesca al centro dei rapporti con la Libia. Anche il tema della pesca è necessario che venga inserito nei nuovi protocolli di cooperazione bilaterale. Di fatto questo consentirà la tutela e il lavoro dei nostri pescatori che con coraggio e sacrificio svolgono la loro attività lontano delle coste italiane. Diciamo che siamo ad un punto tale in cui è necessario che questo avvenga velocemente proprio perché non si può più attendere un accordo che vada a definire in una maniera definitiva quella che è la situazione di quel tratto di mare e quella che è la sicurezza dei nostri pescherecci per poter praticare la loro attività nel mare antistante alla Libia. 

Durante un’audizione in Commissione Difesa di Camera e Senato il ministro Guerini ha confermato la candidatura italiana alla guida della missione della NATO in Iraq, missione che gli alleati NATO hanno deciso di ampliare passando da 500 a circa 4000 uomini. Per quanto riguarda l’Afghanistan invece, durante il meeting straordinario tra ministri degli Esteri e della Difesa avvenuto lo scorso 14 aprile, l’Alleanza ha deciso di seguire gli Stati Uniti con il ritiro – a partire dal 1° maggio ed entro l’11 settembre – del personale dispiegato con la missione Resolute Support. Per l’Italia, quali vantaggi potrebbe portare la leadership della NATO Mission Iraq? Cosa si porta l’Italia di positivo dall’esperienza in Afghanistan?

Questi ulteriori impegni di proiezione internazionale dimostrano ancora una volta la responsabile compartecipazione dell’Italia allo sforzo della comunità internazionale per la promozione e la salvaguardia della stabilità e della pacifica convivenza tra i popoli. Del resto, il connotato di ormai ineludibile globalità dei fenomeni, che caratterizza l’attuale contesto storico al pari degli scenari futuribili, fa sì che si debba abbandonare la vecchia parametrizzazione della rilevanza dei rischi e delle minacce sugli interessi nazionali comunitari sulla base del concetto di distanza geografica dal loro insistere. In questo senso, è necessario operare per la stabilizzazione dell’Iraq insieme al governo e alle istituzioni del paese; ben venga farlo nell’ambito di iniziativa allargate come è stato per la “coalizione dei volenterosi” e come auspicabilmente potrebbe continuare ad esserlo con una guida NATO. L’obiettivo è garantire quella cornice di sicurezza indispensabile per ricostruire un clima di tolleranza e di inclusione sociale precondizioni essenziali per ipotizzare un futuro di pace e sviluppo. L’Italia continuerà a contribuire alla stabilizzazione della regione sempre con un approccio interforze anche eventualmente alla guida della missione in un contesto di condivisione di tale decisione strategica con gli alleati.

L’Afghanistan è stato per un ventennio contesto di impiego della componente militare nazionale nel rispetto delle decisioni dell’Alleanza Atlantica. Ora che le condizioni internazionali conducono verso la chiusura di questa esperienza, l’insegnamento principale che possiamo cogliere è senza dubbio il valore e l’importanza della cosiddetta “via italiana” unanimemente riconosciuta come efficace sintesi tra assertività comportamentale sul piano militare e attenzione e rispetto ai contesti socio-culturali in cui tali azioni trovano svolgimento. Si è trattato di un moltiplicatore di forze particolarmente apprezzato dai colleghi della coalizione multinazionale e prima ancora dalle popolazioni locali la cui applicazione trae origine dalla naturale predisposizione empatica che caratterizza i nostri professionisti in uniforme ulteriormente arricchita dall’attenzione in fase preparatoria. Ciò che ci contraddistingue rispetto a quelli che sono tutti gli ambiti legati alla presenza militare di altri paesi è proprio l’approccio dei nostri militari nei confronti della popolazione locale. Ad ogni modo, quello dell’Italia non è un abbandono: continueremo a sostenere questo martoriato paese per consolidare i progressi compiuti insieme alla comunità internazionale attraverso altri strumenti sotto il profilo della cooperazione allo sviluppo. 

