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Se non ora, quando? Verso una svolta nella politica commerciale europea

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Nel corso dei prossimi mesi la politica commerciale comune dell’Unione Europea potrebbe subire un’importante sterzata in direzione parzialmente protezionistica. Tra i dossier sul tavolo del Consiglio ci sono infatti una serie di proposte legislative volte a tutelare il mercato interno dalla concorrenza sleale dei paesi terzi e a promuovere standard più stringenti in materia di sostenibilità e diritti dei lavoratori.

La situazione politica sia dentro che fuori dall’Unione sembra suggerire che ci siano finalmente i presupposti per una politica commerciale più indipendente ed assertiva. La posta in gioco è ambiziosa: una collocazione geostrategica più autonoma per l’UE, tra una rinnovata collaborazione con gli Stati Uniti e nuove tensioni sul fronte cinese. Non mancano però gli ostacoli, dovuti sia alle divergenze in seno alle istituzioni europee che alle opposizioni dei partner commerciali dell’Unione.

Verso una politica commerciale “aperta e assertiva”

Nel febbraio 2021 la Commissione ha adottato una comunicazione, chiamata Open Strategic Autonomy, che delinea un’importante riforma per la politica commerciale comune. Nell’ambito di questa nuova strategia, la Commissione ha avanzato due proposte legislative che hanno destato reazioni vigorose sia all’interno che all’esterno dell’Unione: il regolamento sulle sovvenzioni straniere e la direttiva sull’adeguamento del carbonio alle frontiere. Queste due, ad oggi non ancora adottate, introdurranno l’una un meccanismo di screening per gli investimenti pubblici effettuati da Stati terzi diretti ad imprese attive nel mercato europeo, l’altra un dazio sui prodotti realizzati fuori dall’Unione con notevoli emissioni di CO2

Dotandosi di questi due strumenti l’Unione mira a porre le imprese europee su un piano di parità con quelle straniere che, facendo scarsa attenzione agli standard ambientali o godendo di rilevanti finanziamenti pubblici, falsano la concorrenza sui nostri mercati. Da un lato le due proposte hanno ricevuto un riscontro positivo da diversi Stati membri, tra cui l’Italia, poiché andrebbero a colmare il vuoto normativo che gli strumenti a disposizione della Commissione, tra cui i regolamenti antidumping e sullo screening degli investimenti in settori strategici, non sono ancora riusciti a colmare. Essi potrebbero inoltre fare del mercato interno un luogo più riparato da pratiche commerciali sleali e ridurre il rischio di carbon leakage. Al contempo, essi sono stati duramente criticati in quanto costituirebbero delle limitazioni al commercio e un potenziale disincentivo agli investimenti diretti verso l’Unione, il che impensierisce diverse frange del settore privato e gli Stati più legati al concetto di libero mercato.

Alle due proposte si affiancano altri due dossier rimasti ad oggi lettera morta ma che potrebbero ritornare in primo piano nei prossimi mesi. Nel 2018 erano infatti stati avanzati due testi normativi per istituire una tassa armonizzata sui giganti del web e sui servizi digitali, successivamente parcheggiati per via delle pressioni dagli Stati Uniti e dei conflitti interni al Consiglio. Nel complesso questo insieme di proposte, cui si somma il tentativo di riforma del regolamento sugli appalti pubblici, potrebbero modificare sostanzialmente l’assetto dell’attuale politica commerciale dell’Unione. Essi doterebbero il mercato interno di ulteriori protezioni verso l’esterno, in particolare in vista della sempre maggiore penetrazione cinese nel nostro tessuto industriale, ma potrebbero anche ridefinire la posizione dell’UE nello spazio economico globale.

Un momento favorevole 

Nel corso dei prossimi mesi l’evolversi della situazione politica internazionale, sia interna all’Unione che esterna, potrebbe rappresentare il momento propizio per l’adozione di queste proposte legislative. A livello interno il principale evento sarà l’insediamento della Francia alla presidenza del Consiglio dell’Unione Europea dal primo gennaio 2022, in sostituzione della Slovenia. La possibilità di dettare l’agenda del Consiglio e le ambizioni francesi in campo europeo caricano questo semestre di aspettative. È infatti aperta la corsa all’Eliseo del prossimo anno e la promessa di una politica commerciale più indipendente – dagli Stati Uniti innanzitutto – e più intransigente verso i concorrenti sleali – specie se cinesi – esercita senza subbio un grande appeal sull’elettorato d’oltralpe. 

