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TematicheStati Uniti e Nord AmericaGli Stati Uniti lasciano l’Iraq: buona la seconda?

Gli Stati Uniti lasciano l’Iraq: buona la seconda?

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Il 20 marzo 2003 fu lanciata l’Operazione Iraqi Freedom, con l’obiettivo di assicurare la libertà a milioni di iracheni e la sicurezza a milioni di statunitensi. Per fare ciò, secondo il presidente Bush, la guida del Paese doveva essere sostituita. Così l’Iraq divenne un altro tassello della War on Terror di Bush, e Saddam Hussein fu rimosso dal potere. Secondo le aspettative nutrite a Washington, la piramide statale sarebbe stata privata del vertice, ma la base – le istituzioni – avrebbero retto e guidato il cambiamento democratico.

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Il mese di maggio 2003 si aprì con l’immagine di Bush che, dalla portaerei USS Abraham Lincoln, annunciava la vittoria delle forze armate statunitensi e la fine dei combattimenti, dando avvio alla fase di ricostruzione. Per l’Amministrazione repubblicana, l’obiettivo era chiaro: l’Iraq doveva preservare l’integrità territoriale, cessare di costituire una minaccia per gli stati limitrofi, garantire i diritti delle minoranze e recidere ogni relazione con i terroristi. Tuttavia, il futuro della nazione sarebbe rimasto in mano al popolo, che in ultimo avrebbe traghettato lo stato verso la democrazia. Tra errate considerazioni strategiche e affrettate manifestazioni di democrazia, la fine del secondo mandato di Bush coincise con la conclusione dello Status of Forces Agreement con il governo iracheno per il ritiro delle truppe. La sicurezza sarebbe tornata appannaggio delle forze di sicurezza irachene.

Il ritiro statunitense iniziò nel giugno 2009. Il 30 agosto 2010, Obama dichiarò la fine delle ostilità e il giorno seguente fu lanciata l’Operazione New Dawn affinchè soldati e marines addestrassero le forze irachene. Nel dicembre 2011, terminò l’impegno militare occidentale in Iraq ma l’avvicendarsi dell’ISIS nel 2014 spinse gli Stati Uniti, insieme agli alleati, a intervenire con l’Operazione Inherent Resolve per contrastare lo sgretolarsi dell’esercito, ricostituendo delle forze di sicurezza nazionali che potessero contrastare la minaccia dilagante.

Nel dicembre 2018, il presidente Trump considerò la battaglia contro l’ISIS finita, le truppe sarebbero tornate a casa. Tre anni dopo, l’Amministrazione guidata da Biden sembra vedere l’Iraq come un focus di secondo livello, la cui rilevanza è connessa al rapporto con l’Iran di cui il Paese è considerato longa manus. Nel marzo 2021, il presidente democratico ha infatti sanzionato l’acquisto di risorse energetiche dell’Iraq dall’Iran. Nell’aprile, le forze in loco hanno negoziato la fine della missione combat. Nel giugno, le forze statunitensi hanno lanciato un’offensiva indipendente il cui target erano le milizie supportate dall’Iran stazionate in Iraq in prossimità del confine siriano. L’iniziativa è stata oggetto di critiche da parte di svariati parlamentari iracheni che l’hanno considerata lesiva della sovranità del Paese.

In parallelo, gli Stati Uniti e l’Iraq hanno intrapreso un dialogo strategico, ormai giunto al terzo round, al fine di garantire la sicurezza del Paese, la cui assenza minaccia anche lo svolgimento della missione diplomatica statunitense. La presenza americana nel Paese si è ridotta, mentre l’indipendenza delle forze di sicurezza locali è in aumento. Il Congresso ha tuttavia autorizzato che strumentazioni e addestratori rimangano in Iraq fino a dicembre 2021 per addestrare le forze di sicurezza. Inoltre, sono stati allocati fondi per programmi di difesa in Iraq fino al settembre 2022. Il 31 dicembre 2021, è la data convenuta dal presidente Biden e dal primo ministro Mustafa al-Kadhimi, in cui gli Stati Uniti concluderanno il secondo ritiro ufficiale dall’Iraq in un decennio.

Dentro

La democrazia non può essere instaurata, ma il popolo iracheno – dopo anni di tentativi ed errori – ha progressivamente richiesto maggiore governance, servizi, sicurezza e stabilità economica, in linea con quanto caldeggiato dagli Stati Uniti. Tuttavia, le proteste sono state fronteggiate risolutamente dalle forze di sicurezza che sono ricorse all’uso della forza per contenere e disperdere le voci popolari.

Dall’ottobre 2019 al marzo 2020, è stato rilevato un impegno significativo affinché fosse garantito il diritto di protesta ed espressione in Iraq. In parallelo, nel maggio 2020 il governo del Paese è stato affidato a Mustafa al Kadhimi dopo mesi di intense negoziazioni, su cui hanno gravato non solo le dimostrazioni popolari ma anche le crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran, sfociate in attacchi. Le proteste, alimentate dalle criticità fiscali in cui il Paese versava e da alcune sparizioni sospette di cui si richiedeva la prosecuzione, sono state mitigate dalla pandemia da COVID-19 ma sono riprese nel maggio 2021, mettendo in discussione la legittimità del governo insediatosi nel maggio dell’anno precedente. Inoltre, un ulteriore elemento di attrito è rappresentato dalle relazioni conflittuali tra il governo nazionale e il Governo Regionale del Kurdistan, e dalla presenza dei resti dello Stato Islamico che strumentalizzano le debolezze securitarie del Paese.

