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Siria: il futuro dei processi di pace e il ruolo dell’Italia. Intervista al Ministro Ravagnan

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Nella primavera 2011 iniziavano le prime proteste antigovernative a Damasco e Aleppo, sfociate in una guerra violenta e complessa. Le iniziative relative al processo di pace hanno condotto negli anni a miglioramenti, ma non alla soluzione del conflitto. Abbiamo parlato della situazione nel Paese e dello stato delle trattative diplomatiche con il Ministro Stefano Ravagnan, l’Inviato Speciale per la Siria del Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale italiano.

La guerra in Siria dura ormai da oltre dieci anni e i processi di pace (come quello di Astana, che riunisce Russia, Turchia e Iran) sembrerebbero in stallo. Qual è al momento la situazione sul campo? E a che punto sono le trattative diplomatiche?

Con il decimo anniversario del conflitto c’è stata una rinnovata presa di coscienza della necessità di trovare una soluzione alla crisi in Siria, o almeno di compiere un nuovo tentativo dopo gli innumerevoli fallimenti del passato. A fronte di una sostanziale stabilizzazione delle linee di divisione interne e di una diminuzione delle attività militari, si registra un collasso di fatto dell’economia del Paese, ulteriormente aggravato dalla crisi finanziaria in Libano e dall’epidemia Covid. I termini della crisi siriana sono quindi cambiati radicalmente: dalla prevalente dimensione bellica si è passati a quella socioeconomica, con un ulteriore impatto negativo su una popolazione già stremata.

È una situazione che tuttavia sul piano negoziale, come ha affermato l’Inviato Speciale dell’ONU Pedersen, potrebbe offrire l’opportunità – inutilmente ricercata per anni – per mettere gradualmente in movimento il processo di soluzione politica prefigurato dalla Risoluzione 2254 del 2015. È una valutazione che merita attenzione. Il formato di Astana, il cui esordio ebbi occasione di seguire quando ero Ambasciatore in Kazakhstan, ha saputo riunire intorno allo stesso tavolo Paesi potenzialmente in competizione sullo scenario siriano – Russia, Turchia ed Iran – bilanciandone i rispettivi interessi. L’armonizzazione di obiettivi e le reciproche concessioni hanno portato a diversi successi durante la fase attiva della guerra, stabilendo tregue e zone di de-escalation al nord e nelle aree contese. Resta da vedere se il formato di Astana sia in grado di affrontare l’attuale diversa fase, quella della crisi economica di un Paese in larga parte già distrutto. Vi sono molti motivi per dubitarne e ritenere che tornino a riemergere gli elementi competitivi, tanto che viene perseguito il coinvolgimento di Paesi terzi e delle relative risorse economiche, come si è visto nella Dichiarazione congiunta sottoscritta lo scorso marzo da Turchia e Russia con il Qatar. E, tra conferme e smentite, sono molto interessanti i segnali di riposizionamento dell’Arabia Saudita, che, nel contesto anche dei contatti avviati con l’Iran, potrebbe riaprire un canale di dialogo con Damasco che preluda al rientro di quest’ultima nella Lega Araba. Queste dinamiche sono collegate anche alla ripresa del dialogo sul nucleare tra l’Iran e gli Stati Uniti di Biden, che peraltro sulla Siria non hanno ancora reso nota la propria linea.

Questi sono gli elementi di contesto, interno e regionale, della complessa attività di mediazione portata avanti da Pedersen, che ha proposto un approccio “step-for-step” per aperture reciproche e in parallelo su cui si registrano alcune perplessità da parte occidentale. Sulle prospettive della sua iniziativa inciderà in maniera determinante l’esito delle trattative in corso per il rinnovo della Risoluzione che prevede gli aiuti umanitari cross-border (via Turchia), ed in particolare se Mosca, accettando detto rinnovo, dimostrerà che è ancora possibile sulla Siria trovare punti d’intesa fra parti contrapposte.

Per quanto riguarda l’Italia, quali sono gli obiettivi nei confronti della Siria? E qual è il ruolo dell’Inviato Speciale per la Siria del Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale?