L’Italia ha notevolmente rafforzato la sua presenza nel Sahel negli ultimi anni: è intervenuta in Niger in sostegno delle forze armate locali, ha inviato una fregata nel golfo di Guinea per contrastare l’azione dei pirati e, recentemente, ha confermato la nostra partecipazione alla Task Force Takuba, inviando in Mali una componente di forze speciali e degli assetti elicotteristici in sostegno alle forze armate locali e in supporto dell’operazione Barkhane condotta dalla Francia. Ad oggi, tuttavia, si sa ancora poco del contributo italiano alla Task Force. Può dirci qualcosa di più? Quali compiti svolgeranno i nostri uomini? Quali sono gli obiettivi che l’Italia si propone con l’invio di queste forze? 

La Task Force è nata per il contrasto al terrorismo e vede di fatto l’Italia impegnata con l’invio di soldati soprattutto provenienti da quelli che sono i reparti speciali. L’Italia, per numero di uomini e mezzi, si posiziona al secondo posto come contributore proprio a questa missione. Di per sé la missione opera in uno scenario in cui vi è il pericolo legato alla minaccia jihadista, una zona dove è forte il fenomeno legato all’immigrazione. Per questo motivo, vedrei questa come una missione che di fatto va nell’ottica di salvaguardare quella che è la nostra sicurezza nazionale. Per quanto riguarda invece il tema della nostra presenza nel Sahel, l’Italia è presente in Niger con la missione bilaterale, in Mali nell’ambito della Task Force Takuba e nella Missione Europea Mali, in Corno d’Africa è impegnata con l’operazione Atlanta ed è il maggior contributore dell’operazione europea in Somalia. Credo che sia il momento per un salto di qualità dell’impegno dell’Unione Europea attraverso una strategia che veda la disponibilità di risorse adeguate e la promozione di un’azione sinergica e sistemica che comprenda tutte le iniziative europee di sicurezza e difesa a livello multilaterale e bilaterale, in armonia con l’insieme degli altri strumenti di cooperazione e di assistenza politica ed economica, che sono il suo punto di forza. Come dichiarato anche dal ministro Guerini a marzo di quest’anno, l’intervento italiano in Takuba va visto proprio nell’ambito di una strategia più ampia e organica con cui il nostro paese agisce su quello che ormai può essere definito il fronte sud avanzato della difesa dell’Europa da instabilità e infiltrazioni. La nostra attività in Africa va vista come un unicum. Per ottenere risultati ancora più solidi è necessario far convergere gli sforzi attuali verso una visione più sistematica sotto l’egida dell’Unione Europea. Quindi direi che l’Italia in quest’area è presente, ed è presente a pieno titolo. Per quanto riguarda poi invece la missione di cui facevate riferimento, legata al contrasto alla pirateria nel Golfo di Guinea, anche in quel contesto la nostra Marina ha avuto modo di operare in maniera completa: lo scorso 21 aprile ha sventato un attacco, così come a fine marzo, in quel caso con il coinvolgimento di unità francesi, si è arrivati al sequestro di 6 tonnellate di cocaina. Per cui direi che l’Italia anche in questo conteso fa la propria parte. Sarebbe necessario che tutti i paesi europei facessero la loro parte, esattamente come facciamo noi ogni qualvolta siamo chiamati in uno sforzo comune anche perché la nostra forza è far parte dell’Europa in un unicum dove l’Italia è il primo paese che si incontra al confine sud con l’Europa, per cui non possiamo neanche essere lasciati da soli nel gestire diverse emergenze nelle quali, troppo spesso, siamo lasciati da soli. 

In quest’ultimo periodo la retorica della ricerca di una maggiore autonomia strategica da parte dell’Unione Europea, delineata nella propria Global Strategy del 2016, è fortemente tornata in voga nel dibattito politico transatlantico. A tal proposito, il Generale Graziano, Chairman del Comitato Militare dell’UE – in una recente intervista – ha dichiarato che per autonomia strategica “non si deve intendere l’autonomia da qualcuno, ma la capacità di agire da soli se necessario, con i partner quando possibile”. Altri invece pensano che il principale framework di riferimento per la sicurezza euro-atlantica debba rimanere la NATO. È chiaro, comunque, che le capacità militari che ha l’Alleanza, l’UE sembra ancora non in grado di svilupparle. Per le due organizzazioni è possibile una convivenza senza duplicazioni e senza competizioni? L’autonomia strategica è un’opportunità o una sfida per la NATO? L’Italia come si inserisce in questo “dualismo”?