Più recentemente, il 10 ottobre 2021, si sono tenute le elezioni per la Camera dei Rappresentanti, ma secondo le stime solo il 40% della popolazione avente diritto si era recata alle urne, rimarcando la crescente sfiducia nelle istituzioni e nella classe politica. Per mitigare tale disincanto nella popolazione, sul finire del 2019, la Camera dei Rappresentanti del governo iracheno aveva adottato una nuova legge elettorale in sostituzione del sistema elettorale basato sulle liste elettorali. Il nuovo sistema elettorale finalizzato nell’ottobre 2020 ha creato 83 distretti. Secondo la nuova normativa, i candidati hanno concorso per il seggio individualmente. Ciò non è comunque equivalso a una leadership più responsabile o reattiva alle richieste dell’elettorato, a fronte di coalizioni che hanno continuato a rappresentare lo specchio di quelle precedentemente costituitesi. Pertanto, è stato difficile riconciliare tali considerazioni con l’augurio statunitense che il governo costituitosi dalle elezioni potesse riflettere la volontà del popolo iracheno.

Alla complessa condizione interna equivale un altrettanto ingarbugliata condizione interna. La presenza statunitense, oramai di lunga durata, è divenuta progressivamente opposta da Teheran. Ciò ha assunto caratteri spiccati sin dal gennaio 2020, quando il generale iraniano Soleimani è rimasto ucciso da un drone caduto nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. In rappresaglia, l’Iran ha lanciato una raffica di missili diretta alla base aerea di Al-Asad dove stazionavano le truppe statunitensi. Il Paese è dunque finito per essere considerato il fulcro su cui concentrare gli sforzi per espellere le forze statunitensi dal Medio Oriente. Allo stesso tempo, tali rappresaglie pesano sul processo di negoziazione in atto in relazione all’Accordo sul Nucleare Iraniano.

Quali gli effetti del ritiro statunitense?

Quali saranno gli effetti per il Paese e il delicato equilibrio politico e securitario?

Giovedì 9 dicembre il governo iracheno ha dichiarato che le forze statunitensi hanno terminato la missione combat nel Paese, ma a questo punto si tratta solo di un mero formalismo che non ridurrà la presenza delle truppe statunitensi in Iraq. Il mancato cambiamento di postura implica che i 2.500 soldati saranno impiegati in una nuova missione, mentre gli Stati Uniti continueranno a fornire supporto aereo alle forze di sicurezza nazionali. Ciò è stato suffragato dalle dichiarazioni del portavoce del Pentagono John Kirby. Lo stesso ha precisato che gli Stati Uniti hanno consigliato e assistito le forze nazionali per anni. In parallelo, la NATO ha iniziato a espandere la sua presenza nel Paese, sotto la presidenza italiana. Il comandante statunitense per il Medio Oriente ha, tuttavia, allertato circa il possibile aumento di attacchi perpetrati da milizie filo-iraniane ai danni del personale statunitense e iracheno, teso alla riduzione della presenza statunitense in loco.

Quantificare il ritiro statunitense è uno tra gli elementi chiave. Diversamente da quanto è accaduto in Afghanistan, 2.500 soldati rimarranno sul territorio, e questo numero non include il numero dei contractors. Le truppe continueranno l’operazione di addestramento e consulenza, non modificando sostanzialmente il ruolo degli Stati Uniti in Iraq. Oltreoceano, l’Autorhorisation to Use Military Force, approvata nel 2001, è ancora in forza. Un elemento che differisce dal precedente ritiro è l’impegno nel monitorare e sopprimere le minacce terroristiche. Obama accelerando il ritiro dall’Iraq per favorire il Pivot to Asia ha, involontariamente, mostrato come il miglior modo per garantire tale iniziativa fosse mantenere relativamente tranquillo il Medio Oriente. Tra preoccupazioni per lo Stato Islamico, la potenziale risorgenza di al Qaeda in Afghanistan e la mission di counter-terrorism in Siria, sembra difficile che Biden concluderà nel corso della sua Amministrazione il ritiro totale dal Paese. Il ritiro delle truppe statunitensi, per quanto moderato, permetterebbe ad altre potenze regionali quali l’Iran e la Turchia di espandere il loro ruolo.

Dato lo stato dell’arte in Medio Oriente, gli Stati Uniti potrebbero ponderare una dispersione piuttosto che un ridimensionamento delle forze nel Medio Oriente così da limitare i vuoti. Inoltre, bisogna analizzare il ruolo di mediatore assunto dagli Stati Uniti nelle dinamiche interne, con particolare riferimento alla mediazione tra i curdi iracheni e il governo centrale. È infatti chiaro come la presenza statunitense in aree quali Erbil e Baghdad durante la lotta all’ISIS abbia fornito maggiore leverage nel tentativo di pacificare i rapporti tra i curdi e gli arabi. Se questo è lo stato dell’arte si potrebbe facilmente pensare che il ritiro causerà un ulteriore deterioramento degli affari di Erbil e Baghdad. A ciò si aggiunga l’esito delle elezioni tenutesi a ottobre, i cui effetti stanno già modificando la stabilità. Si ricordi, tuttavia, che gli Stati Uniti sono stati un mediatore riluttante, poco incline a usare totalmente tutto il suo potenziale. La volontà politica non dipende dalle truppe allocate.

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