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TematicheItalia ed EuropaTrattato del Quirinale. Sullo spazio, Parigi fa il pieno?

Trattato del Quirinale. Sullo spazio, Parigi fa il pieno?

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Dopo tre mesi di intensi negoziati, lo scorso venerdì 26 novembre alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il Presidente francese Emmanuel Macron e il Presidente del Consiglio Mario Draghi hanno firmato a Roma, al Quirinale, il “Trattato tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Francese per una cooperazione bilaterale rafforzata”, più sinteticamente “Trattato del Quirinale”. Un trattato di cooperazione che, sembra, segnerà un significativo cambiamento nelle mai facili relazioni fra i due paesi, in un momento che si ritiene come politicamente significativo per l’intera Europa. Nel Trattato, l’articolo 7 è interamente dedicato allo “Spazio”. Dal testo, si evince come Parigi, forte dei precedenti accordi con Berlino, sia ulteriormente riuscita a legare a sé le eccellenze industriali italiane di settore, soprattutto quelle relative ai lanciatori, il vero interesse strategico francese. Risultato frutto anche della mancanza di una strategia nazionale in materia e di una leadership spaziale a livello europeo ancora non riconosciuta, nemmeno da Berlino.

Controllo e coordinamento delle tecnologie di lancio, il vero obiettivo di Parigi

Il testo del Trattato è strutturato in 12 articoli complessivi contenenti, ciascuno, temi differenti. I termini chiave che caratterizzano il testo sono: rafforzamento delle politiche bilaterali, coordinamento bilaterale, consultazioni bilaterali rafforzate e regolari. Queste sono previste sulle questioni trattate rispettivamente dall’Unione Europea e dalla NATO finanche a consultazioni regolari estese ad ogni livello in vista del raggiungimento di posizioni comuni sulle politiche e sulle questioni d’interesse comune prima dei principali appuntamenti europei. All’interno del trattato è presente, inoltre, una sezione dedicata esclusivamente all’argomento Spazio, in parte già anticipato nell’articolo relativo alla Sicurezza e Difesa ove i due Paesi si impegnano in un rafforzamento della collaborazione nel settore spaziale al fine di migliorare le reciproche capacità di operare congiuntamente nello spazio ai fini di sicurezza e di difesa, partecipando attivamente allo sviluppo di una cultura strategica europea in questo settore. Che cosa voglia dire nel concreto non è affatto chiaro, soprattutto se si pensa che proprio Francia e Germania – e non l’Italia ad oggi, e non si sa il perché – sono parte integrante del “Combined Space Operations” (CSpO) costituito da Stati Uniti, Inghilterra, Nuova Zelanda, Australia e Canada. 

Nei primi due sotto paragrafi della sezione dedicata allo Spazio, i Governi di Italia e Francia si limitano a riaffermare con una formulazione diversa quello che già, nei vari incontri bilaterali avvenuti in precedenza sul tema, è stato più e più volte dichiarato: l’importanza della cooperazione bilaterale nella costruzione dell’Europa dello spazio (quale?), il favorire il coordinamento e l’armonizzazione delle strategie ed attività dei due Paesi nel campo dell’esplorazione spaziale, ed una –sempre più stretta – cooperazione bilaterale a livello industriale, scientifico e tecnologico. Sottolineando poi come tutto questo, come sempre, debba però avvenire formalmente all’interno del quadro dell’Unione Europea e dell’Agenzia Spaziale Europea.” 

Servita dunque la “solita minestra”, la parte più importante e significativa del Trattato del Quirinale in tema spaziale tra Italia e Francia viene riportato nel sotto-paragrafo 3 dello stesso articolo. È qui che si arriva al vero – forse unico – fulcro dei più alti interessi strategici di Parigi: assicurarsi il controllo ed il complessivo coordinamento delle eccellenze industriali italiane inerenti lo sviluppo di tecnologie di lancio. Il testo infatti riporta che, nel settore dell’accesso allo spazio, i due Paesi “sostengono il principio di una preferenza europea attraverso lo sviluppo, l’evoluzione e l’utilizzo coordinato, equilibrato e sostenibile dei lanciatori istituzionali Ariane e Vega.” La nota congiunta di fine lavori riporta che l’accordo sui lanciatori siglato tra Italia e Francia “prevede inoltre ulteriori sviluppi tecnologici che consentiranno di posizionare Ariane sul mercato emergente delle mega-costellazioni e riconosce l’ambizione dell’Italia nell’Osservazione della Terra.” Per capire il valore reale di questa affermazione e di quanto riportato nel testo del Trattato stesso, è necessario fare un passo indietro, ma non tanto lontano nel tempo. 