In linea con gli orientamenti presentati al Parlamento dal presidente del Consiglio e coerentemente con gli ancoraggi storici dell’Italia, la nostra politica estera e di difesa vede nella NATO, nell’Unione Europea e nelle Nazioni Unite i pilastri del nostro sistema di alleanze indispensabile per assicurare al paese la necessaria cornice di sicurezza a fronte di minacce che sono sempre più complesse. La cooperazione tra UE e NATO si fonda in primo luogo sulla condivisione dei nostri valori democratici e dello stato di diritto, valori che dobbiamo salvaguardare e non dare per scontati. La NATO è e rimane il nostro imprescindibile punto di riferimento in termini di valori condivisi, deterrenza e difesa. Un’Alleanza che deve oggi confrontarsi con nuovi attori, nuove dinamiche internazionali, nuove fonti di instabilità e nuovi domini operativi. Questi sono tutti temi che hanno portato ad una riflessione politica a cui abbiamo partecipato attivamente sia contribuendo al dibattito sia alimentando i lavori dell’iniziativa NATO 2030 dalla quale, tra le proposte, è emersa l’esigenza di rivisitare il Concetto Strategico risalente al 2010. Rivisitazione cui contribuiremo fattivamente con il convincimento che l’Alleanza, pur nella sua dimensione regionale, deve oggi essere pronta – in maniera coesa – ad affrontare le sfide globali quando queste interessano la nostra sicurezza sempre mantenendo un approccio realmente a 360 gradi che tenga conto cioè di ogni tipo di minaccia in ogni dominio e di tutte le direzioni strategiche con particolare riferimento a quel fianco Sud che coincide in larga parte con il nostro Mediterraneo Allargato. L’Europa rappresenta l’altro attore della sicurezza internazionale in un momento in cui anche l’UE sta dedicando sempre maggiori energie a supporto della sicurezza e difesa riconoscendo in esso un tassello fondamentale nella costruzione di un’Unione più politica indispensabile per poter interloquire a livello globale. Continueremo perciò a fornire il nostro convinto contributo al rafforzamento della politica di sicurezza e difesa comune nel solco dell’aspirazione dell’UE di raggiungere una maggiore autonomia strategica sia tecnologico-industriale sia in termini di capacità di intervento. Ciò dovrà avvenire in piena sinergia e complementarietà con la NATO poiché, tengo a sottolinearlo, l’azione promotrice dell’Italia verso lo sviluppo e l’acquisizione di capacità militare europee deve essere interpretata quale naturale e coerente azione di rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza, a conferma dell’indissolubilità del rapporto transatlantico. Il posizionamento internazionale della difesa si completa infine nel contributo alle missioni delle Nazioni Unite in concorso alla pace e alla stabilità internazionale che questo governo intende confermare in ambito ONU. In particolare, l’Italia detiene il primato tra i paesi occidentali che forniscono caschi blu alle Nazioni Unite e questo è un elemento di cui dobbiamo essere orgogliosi. 

In Europa, alcuni attori come Francia, Germania e Regno Unito hanno iniziato a muoversi verso l’Indo-Pacifico: oltre ad aver delineato delle visioni strategiche per tale area, la Francia schiera già da mesi diverse unità navali nell’area, il Regno Unito ha inviato pochi giorni fa il proprio Carrier Strike Group in una missione che lo porterà ad incrociare quelle acque e anche la Germania ha recentemente annunciato che invierà unità navali nell’Indo-Pacifico. L’Italia come si colloca in tutto ciò? Il Capo di Stato Maggiore della Marina, Giuseppe Cavo Dragone, in un’intervista risalente al novembre scorso, ha lasciato intendere che l’Italia potrebbe allinearsi a quanto fatto dagli alleati. Ritiene che verranno unità navali in quell’area? Qualora fosse così, quali ragioni strategiche spingono l’Italia a farlo?