D’altro canto, la virtuale assenza della Germania, impegnata nei preparativi della fase post-Merkel in vista delle imminenti elezioni, lascia ampio spazio alla Francia per porsi alla guida dei ventisette. Quest’ultima sta infatti agendo strategicamente per fare della propria presidenza un successo politico-elettorale, anche grazie a iniziative come il lancio della Conferenza sul futuro dell’Europa, tanto voluta da Macron, o il supporto alla formazione di colossi industriali su scala globale rappresentato dalla fusione FCA-PSA. 

Anche sul piano internazionale la situazione sembra favorevole ad una più ferma presa di posizione europea in campo commerciale. L’avvento della presidenza Biden ha già dimostrato, con la avvallo all’idea di istituire una tassa sulle Big Tech decisa dal G7, di aver cambiato le carte in tavola per quanto riguarda la disponibilità a collaborare in sede bilaterale e multilaterale, con il chiaro obiettivo di ostacolare l’avanzata cinese. La partnership con gli Stati Uniti è fondamentale per raggiungere gli scopi della Open Strategic Autonomy, ma sarebbe anche mutualmente profittevole. Gli ambiti di cooperazione sono infatti molti molteplici, dalla riforma dell’OMC, al riportare le catene del valore dei semiconduttori di nuovo verso Stati Uniti ed UE, alle migliori pratiche in materia di intelligenza artificiale, proprietà intellettuale e privacy.

Tensioni interne, tensioni esterne

Tuttavia, le difficoltà non mancano, poiché non tutti sono favorevoli all’adozione delle proposte della Commissione. Una prima frattura si può individuare a livello dello stesso Consiglio, e vede alcuni Stati del nord – in particolare Svezia, Finlandia, Danimarca e Olanda – denunciare la possibilità di riduzione degli investimenti diretti verso il nostro continente, nonché le potenziali ritorsioni da parte dei paesi terzi. 

Questo conflitto si riflette nell’opposizione tra il commissario francese Thierry Breton e quella danese Margrethe Vestager, rispettivamente assegnati al mercato interno ed alla concorrenza, i quali sostengono l’uno la necessità di tutelare il mercato europeo dalle forze esterne anche interferendo col commercio e l’altra quella di regolare la competizione senza porre freni ai flussi di beni e capitali.

C’è poi da considerare che molti degli Stati membri, tra cui l’Italia, si troverebbero presi tra due fuochi. Benché molti siano sostanzialmente favorevoli a misure difensive rivolte in particolar modo ai prodotti ed alle imprese cinesi, diversi Stati hanno siglato negli scorsi anni dei Memoranda d’intesa proprio con la Cina, nell’ambito del progetto della Via della Seta. La stessa Unione è in procinto di concludere un accordo di protezione e promozione di investimenti con la Repubblica Popolare.

Quest’ultimo rappresenta un nodo cruciale per la collaborazione con gli Stati Uniti, che premono affinché il trattato non venga concluso. In fin dei conti, nonostante la rinnovata comunità con l’alleato atlantico, molte questioni rimangono irrisolte, a partire dalla diatriba Boeing-Airbus (ad oggi “sospesa”) fino alle tensioni sul mercato delle emissioni di CO2 e alle sanzioni imposte dalla Corte di Giustizia a Google, Apple e Amazon. Queste potrebbero tornare a farsi sentire con nuovo vigore se le versioni finali delle proposte dovessero colpire anche gli Stati Uniti.

Infine, non va dimenticato che gli stessi cinesi, i principali target cui le proposte della Commissione si rivolgono, non mancheranno certo di esprimere il proprio dissenso. È infatti immaginabile che la diplomazia della Repubblica Popolare faccia pressioni affinché questi regolamenti non vengano adottati, ed in ogni caso ne sostenga l’incompatibilità con gli accordi dell’OMC. 

La partita sull’approvazione delle proposte della Commissione è quindi tutt’altro che decisa e si disputerà nel corso dei prossimi mesi, mettendo in gioco la posizione economica dell’Unione e la sua collocazione strategica.

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