0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheMedio Oriente e Nord AfricaPerché l’esplosione di Beirut non è una buona notizia...

Perché l’esplosione di Beirut non è una buona notizia per Israele

-

L’esplosione che il 4 agosto ha devastato il porto di Beirut e una vasta area della capitale libanese interessa da vicino lo Stato israeliano. Se nelle prime ore dall’accaduto le autorità israeliane si sono affrettate a smentire un proprio coinvolgimento al fine di allontanare facili congetture e pericolose escalation, nei mesi a seguire la partita che sarà chiamato a giocare Israele sarà ben più complessa. Le proteste che hanno messo a ferro e fuoco il centro di Beirut nel ‘sabato della rabbia’, le dimissioni del governo Diab e la gara internazionale per gli aiuti sono lì a dimostrarlo.

L’immediata risposta israeliana: la diplomazia sanitaria

In una mossa senza precedenti, a poche ore dall’esplosione nel porto di Beirut i ministri della Difesa e degli Esteri israeliani hanno comunicato l’attivazione di canali terzi attraverso cui fornire assistenza medico-sanitaria al Libano. I due Paesi non intrattengono relazioni diplomatiche e sono ancora formalmente in guerra, nonostante il cessate il fuoco permanente stipulato nel 2006 tramite la mediazione delle Nazioni Unite. Le autorità libanesi non sembrano voler raccogliere l’invito proveniente dal vicino meridionale, nonostante la vicinanza di centri ospedalieri israeliani d’eccellenza e la vasta esperienza di Israele in questo settore. Lo Stato ebraico, infatti, potrebbe attivare l’Home Front Command, ovvero il comando delle Israel Defence Forces (IDF)interamente dedicato alla Difesa civile. Tra il 2016 e il 2018, ad esempio, attraverso l’operazione Good Neighbor ha fornito assistenza umanitaria alla popolazione civile della Siria meridionale attraverso trasferimenti giornalieri di siriani nei vicini ospedali israeliani.

Hezbollistan, il Libano visto da Israele

Dopo la seconda guerra israelo-libanese del 2006 Israele ha optato per un mutamento della propria dottrina militare di difesa del confine settentrionale con il Libano, invalidando la dottrina classica che distingueva tra Hezbollah e lo Stato libanese. Pertanto, qualsiasi attacco proveniente da Nord verrebbe ora attribuito allo Stato libanese nella sua interezza, scatenando un conflitto di vasta portata tra attori statuali e non più solamente tra Israele e una milizia armata gravitante all’interno di uno Stato sovrano. Tale mutamento è figlio di una duplice evoluzione. In primo luogo, il disimpegno unilaterale di Israele dal territorio meridionale del Libano, occupato militarmente sino al 2000. Secondariamente, il mutamento di pelle di Hezbollah degli due ultimi decenni, il cui prodotto più visibile è il Manifesto politico del 2009. Il partito guidato da Nasrallah, infatti, da semplice milizia armata nata come propaggine libanese del progetto rivoluzionario della Repubblica islamica iraniana, si è reso un attore organico al sistema politico, economico e istituzionale del Paese dei cedri. In altre parole, un attore multidimensionale, la cui sola dimensione militare è attribuibile ancora a una stretta dipendenza da Teheran. Al contrario, sul piano politico Hezbollah ha optato negli anni per una progressiva libanizzazione della propria agenda, privilegiando così la componente nazionale e non solamente islamica della propria lotta.

Ciononostante, tale evoluzione non ha prodotto una normalizzazione di Hezbollah ma al contrario ha generato un effetto inverso, in uno scenario in cui si è giunti alla creazione di una sorta di Hezbollistan. La tattica utilizzata per tale penetrazione non è quella della presenza diretta ma dell’invisibilità. Il successo di Hezbollah, infatti, non è attribuibile alla capacità di imporre un proprio ordine economico, sociale e politico sul Libano ma di sfruttare quello esistente, imbrigliandolo nella propria rete. In particolare, sul piano sociale il partito sciita è stato in grado di cavalcare la dimensione clanico-familistica che tutt’ora connota il tessuto sociale di questa area del mondo, radicandosi utilizzando una tattica di tipo mafioso.

L’imperativo strategico israeliano: missili e deterrenza

Nel breve periodo, Israele accetta l’impossibilità di ridurre la presa sociale, economica e politica che al momento detiene Hezbollah sul Libano. Nel calcolo strategico dello Stato ebraico infatti, né le dimissioni annunciate dal governo guidato da Hassan Diab né la prospettiva di nuove elezioni produrranno una concreta rivoluzione istituzionale. Pertanto, al momento l’obiettivo strategico di un Libano neutrale e quindi pacificato ai propri confini non è un’aspirazione perseguibile. Per tale motivo, in questa fase Israele si limita a contrastare unicamente la dimensione militare dell’attore Hezbollah che, come detto, è ancora strettamente dipendente dall’Iran, il quale sfrutta il territorio libanese come avamposto settentrionale da cui minacciare lo Stato israeliano. In tal senso, il principale obiettivo israeliano è la distruzione del programma missilistico ad alta precisione, notevolmente avanzato negli anni della guerra in Siria. Proprio in questa cornice si inserisce la massiccia campagna di bombardamenti aerei che Israele conduce sul suolo siriano, di cui ne è un esempio il recente raid nella periferia meridionale di Damasco in cui è rimasto ucciso un membro del partito sciita, Ali Kamel Mohnsen Jawad. Ad oggi sembrerebbe, inoltre, che Hezbollah non si limiti a stoccare componentistica proveniente da Teheran via Damasco ma abbia iniziato a costruire una propria industria missilistica autoctona. Tra l’altro, si registra un notevole aumento della gittata di tali missili, potenzialmente in grado di colpire il triangolo Haifa-Tel Aviv-Gerusalemme, cuore economico, politico e demografico di Israele.