Come ho già avuto modo di affermare, oggi la distanza geografica non è più il parametro di riferimento nella valutazione dell’incidenza dei fenomeni sull’interesse nazionale. Lo stesso sistema di interessi di una nazione, soprattutto per quelle tecnologicamente avanzate, non può essere visto in forma isolata ma va opportunamente inquadrato nel più ampio contributo allo sforzo di promozione e salvaguardia della sicurezza su scala quanto più diffusa e condivisa. La Cina palesa chiare ambizioni da attore globale e l’Italia, paese povero di materie prime e fonti energetiche tradizionali, ma con una grande economia di trasformazione fortemente energivora, e bisognosa di sblocchi sui mercati esterni, ha una sua intrinseca dipendenza dalle interazioni su scala virtualmente globale e in questo senso vede la dimensione marittima come naturale contesto da valorizzare e difendere. La storica connotazione degli specchi acquei quale global common per eccellenza per le prospettive di sviluppo sostenibile e prosperità inclusiva, impone di preservare il carattere di spazio aperto liberamente fruibile che da sempre qualifica il regime dell’alto mare preservandolo dalle crescenti mire illegali e criminogene che cercano di sfruttare inevitabili vulnerabilità che tale condizione può comportare. In questo senso, la politica di difesa nazionale – come già affermato – vede nella NATO, nell’Unione Europea e nelle Nazioni Unite i pilastri del nostro sistema di alleanze, indispensabile per assicurare al suo piano multidimensionale la necessaria cornice di sicurezza. In questo contesto, l’Unione Europea ha recentemente approvato una risoluzione per accrescere la propria influenza nella regione dell’Indo-Pacifico, in aree che vanno dalla sicurezza alla sanità, per proteggere i propri interessi. Il Consiglio ha approvato le conclusioni su una Strategia per la cooperazione nella regione indo-pacifica che possa illustrare l’intento dell’Unione Europea di rafforzare il suo orientamento strategico, la sua presenza e le sue azioni in questa regione di importanza strategica fondamentale. 

A ciò si aggiungono le iniziative in atto con l’India − quest’anno si è tenuta la prima conferenza sulla sicurezza marittima con il sud continente, Corea del Sud e Giappone, entrambi presenti con i propri assetti militari marittimi − nello sforzo di protezione delle linee di traffico che dall’Estremo Oriente, attraverso il golfo di Aden, mar Rosso e Suez, raggiungono il Mediterraneo e da lì si protendono verso l’intero continente europeo e le Americhe. L’obiettivo è quello di continuare a contribuire alla stabilità, alla sicurezza, alla prosperità e allo sviluppo sostenibile della regione, in un momento in cui essa è interessata da crescenti sfide e tensioni. Nell’ottica della pervietà globale delle vie di comunicazione marittime, la sistematicità degli sforzi ha indubbiamente ricadute distribuite a prescindere dall’area geografica e ce lo ha recentemente dimostrato, meglio di ogni parola, quanto accaduto con il blocco del canale di Suez, fortunatamente nel tempo ma prospetticamente foriero delle gravi conseguenze che l’interruzione prolungata di un’arteria così vitale avrebbe avuto, direttamente o indirettamente, sulle nostre dinamiche quotidiane. Tra gli insegnamenti che questa vicenda ci lascia, c’è senza dubbio la necessità di uno strumento militare di proiezione opportunamente bilanciato per poter rispondere o ancora meglio prevenire situazioni di criticità sul sistema ampiamente distribuito e globalizzato di interessi nazionali, nell’ambito delle alleanze e coalizioni di riferimento, così come attraverso un ponderato grado di autonomia di azione in termini di proiettabilità e sostenibilità. 

Vorrei poi aggiungere un’ultima cosa.

Prego Sottosegretario.

Vorrei sottolineare l’importanza della Difesa che ha mantenuto l’impegno verso i propri militari e ha fatto fronte ad un nuovo impegno nei confronti della nazione. Lo ha fatto con gli stessi uomini di cui può tener conto perché comunque ricordiamoci che siamo in un momento in cui una legge 244 sta mettendo in difficoltà il sistema, anche se già lo era prima della pandemia. Oggi con la pandemia la difesa, attraverso i propri militari, ha fatto fronte a questa emergenza e lo ha fatto nel migliore dei modi. Per cui mi sento di dire e di sottolineare – quando vedo degli articoli di stampa che mettono in discussioni gli investimenti nel modo della difesa – quanto sia importante per il nostro paese avere delle risorse da investire nel comparto della difesa. Se non lo facciamo capire oggi vuol dire che tutto quello che è stato fatto in questo periodo è stato tempo sprecato. Siccome io credo che non sia tempo sprecato, dobbiamo avere l’orgoglio di rivendicarlo all’esterno. Attraverso le nostre forze armate siamo riusciti ancora una volta a dimostrare di essere un’eccellenza da poter esportare. 

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