Tutti per uno, ognuno per sé: la “legacy” dello Spazio Europeo

Circa un anno fa, proprio alla fine del mese di novembre 2020, a Palazzo Chigi ebbe luogo l’incontro tra l’allora sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega allo spazio Riccardo Fraccaro – oggi sostituito da Roberto Garofoli – e l’attuale Ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire. Nell’allora nota congiunta di fine lavori, Italia e Francia rilasciarono le solite dichiarazioni di circostanza, ovvero di condividere “importanti interessi industriali nel settore dello spazio” e di essere “consapevoli dell’importanza che le attività spaziali rivestono in termini di sovranità tecnologica, sviluppo economico, sicurezza e salvaguardia dell’ambiente”, impegnandosi in un reciproco rafforzamento nella cooperazione spaziale tra i due paesi. 

Cooperazione che, nel concreto, va dall’assegnazione di contratti per lo sviluppo di sistemi satellitari per l’Osservazione della Terra – appunto, il principale interesse strategico italiano – fino ad assicurarsi (da parte francese) il necessario sostegno industriale e finanziario di Roma nel programma Ariane-6. Accordi poi formalizzati in contratti industriali alle aziende italiane e francesi per il tramite dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), di fatto, spesso relegata ad un ruolo “notarile” degli accordi presi dai Paesi leader nei rispettivi incontri bi-laterali, esternamente ed in totale autonomia dalle preposte sedi istituzionali comunitarie. 

L’Europa dello Spazio, ad oggi, funziona ancora così, in attesa di capire quale sia l’effettivo ruolo del nuovo organo EUSPA, finalizzato proprio a ridurre lo “spezzatino” europeo. Nello stesso bilaterale, su precisa volontà francese, per la prima volta emerse l’intenzione di creare una “cabina di regia” costituita dalle tre maggiori potenze spaziali europee – Francia, Germania ed Italia – per meglio fronteggiare le sfide future dell’industria spaziale europea, in particolar modo quelle relative allo sviluppo delle future tecnologie di lancio. Eppure, l’allora nota di Palazzo Chigi sottolineava sempre l’importanza di maggior “coordinamento tra i Paesi in materia di spazio in seno ai vari organismi comunitari in particolare all’interno dell’Agenzia Spaziale Europeasottolineando come sia “indispensabile per raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi”. Visione apparentemente più europeista (quindi più ingenua?) quella italiana, che tuttavia dovette scontrarsi –ieri come oggi– con l’intraprendenza e la voglia di leadership spaziale indiscussa francese. 

Infatti, il successivo 10 dicembre 2020, il Ministro Le Maire volò a Berlino per un bilaterale con l’omologo tedesco Peter Altmaier. Alla fine dei lavori, in un comunicato congiunto, Francia e Germania annunciavano non l’intenzione, ma la fattiva creazione di un gruppo di lavoro tra i due paesi che – cita la nota – mira al “raggiungimento di posizioni comuni nella politica spaziale europea” traducendosi fattivamente nella definizione di un nuovo quadro normativo europeo.  Gruppo di lavoro a cui l’Italia, terza potenza spaziale continentale, non è stata chiamata a partecipare e di cui non vi è traccia nemmeno nell’appena siglato “Trattato del Quirinale”. Un gruppo di lavoro presieduto dalla prima (la Francia) e seconda (la Germania) potenza spaziale continentale che per la metà di quest’anno doveva produrre una relazione contente precise raccomandazioni –leggasi direttive – politiche circa le future attività industriali spaziali europee, soprattutto in materia di lanciatori. Raccomandazioni che, per quello detto in precedenza, sarebbero poi dovute essere opportunamente recepite, formalizzate e quindi implementate a livello continentale per il tramite dell’ESA/EUSPA. 

