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Palestinesi d’Israele: il caso della minoranza araba nello Stato Ebraico

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L’escalation di violenza che ha avuto luogo a Gerusalemme e nei territori palestinesi nelle ultime settimane ha innescato una reazione a catena che ha coinvolto anche i cittadini palestinesi residenti in Israele. Negli ultimi giorni centinaia di persone, soprattutto di origine palestinese, sono state arrestate per sedare le tensioni tra la componente ebraica e quella araba. Le cronache, dunque, hanno acceso i riflettori sui palestinesi d’Israele, una minoranza che, pur costituendo una percentuale consistente della popolazione totale (circa il 20 percento) è spesso considerata di “seconda classe”.  

Uniti contro le politiche israeliane

I palestinesi d’Israele si sono uniti al coro di protesta dei palestinesi della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme manifestando il loro dissenso nei confronti dei recenti bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza, lo sfratto delle famiglie del quartiere arabo di Sheikh Jarrah e gli attacchi della polizia israeliana contro i fedeli in preghiera nella Spianata delle moschee a Gerusalemme. Il 18 maggio, inoltre, la società civile arabo-israeliana, ha indetto uno sciopero generale che si è presto esteso a Gerusalemme e in Cisgiordania. Un’iniziativa, questa, definita storica alla quale non si assisteva da decenni. Secondo quanto riferito da organizzazioni e studi legali, centinaia di arabo-israeliani sarebbero stati licenziati in seguito all’adesione allo sciopero perché “non fedeli allo Stato d’Israele”, ad alcuni la fine del rapporto lavorativo sarebbe stata notificata semplicemente attraverso un messaggio via Whatsapp.

La tensione, ormai altissima, non si è allentata neppure dopo il raggiungimento dell’accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele. I palestinesi d’Israele, infatti, hanno continuato a manifestare, inviando un forte messaggio di dissenso al governo israeliano. In risposta agli scontri, registrati soprattutto nelle città miste di Acre, Jaffa e Lod, le autorità israeliane hanno dato avvio all’operazione “Law and Order”. A partire da domenica 23 maggio, sono state centinaia le persone arrestate con l’accusa di possesso di armi e aggressione agli agenti di polizia, oltre il 75 percento sono arabo-israeliani. Il numero degli arresti totali delle ultime settimane è salito così a oltre 1550 casi. Ad oggi, gli scontri tra la comunità ebraica e quella palestinese sono stati quasi del tutto sedati, ma rimane il rischio che questa ondata di arresti possa alimentare ulteriormente il malcontento della popolazione di origine palestinese nei confronti della quale Israele mette in atto politiche discriminatorie sin dalla sua fondazione. La particolarità di queste manifestazioni sta nel fatto che esse sono riuscite ad unire i palestinesi che da anni erano lontani non soltanto geograficamente, ma anche politicamente.

Chi sono i palestinesi d’Israele?

Israeliani di cittadinanza ma palestinesi di discendenza, i palestinesi d’Israele condividono le origini dei palestinesi che hanno vissuto sotto la dominazione ottomana e britannica della Palestina e che sono rimasti all’interno dei confini nazionali di quello che nel maggio 1948 è stato proclamato Stato d’Israele. La nascita dello Stato ebraico determinò un ribaltamento dell’assetto demografico che fino a quel momento era composto da oltre un milione di palestinesi (in maggioranza sunniti, con minoranze cristiane e druse) e circa 600mila ebrei divisi tra Sefarditi – di origine orientale e già appartenenti al preesistente millet ebraico – e Askhenaziti – ebrei immigrati appena giunti dall’Europa, che rappresentavano la componente più numerosa. In un solo anno le forze sioniste distrussero più di cinquecento villaggi palestinesi e la popolazione palestinese sopravvissuta agli eccidi, fu costretta alla fuga. La popolazione palestinese si separò: 750.000 palestinesi si rifugiarono nella restante parte della Palestina (striscia di Gaza e Cisgiordania) oppure nei paesi arabi vicini (Egitto, Siria, Libano, Giordania). 160.000 persone invece riuscirono a rimanere nella propria terra e ad ottenere, in un secondo momento, la cittadinanza israeliana. La disgregazione della popolazione palestinese, dunque vide da una parte i profughi, i quali dovettero subire le umiliazioni socio-culturali legati al loro status, dall’altra parte i palestinesi residenti in Israele, ai quali fu concesso di rimanere a vivere nelle loro case. L’esistenza di questi privilegi ben presto convinse gli altri palestinesi a considerare gli arabi del ’48 come “traditori”.