Un secondo fronte in cui le IDF ed Hezbollah sono ingaggiati è la ridefinizione di uno stabile equilibrio deterrente nel confine territoriale che divide Israele e il Libano e in cui è attivamente presente la missione internazionale UNIFIL. Negli anni della guerra in Siria tale confine aveva ridotto la sua importanza agli occhi di entrambi i contendenti, dato che il teatro primario della contesa si era spostato proprio in Siria (unica operazione israeliana, Scudo del Nord, dicembre 2018). Al contrario dall’agosto del 2019, per bocca dello stesso Nasrallah, il partito sciita ha riorientato il proprio impegno sul suolo libanese dato il successo della campagna di puntellamento del regime di Assad. Da quel momento in avanti si è aperto un processo di ridefinizione delle regole di ingaggio e dell’equilibrio in tale quadrante non ancora concluso. In questa cornice vanno inserite le tensioni che da un anno a questa parte hanno reso incandescente tale confine, erroneamente definito da alcuni come il preludio di un nuovo conflitto su vasta scala – da ultimo il lancio di un missile anti-carro Kornet contro un Merkava israeliano nei pressi delle c.d. Fattorie di Sheb’a. Salvo incidenti inattesi, infatti, né Israele né Hezbollah hanno interesse a un’escalation militare in questa fase ma solo ad azioni hit-and-run atte a influenzare il piano delle percezioni senza travalicare i limiti del conflitto frontale. Proprio per tale motivo è possibile relegare a remota possibilità l’ipotesi per cui dietro all’esplosione nel porto di Beirut ci sia un’operazione israeliana. Illogica da un punto di vista strategico e non in linea con il tradizionale modus operandi dello Stato ebraico.

Il Libano come perno del disequilibrio di potenza mediterraneo

Estendendo la prospettiva alla dimensione regionale, lo scenario che si profila dal punto di vista israeliano è ancora più cupo. L’esplosione al porto di Beirut rappresenta solo l’ultimo tassello di una lenta implosione che sta subendo l’economia del Paese già pesantemente compromessa dal default finanziario dichiarato a marzo e dalla crisi generata dalla diffusione del coronavirus. Al contrario di quanto si è detto in riferimento alla dimensione militare, per Israele una eccessiva debolezza economica e politica del Libano non è uno scenario auspicabile. Infatti, una sua definitiva implosione aprirebbe un vuoto geopolitico ai suoi confini, che potrebbe svegliare gli appetiti di potenze straniere. A tale riguardo, è utile ricordare come per tutta l’estate scorsa le autorità israeliane si siano spese per aprire un tavolo negoziale con la controparte libanese al fine di risolvere la disputa marittimo-energetica tra i due Paesi attraverso la mediazione americana. Tale esempio mostra come Israele sia interessato a mantenere a galla l’economia libanese, dossier tenuto sperato rispetto alla partita securitaria descritta in precedenza. Espressione, in generale, della tendenza israeliana e americana a non considerare la partita energetica del Mediterraneo orientale come un gioco a somma zero.

L’esplosione di Beirut ha aperto la corsa agli aiuti internazionali. A distanza di poche ore si è assistito alla visita del presidente francese Macron e del capo della diplomazia turco Çavuşoğlu, rappresentanti di due degli attori più assertivi nella geopolitica mediterranea degli ultimi mesi. A questi si sono aggiunti gli aiuti provenienti da attori come l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti. Il rischio è che dietro le istanze umanitarie di tali attori si celino interessi di più ampia portata. Pertanto, nei prossimi mesi il Libano rischia di trasformarsi nel perno di un vasto campo di battaglia mediterraneo che connette teatri e conflitti che si andrebbero definitivamente a sovrapporre: dal conflitto siriano a quello libico, passando per le dispute del Mediterraneo orientale. In definitiva, non una buona notizia per Israele.

Pietro Baldelli

Corsi Online

Articoli Correlati

Le molte insidie per la transizione di Saïed

Prosegue la fase di lento spegnimento del regime politico tunisino nato con le Primavere arabe a opera del Presidente...

L’Unione Africana necessita di un panafricanismo più radicale per superare le sfide del continente?

L’Unione Africana (UA) versa oggi in uno stato di profonda fragilità che, nonostante l’entusiasmo iniziale, ha da sempre accompagnato...

Il Dubai Air Show e la vendita degli F-35 agli Emirati Arabi Uniti

Al salone di Dubai le autorità americane hanno lasciato intendere che la vendita degli F-35 e dei droni Reaper...

La conferenza di Parigi: un percorso non facile per la stabilità della Libia

L’intesa promossa da Italia, Francia e Germania punta sulle elezioni del 24 dicembre, senza le ingerenze di Russia e...