Tornando ora all’anno ancora in corso, la strategia franco-tedesca sullo spazio europeo si è arricchita di un ulteriore tassello. Lo scorso 21 luglio, infatti, a seguito delle discussioni avvenute anche durante la riunione degli Stati membri, dopo un periodo di trattative durato ben 12 mesi Francia e Germania attraverso un nuovo bilaterale hanno raggiunto un accordo intergovernativo per il sostegno di Berlino allo sviluppo del lanciatore pesante francese ARIANE-6. Settore, quello dei lanciatori, strategico per tutti i Paesi europei e non solo per la Francia che detiene, ad oggi, il totale controllo delle capacità di lancio e quindi di accesso allo spazio dell’intero continente europeo. 

Il punto più spinoso delle recenti trattative tra Parigi e Berlino – con l’Italia ancora esclusa – ha riguardato proprio il tema dei “micro-lanciatori”. Tema rispetto al quale le strategie dei due Paesi divergono in maniera significativa e che ha generato pesanti attriti tra le parti. Se da una parte infatti, con ArianeGroup, la Francia è responsabile della commercializzazione di tutti i voli spaziali europei, dall’altra la Germania porta avanti lo sviluppo di proprie ed indipendenti capacità di accesso allo spazio sostenendo la crescita di start-up private come la promettente ISAR-AEROSPACE, che prevede il lancio inaugurale di prova del suo vettore il prossimo anno, divenendo potenzialmente il primo lanciatore privato “europeo” ad essere immesso in servizio. Bi-laterale che ha portato Parigi ad incassare il (necessario) sostegno tedesco al programma ARIANE-6 e per il quale i Ministri dei due Paesi non hanno rivelato cifre di riferimento, in cambio del “via libera” a Berlino per lo sviluppo dei micro-lanciatori. Vettori questi certamente inferiori per dimensioni e quindi prestazioni a quelli della famiglia ARIANE, ma forti candidati ad erodere gli importanti spazi commerciali della sempre più crescente domanda di accesso alla cosiddetta “orbita bassa” (Low Earth Orbit, LEO), terreno di caccia anche della stessa Ariangroup.

E l’Italia? 

L’Italia ancora una volta subisce il peso delle decisioni prese – in anticipo e per tempo – da Francia e Germania. Come anticipato, il Trattato del Quirinale lascia come compenso all’Italia – forse e nemmeno più di tanto – il solo impegno di Parigi nel riconoscere non la leadership, ma le relative ambizioni di Roma nel settore dei sistemi orbitali (duali) devoti all’ Osservazione della Terra.  Con non poca amarezza, si ricorda che all’ultima ministeriale ESA tenutasi a Siviglia nel 2019, sede nella quale è stato approvato il più alto budget di sempre dell’Agenzia Spaziale Europea e dove l’Italia ha innalzato il suo investimento nei programmi dell’Agenzia a 2.3 miliardi di Euro, né Berlino né tantomeno Parigi si sono resi disponibili a supportare il finanziamento dello sviluppo del lanciatore italiano VEGA. Anzi, un rapporto del Senato francese chiedeva in maniera esplicita di: «non sviluppare VEGA-E per lanciare piccoli satelliti». Settore che Parigi – come la stessa Berlino – non vuole certo farsi scappare. Dichiarazioni che, -lo sottolineiamo con ancor più amarezza- non hanno suscitato alcuna reazione da parte delle istituzioni italiane: Parlamento, Comint, ASI e gli stessi stakeholder del settore chiusi in un assordante silenzio

