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NewsLa partecipazione di Taiwan all’interno delle Organizzazioni Internazionali

La partecipazione di Taiwan all’interno delle Organizzazioni Internazionali

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Un’analisi delle possibilità di modelli inclusivi per Taiwan all’interno degli organismi internazionali. La struttura e le norme degli organismi internazionali favoriscono l’inclusione di Taiwan negli stessi mentre i meccanismi basati sui compromessi semantici vengono usati dal governo taiwanese in ambito internazionale per affermare la totale indipendenza statuale e politica.

Nella comunità internazionale si è soliti riferire a Taiwan come ad un pariah state, cioè una entità tenuta ai margini della vita sociale internazionale. E se questo risulta in parte vero per le Agenzie Specializzate (AS) delle Nazioni Unite da cui il paese continua ad essere escluso, meno vero lo è invece in relazione alle altre organizzazioni intergovernative (OIG), non pertinenti il sistema ONU.

Alla fine del 2020 infatti, Taiwan risultava parte di 39 organizzazioni internazionali. La ragione di questa discrasia risiede nel fatto che l’adesione di Taiwan ad una qualunque delle AS, anche la più tecnica come l’OMS, venga interpretata dalla Repubblica Popolare Cinese (RPC) come un mezzo attraverso il quale Taipei potrebbe ottenere il riconoscimento della propria esistenza nelle Nazioni Unite.

In altri termini un’eventuale ingresso di Taiwan nell’OMS o nell’ICAO potrebbe comportare un precedente talmente importante da far scaturire un effetto domino nel sistema delle AS, fino ad arrivare alla possibilità di discutere una membership taiwanese dentro l’ONU.
Un esito che sarebbe inviso a Pechino ancora ferma nella rivendicazione di sovranità sull’isola. Un discorso diverso invece può farsi per le altre organizzazioni internazionali dove appunto si registra una presenza, seppur marginale rispetto agli altri Stati, ma rilevante di per sé per Taiwan.

Questa presenza è stata poi costantemente al rialzo, poiché se nel 1991 il paese era parte di 11 OIG, oggi queste sono diventate 39. Ancora più significativo è il fatto che Taiwan detiene il seggio in OIG in cui è presente anche la RPC, consolidandosi quella che è una rara dual membership, ossia la contemporanea partecipazione di Pechino e Taipei ad un organismo internazionale, deroga prominente alla One China Policy. Il motivo per cui la Cina presti assenso a tale stato di cose è presto detto: in tanto Pechino rilascia l’exequatur in quanto la concreta modalità di partecipazione di Taiwan a tali organizzazioni internazionali non sia manifestazione esteriore dell’indipendenza del paese.

Le formule denominative utilizzate da Taiwan dentro OIG come la Asian Development Bank o la World Trade Organization sono il necessario compromesso che l’isola ha dovuto accettare per avere un seggio in questi consessi globali. Queste sigle – si veda Chinese Taipei – sebbene siano svilenti per lo status di Taiwan, permettono infatti di superare le resistenze della RPC. Esse sembrano profilare l’applicazione sull’Isola di Formosa di quel principio, One Country Two Systems, promosso ab initio dal leader Deng Xiaoping proprio per assicurare Taiwan con ampi gradi di autonomia alla Mainland China, e che sarebbe stato infine ritagliato su misura per le due Regioni Amministrative Speciali di Hong Kong e Macau.

Il riferimento a Chinese Taipei così come a Taipei China è inquadrato da Pechino come la consacrazione che Taiwan costituisca la sua fatidica ventitreesima provincia e perciò parte inalienabile. E’ ovviamente un maquillage avente mera natura simbolica perché, come si vedrà di seguito, Taiwan partecipa a queste OIG come un qualsiasi altro Stato sovrano, sebbene con curiose diciture che ne turbano quantomeno la dignità. Si analizzeranno quindi i casi più emblematici di presenza taiwanese in questi organismi.

Questione di sigle: Taiwan (o meglio Taipei, China) nella Asian Development Bank

Il modello della dual membership è stato sperimentato per la prima volta in un’organizzazione intergovernativa regionale, la Asian Development Bank (ADB), di cui Taiwan è stata membro sin dal 1967. Quando la Repubblica Popolare Cinese espresse per la prima volta interesse a aderire all’ADB nel 1983, si dovette ovviamente affrontare la questione delicata della membership delle due realtà involte nell’organizzazione.

La RPC avrebbe sperato che la questione venisse affrontata in termini di “rappresentanza cinese”, replicando cioè la procedura che portò alla Risoluzione 2758 delle Nazioni Unite e sostituire così la delegazione taiwanese con quella cinese, unica legittima rappresentante della Cina nel mondo. Tuttavia, qui la RPC avrebbe incontrato una forte resistenza da parte del Giappone e degli Stati Uniti, i due principali contributori dell’ADB. Questi due paesi in particolare sostennero la necessità di una dual membership nel senso che Taiwan avrebbe mantenuto il suo status di membro a pieno titolo, mentre la RPC avrebbe potuto aderire come nuovo membro. Dopo estenuanti trattative, il 26 novembre 1985 la RPC e l’ADB siglarono un Memorandum of Understanding in cui si enunciavano le condizioni per l’ingresso di Pechino nel consesso: non appena la delegazione cinese si sarebbe insediata, quella taiwanese avrebbe potuto tenere il seggio ma sotto la dicitura di “Taipei, China”.