Sebbene i palestinesi d’Israele non vivano in un ambiente che può essere molto ostile, come quello della Cisgiordania, o sotto embargo totale come nella Striscia di Gaza, essi vivono una serie di fattori che li portano a identificarsi come “cittadini di seconda classe”. Le città a maggioranza araba sono tra le più povere di Israele, mentre nelle città miste, i palestinesi tendono a vivere in quartieri esclusivamente arabi. Il tasso più alto di abbandono scolastico e di disoccupazione si registra proprio tra i palestinesi, e ancora, spesso il sistema educativo tende a dividere gli studenti ebrei da quelli arabi, e le scuole araba, immancabilmente, ricevono meno fondi. Un ulteriore aspetto da sottolineare è l’esonero dei palestinesi d’Israele dal servizio militare (obbligatario per i cittadini di religione ebraica di sesso maschile e femminile). Le problematiche sono molteplici: 1. i giovani palestinesi che non prestano servizio militare non possono accedere all’università prima che i loro coetanei ebrei abbiano concluso il servizio militare. 2. Aver svolto la carriera militare è un requisito indispensabile per accedere ad alcuni mestieri di alto profilo. 3. Il servizio militare può essere svolto dai palestinesi israeliani su base volontaria, ma spesso essi si rifiutano di operare lungo i confini con Gaza e la Cisgiordania.

La situazione è decisamente peggiorata quando la Knesset, il Parlamento israeliano, ha approvato la legge sullo “Stato della nazione ebraica” nel luglio 2018. Essa, oltre ad eliminare l’arabo dalla categoria di “lingue ufficiali” del paese al fianco dell’ebraico, definì Israele come uno Stato esclusivamente ebraico. Il concetto dello Stato d’Israele come Stato ebraico si fonda dunque, sull’appartenenza religiosa e non sulla cittadinanza. Il docente israeliano della Ben Gurion University, Oren Yiftachel, definisce Israele una “etnocrazia” e non una democrazia. Coniando questo nuovo termine, Yiftachel sostiene che i diritti di cittadinanza in Israele non siano distribuiti in maniera equa, ma siano legati a politiche di esclusione basate sull’etnicizzazione.

Nella trattazione dello status dei palestinesi in Israele, non possiamo non menzionare la particolare condizione dei palestinesi di Gerusalemme Est.

La peculiarità dei palestinesi di Gerusalemme Est

Nella trattazione dello status dei palestinesi in Israele non si può non menzionare la città di Gerusalemme, protagonista delle controversie legali legate allo sfratto di famiglie palestinesi dal settore che, come stabilito dal diritto internazionale, spetta ai palestinesi.

La particolarità della città di Gerusalemme non risiede soltanto nel profondo significato religioso che ricopre nelle tre maggiori religioni monoteistiche, ma anche nella particolarità della sua popolazione palestinese. I palestinesi di Gerusalemme Est, infatti, a differenza degli altri, utilizzano il sistema scolastico giordano – dunque non devono studiare l’ebraico –, utilizzano il dinaro giordano accanto allo shekel israeliano e hanno il passaporto giordano. Questi privilegi furono concessi agli abitanti di Gerusalemme Est che, prima di essere sottoposta al controllo israeliano in seguito alla guerra dei Sei giorni, fu occupata dai giordani. I palestinesi di Gerusalemme Est hanno la “residenza permanente” di Israele, ma non hanno nessuna cittadinanza.In conclusione, non sappiamo se la rinnovata unità tra i palestinesi d’Israele, Cisgiordania e Gaza alle quale stiamo assistendo nelle ultime settimane persuaderà Israele a promuovere cambiamenti strutturali e allentare la morsa nei confronti dei palestinesi, che finora si erano dimostrati estremamente divisi. Non possiamo neppure prevedere se questa “convergenza di intenti” sarà duratura. Inoltre, bisogna tenere in considerazione il fatto che i recenti avvenimenti si inseriscono in un quadro politico di profonda instabilità, sia in Israele, dove dopo quattro tornate elettorali in due anni non si è ancora riusciti a creare un governo di coalizione, sia nei territori palestinesi, dove le elezioni, tenutesi l’ultima volta nel 2006, sono state nuovamente cancellate dal presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas.

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