Il peso dell’assenza di una leadership (mai) riconosciuta

In linea di continuità, la sigla degli accordi in materia spaziale contenuti nell’Articolo-7 del Trattato del Quirinale continuano a significare che l’Italia, in virtù della sua totale assenza di una leadership riconosciuta specialmente dopo lo scotto (che ancora brucia) della mancata nomina a Direttore Generale di ESA di un italiano, non solo si troverà “da sola” nel sostenere lo sviluppo del suo lanciatore – e di altri programmi di punta come Space Rider – ma vedrà gli spazi di mercato di utilizzo di VEGA subordinati alle strategie di Parigi, se non addirittura (anche) a quelle di Berlino. Nonostante il lanciatore italiano abbia ampiamente dimostrato l’eccellenza e la competitività delle sue prestazioni a livello mondiale, prima di VEGA l’ESA finirà per usare i lanciatori francesi e quelli tedeschi. A riprova di tutto ciò, è del marzo scorso la notizia della firma del contratto tra AVIO ed ArianeGroup per la fornitura di 10 vettori VEGA-C il cui debutto al volo è previsto per il mese di aprile 2022, ma che vede invece l’effettiva commercializzazione dei suoi lanci solo a partire dal 2023 (stime odierne) perché subordinati proprio alle attività del lanciatore francese ARIANE-6 di cui lo stadio propulsivo principale di VEGA – il P120c – costituisce proprio il primo stadio (booster laterali). Contratto che, da una parte permette certamente il mantenimento e lo sviluppo dell’eccellente filiera industriale e tecnologica italiana, ma dall’altro, di fatto, vincola le più importanti risorse nazionali, sia tecniche che finanziarie, in termini di tecnologie di lancio al soddisfacimento di obiettivi strategici di nazioni terze. L’ultimo volo di VEGA avvenuto lo scorso 16 novembre -l’ultimo prima del debutto della versione “C”- ha portato in orbita tre satelliti militari francesi: Ceres 1-2 e 3 aventi capacità “SIGNINT” (Signal Intelligence, ovvero aventi capacità di analisi dello spettro elettromagnetico). Il tutto mentre l’Agenzia Spaziale (ASI) per inserire in orbita il secondo satellite (italiano) della costellazione Cosmo-SkyMed per l’osservazione della Terra – di utilizzo duale e quindi anche per operazioni militari e di intelligence del nostro paese – è stata costretta a rivolgersi alla Space-X di Elon Musk, ovvero ad un paese che, per quanto alleato, è un “paese terzo” a cui vengono “affidati” assets nazionali di altissimo valore strategico. Lancio che sarebbe dovuto proprio avvenire con il debutto del VEGA-C, inizialmente programmato per il 2021. Il tutto quindi a scapito degli interessi nazionali, invece fortemente difesi e costantemente perseguiti da Parigi e Berlino, come i fatti dimostrano. Per quanto i contenuti generali del Trattato del Quirinale aprono ad una -apparente ma fortissima – spinta europeista che mira al rilancio dell’Europa dello Spazio vista come unione di tutti 27 i paesi, alla luce dei dati finanziari, questo sembra però risultare più come un auspicio fine a sé stesso che un impegno concreto. È chiaro come Macron, in una ipotetica incertezza della strategia tedesca del post-Merkel, abbia deciso di porgere la guancia all’Italia, riequilibrando – ma sempre a suo favore – il traballante status quo. In generale, in Italia, l’opposizione al Trattato è piuttosto contenuta. Di contro, Marine Le Pen, leader Rassemblement National, ha parlato invece del trattato come di una prova che i governi nazionali, e non l’UE, sono i principali attori della scena internazionale: «Mi pare in realtà un ulteriore segno del grande ritorno delle nazioni e delle relazioni bilaterali tra Paesi sovrani», a riprova di quello che, come descritto in precedenza, si osserva proprio al livello delle istituzioni comunitarie come l’ESA. Ulteriore lettura sull’obiettivo del Trattato potrebbe essere anche quello di dare una spallata alla Germania per scombinare le posizioni sul podio, anche se «L’amicizia con Roma non sostituisce quella con Berlino» ha voluto precisare il titolare dell’Eliseo, che poi aggiunge: «Angela Merkel è ancora in carica, le ho parlato stamattina per coordinare le iniziative di fronte alla nuova variante del virus. Ho troppo rispetto e amicizia per lei per parlare di un nuovo alleato. In Francia si dice che quando le cose vanno male con la Germania, si guarda all’Italia. Ma non funziona così: l’Europa si costruisce a 27, non bisogna cercare nelle diverse alleanze i sostituti di uno o dell’altro, sono rapporti che si completano e si rafforzano». Dichiarazioni che suscitano, fatti alla mano, parecchie perplessità e facili ironie.

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