In seguito alla stipula del MOU e all’entrata della RPC nell’organismo nel 1986, ci fu una fervente opposizione da parte delle autorità taiwanesi, non prone ad accettare il declassamento nominale in Taipei, China. Così, Taiwan rifuggì i forum annuali dell’ADB nel 1986 e 1987, partecipando solamente a poche riunioni di natura tecnica che non involvessero cioè simboli statuali quali la bandiera nazionale, il nome ufficiale e similari. Dentro e fuori il governo taiwanese si confrontavano due opinioni diverse intorno al Memorandum. I contrari ritenevano che la nomenklatura Taipei, China fosse diminuente lo status del paese, in quanto lo declassava al rango di mera articolazione locale, al pari di Hong Kong.

Vi era anche il timore che dopo la variazione del nome ufficiale nell’ADB, altri forum avrebbero richiesto lo stesso accomodamento alle autorità taiwanesi. I favorevoli al documento invece agivano una serie di argomentazioni. Per costoro, Taipei China avrebbe comunque continuato ad esistere nell’ADB come entità de facto separata dalla RPC. Essa, pertanto, avrebbe mantenuto il diritto di voto nell’assemblea, mentre ad Hong Kong, pur presente nell’ADB, non era garantita la medesima prerogativa. Inoltre, la delegazione taiwanese avrebbe partecipato alle riunioni in una postazione distaccata da quella cinese, sancendo anche fisicamente l’alterità di Taipei, China dalla RPC.

Dopo molte resistenze, in un’ottica di puro pragmatismo, quest’ultima posizione prevalse, dal momento che pensarla diversamente avrebbe comportato l’uscita di scena di Taiwan dall’ADB. Il 1988 sarebbe stata una data cruciale, dal momento che, per la prima volta nella storia delle loro relazioni, Taiwan e la RPC parteciparono in contemporanea ad un forum multilaterale, la 22° Assemblea dell’ADB (tra l’altro tenutasi a Pechino).

La più grande OIG con membership taiwanese: il caso della World Trade Organization

Ma il traguardo diplomatico più importante segnato da Taiwan, da quando è iniziato il suo isolamento internazionale, è sicuramente il suo ingresso nel 2002 – un anno dopo l’adesione della RPC – come 144° membro nella World Trade Organization (WTO) sotto il nome di Separate Customs Territory of Taiwan, Penghu, Kinmen and Matsu.
In base all’art. 12 dell’Accordo di Marrakesh, istitutivo del WTO:

“any states or customs territories […] may accede this Agreement.”

Questa disposizione riflette la ratio sottesa alla politica del WTO per la quale ai fini della partecipazione in seno all’organismo non tanto conta l’essere o meno uno Stato quanto avere invece una capacità di governo per poter agire nell’arena commerciale.
La membership nel WTO ha dato a Taiwan indubbi vantaggi, poiché in qualità di membro, il paese può ora avvalersi del Dispute Settlement Body (DSB) ovvero di un meccanismo di risoluzione conciliativa (prima) e giurisdizionale (dopo) delle controversie commerciali tra paesi.

Un esempio su tutti dell’apporto benefico di questo si è riscontrato quando l’Argentina e la Polonia imposero restrizioni unilaterali all’importazione di prodotti tessili da Taiwan nel 1999. Taipei richiese a più riprese la cessazione di quella che era una pratica commerciale scorretta, ma non essendo al tempo membro dell’organismo, non aveva una tutela significativa. Non appena Taiwan divenne membro del WTO, il paese minacciò di far ricorso all’organo di conciliazione se entro sei mesi i citati Stati non si fossero conformati al diritto WTO. Presto detto, Argentina e Polonia notificarono Taiwan che le misure sarebbero state abrogate entro l’anno.

Un altro ancor più importante risvolto per Taiwan è che, nonostante Pechino continui ad asserire che l’ingresso di Taipei nel WTO sia avvenuto al pari di una qualsiasi Hong Kong e Macau e che pertanto le questioni commerciali al di là ed al di qua dello Stretto di Formosa siano meri affari interni, la verità legale è molto diversa ben potendo Taiwan citare la Repubblica Popolare per violazione del diritto WTO dinanzi al DSB. Una possibilità, la presente, diventata concreta nel 2021 quando la RPC ha posto unilateralmente un bando totale sull’import di ananas da Taiwan, il c.d. pineapple ban. In questa circostanza, il New Power Party – partito taiwanese di visione ferventemente indipendentista – ha richiesto al governo taiwanese di adire il DSB, anche per rimarcare la sovranità di Taiwan e così la sua completa alterità dalla Cina.

Le possibilità di inclusione di Taiwan all’interno delle organizzazioni internazionali

Dall’esame dei casi di membership taiwanese dentro le organizzazioni internazionali emergono due elementi distintivi: 1) la tecnicità delle materie involte negli organismi internazionali nonché l’estraneità di questi al sistema Onu favoriscono l’inclusione di Taiwan negli stessi; 2) il compromesso, sostanziato nell’utilizzo di formule sui generis, da una parte viene internalizzato da Pechino come prova della subalternità taiwanese alla terra madre, dall’altra viene invece internazionalizzato da Taiwan come strumento per ribadire quella che è poi una situazione effettiva, l’indipendenza dell’ente statuale in questione.

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