In quanto grande Paese mediterraneo abbiamo un interesse diretto alla stabilizzazione di un’area a noi così vicina, la cui crisi ha provocato milioni di profughi – con quanto ne consegue anche in termini di impatto sui Paesi confinanti oltre che di flussi verso l’Europa. Questa è stata la tragedia umanitaria di maggiori dimensioni degli ultimi decenni, una situazione permanente di insicurezza sul piano locale e regionale: ricordiamo ad esempio lo “Stato islamico” – sconfitto nel 2019 – la presenza di miliziani siriani in vari scenari bellici, i campi nel Nord-Est dove migliaia di persone – in buona misura minorenni e spesso famigliari di foreign fighters in detenzione – vivono in condizioni di grande precarietà.

Sul piano politico e diplomatico ci muoviamo in stretto raccordo con i partner europei ed americano e sosteniamo con forza l’azione portata avanti da Pedersen, del quale consideriamo con grande interesse l’approccio “step-for-step”, che ci riserviamo di verificare quando venga declinato nel concreto. Al contempo, in linea con la tradizionale politica italiana di dialogo a tutto campo, abbiamo costanti e costruttive interlocuzioni con tutti gli attori del dossier, Russia, Turchia, Paesi arabi, Iran. Seppure non nella lista di testa dei grandi donatori, siamo inoltre molto attivi sul piano dell’aiuto umanitario, con progetti anche a sostegno dei Paesi vicini che ospitano centinaia di migliaia di rifugiati siriani ed anche con iniziative come quella dei “corridoi umanitari”, attuata dalla Comunità di Sant’Egidio.

L’Inviato Speciale è il funzionario incaricato di seguire l’attività negoziale multilaterale che si sviluppa intorno ad una situazione di crisi che tocchi nostri interessi diretti.  Egli cerca di assicurare la presenza italiana ai fori negoziali e stabilire una solida rete di contatti con i propri omologhi e attingendo anche all’esperienza di chi operi sul terreno (ONG, etc.), per formulare proposte ai propri superiori e a livello politico. Di fatto tutti i maggiori Paesi occidentali hanno propri Inviati Speciali o Rappresentanti Speciali per la Siria, figura che, con mia sorpresa, non ho trovato per l’Unione Europea.

La Risoluzione 2254 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sollecita una risoluzione pacifica, così come prevede trattative pacifiche la nostra Costituzione. In questo un delegato italiano all’ONU poco fa ha ribadito ha ribadito la necessità che il processo di pace includa piena responsabilità per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi in Siria. Allo stesso tempo è indubbia la necessità di mettere un punto il prima possibile a un conflitto lungo e logorante per la popolazione siriana. Come conciliare l’obiettivo della piena responsabilità e quello della conclusione della guerra?

Per le democrazie occidentali è irrinunciabile il principio della responsabilità di un governo che abbia commesso gravi crimini contro il proprio popolo, a partire dal ricorso alle armi chimiche, crimine per il quale la Siria è stata recentemente sospesa dall’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche/OPAC. Quindi è esclusa la piena normalizzazione dei rapporti con quel Governo. È tuttavia inevitabile chiedersi se, al di sotto di queste linee rosse, alcune delle posizioni che si sono accumulate nel corso di un decennio non siano per alcuni aspetti da rivedere. In alcuni Paesi europei non mancano del resto segnali di un’impazienza che, per ragioni di politica interna, induce anche a forzature. Grandi polemiche ha suscitato ad esempio la decisione della Danimarca di revocare la protezione umanitaria a siriani provenienti dall’area di Damasco sostenendo che si tratti di una zona ormai sicura, mettendo quindi in crisi l’assunto secondo il quale mancano in Siria le condizioni per un rientro dei profughi che sia sicuro, dignitoso e volontario. Ben più rilevanti sono le pressioni per un rientro di rifugiati in Paesi, come il Libano, già in fortissime difficoltà economiche.

L’apparato sanzionatorio europeo contro il regime siriano venne introdotto nel 2012-13 in una fase della crisi completamente diversa, nella quale Assad sembrava vicino alla caduta e vi era un’opposizione da alcuni riconosciuta come “legittima rappresentante del popolo siriano”. A dieci anni di distanza il contesto è radicalmente cambiato e quello stesso apparato sanzionatorio è oggetto di critiche da parte delle ONG europee che gestiscono gli aiuti umanitari, ad esempio per il problema della over compliance del sistema bancario che rende impervi i trasferimenti di denaro. Ma oggetto di rilievi, anche da parte di organismi internazionali, è il divieto – introdotto successivamente alle sanzioni – di interventi di “ricostruzione” fino a quando non sia avviata una “credibile soluzione politica”, come da ultimo ribadito nella Conferenza di Bruxelles dello scorso marzo. Ad esempio, il divieto rende complessa la manutenzione di un acquedotto o di una centrale elettrica, anche se costruiti prima del 2011. Ma senza interventi che vadano oltre l’aiuto umanitario inteso in senso stretto non è immaginabile si possano creare le condizioni per un rientro dei profughi.

In definitiva ritengo che, muovendosi con estremo pragmatismo e senza mettere in dubbio i cardini della linea europea, sia possibile verificare margini che consentano di andare oltre l’assistenza per la pura sopravvivenza a favore della creazione di qualche attività economica sul territorio e la riabilitazione delle infrastrutture essenziali. Ritengo anche che si possa approfondire la possibilità di meglio definire i contenuti della ”eccezione umanitaria” senza che questo significhi chiedere l’abolizione delle sanzioni; un approccio del resto adottato lo scorso anno dall’Unione Europea con le sue guidelines sulla fornitura di aiuti per combattere l’epidemia Covid.

Il 26 maggio ci saranno le nuove elezioni presidenziali in Siria, le seconde durante la guerra civile. L’elezione precedente, che aveva rieletto Assad larghissima maggioranza, era stata delegittimata dagli oppositori del regime siriano (incluse potenze e organizzazioni occidentali). Quale sarà il significato di queste nuove elezioni?

È chiaro che queste elezioni non sono in linea con la Risoluzione 2254 e quindi non avranno nessun valore per una normalizzazione dei rapporti con Damasco, come del resto affermato da una Dichiarazione del Quint già lo scorso 15 marzo. Pedersen al Consiglio di Sicurezza ONU si è limitato a prendere atto dello svolgimento delle elezioni, ribadendo la loro estraneità al percorso delineato dalla Ris. 2254. Sappiamo che la rielezione di Assad è scontata e Damasco sa che ci sarà una reazione negativa da parte occidentale, ma non credo si tratti di un passaggio di particolare rilievo nella storia decennale della crisi. Potrebbe essere più interessante la fase post-elettorale se, come sostengono molti, Assad una volta rieletto vorrà dare un concreto segnale di apertura su qualche tema, come gli sarebbe chiesto anche da parte russa, per dare ai propri sostenitori interni la speranza che gli anni futuri siano meno disastrosi di quelli passati. Si tratterà poi di verificare la credibilità di un tale, eventuale segnale.

La questione della ‘rinascita’ dell’ISIS sta attirando nuova attenzione mediatica: si può davvero parlare di rinascita? Cosa comporta la presenza di cellule terroristiche per il processo di pace, che coinvolge tutte le parti ma non queste organizzazioni?

La dimensione territoriale del Califfato è stata eliminata e non è immaginabile un suo ritorno nello scacchiere siro-iracheno, ma non è stato eliminato Daesh in quanto tale.  Le cellule al momento sono sparse in località rurali e desertiche e i loro attacchi sono più circoscritti, ma si calcola che i miliziani in Siria possano essere circa 3 mila. E va ricordato che Daesh, contenuto nei suoi luoghi d’origine, va sempre più infiltrandosi in varie zone del continente africano dove vi siano condizioni di fragilità, da ultimo ad esempio in Mozambico. Se ne parlerà nella Ministeriale della Coalizione Globale che sarà ospitata in Italia e che dedicherà una specifica attenzione anche agli interventi per la stabilizzazione delle zone liberate, nella consapevolezza che il fenomeno terrorista va affrontato sul piano militare, ma anche nelle sue dimensioni socioeconomiche.

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