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La Tunisia tra crisi politica e sanitaria. Intervista alla Prof.ssa Silvia Finzi

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La Tunisia, quasi 12 milioni di abitanti per un territorio incastonato come un architrave nella geopolitica del Mediterraneo meridionale/Africa settentrionale, per poco più di 160 kmq (una metà abbondante della superficie territoriale italiana), distante dalle coste italiana soli 150 km, da Cap Bon a Marsala. Il canale di Sicilia è da sempre il simbolo di due realtà interconnesse dalla notte dei tempi, quel che ora consideriamo due continenti separati (e da mantenere tali), in realtà queste son state da sempre le coste del braudeliano “continente liquido” mediterraneo. L’interesse per la stabilità della Tunisia è dunque cruciale per la stessa stabilità dell’Italia, in particolare per la questione migratoria, che in queste settimane sembra esplodere non solo per le ottime condizioni stagionali del mare, ma anche e soprattutto per l’incremento di cittadini tunisini che sbarcano sulle coste italiane a bordo di piccole imbarcazioni.

Questa complessa situazione pone dunque l’esigenza di una comprensione profonda e reale dell’attuale crisi in Tunisia, dove la grave crisi economica e sociale, inasprita dalla pandemia di Covid-19, si è aggiunta ad una crisi politica sfociata nella sospensione del Parlamento e nella destituzione del Primo Ministro Mechichi, lo scorso 25 luglio.

Per comprendere la situazione attuale abbiamo intervistato la Prof.ssa Silvia Finzi, docente di Civiltà Italiana presso la Facoltà di Lettere, Arti e Discipline Umanistiche dell’Università della Manouba. Presidente del Comitato Dante Alighieri Tunisi e Direttore responsabile del giornale «Il Corriere di Tunisi», Silvia Finzi è intellettuale autorevole e noto per l’impegno a favore dei diritti delle donne e delle minoranze nel contesto arabo-musulmano.

A dieci anni dallo lo scoppio delle cosiddette primavere arabe, quella tunisina è stata considerata l’unica storia di successo. Tuttavia, la decisione del presidente Kais Saied sembra compromettere il percorso di democratizzazione intrapreso da Tunisi.

Bisogna prima di tutto considerare la storia specifica della Tunisia. Quando evochiamo in particolare dall’Occidente “le primavere arabe” si tende in effetti a considerare che siano state le stesse cause a produrre gli stessi effetti ma non è cosὶ. Se il denominatore comune era il cambio di regime che da decenni, ventenni o più dominava la regione, se è vero che queste risvegliano nella popolazione la speranza di ritrovare una centralità che dalle lotte per l’indipendenza non avevano più avuto, è vero anche che tra le prime manifestazioni contro il regime di Ben Ali e quelle contro Gheddafi, ad esempio, ci sono poche somiglianze se non il conclamato effetto “domino”.

La Tunisia già prima dell’Indipendenza è uno Stato ben strutturato con una costituzione, in vigore nel 1861. Con l’indipendenza del marzo ‘56 si consolida lo stato-nazione che avrà il suo apogeo con la deposizione del sovrano beylicale e l’avvento della Repubblica guidata da Habib Bourguiba il 25 luglio 1957. Non a caso, l’attuale presidente Saïed ha operato questo colpo di forza gelando l’attività dell’attuale parlamento proprio il giorno della Festa della Repubblica. In seguito alle elezioni del 2011 che vedono gli islamisti vincere parzialmente le elezioni, ci vorranno tre anni di discussioni parlamentari accese, una forte mobilitazione della società civile, l’intervento delle forze sociali (ad esempio sindacati e patronati) per approvare la nuova costituzione, quella del 2014.  In questi anni ed ancora prima della drammatica crisi sanitaria, le libertà democratiche erano già minacciate, pensiamo alla gravissima impunità degli assassini politici e dei terroristi, all’abbandono delle pratiche giuridiche riguardanti terroristi di ritorno della Siria e dalla Libia, all’ingerenza degli islamisti nelle amministrazioni statali, al sistema clientelare, alla corruzione, al forte legame tra criminalità organizzata e terrorismo, all’indebolimento dello Stato ed un’economia informale dirompente, con nuove alleanze politiche internazionali.

In questo contesto, Kais Saied si presenta alle elezioni presidenziali del 2019 ottenendo il 72,71% dei voti a favore contro l’uomo d’affari con vari procedimenti penali a carico, Nabil Karoui, alleato di Ennadha – il partito islamista detto “moderato”. Il Presidente si presenta come alternativa ai partiti politici che hanno trasformato il Parlamento in una penosa arena di circo. Egli viene percepito come un patriota incorotto e vicino alle istanze popolari. Si contrappongono a mio parere, ma è ancora troppo presto per dare un giudizio, due modelli di stato: lo stato nazione e lo stato islamico. Saied pur non essendo in contrasto con la religione ed i suoi principi al punto di apparire per molti versi un conservatore, difende lo stato nazionale. Non a caso tutte le manifestazioni e le altercazioni tra democratici ed islamisti hanno visto la bandiera nazionale diventare protagonista – ricordo a questo proposito l’episodio di occupazione dell’Università della Manuba nel 2012 con il tentativo di strappare la bandiera nazionale per sostituirla con la bandiera nera islamista e l’atto eroico di una studentessa nel riposizionare la bandiera nazionale…

Ebbene, per quale motivo gran parte della popolazione ha mostrato sostegno nei confronti della decisione di Saied?

La Tunisia inoltre sta affrontando una crisi economica senza pari che vede i giovani, in particolare, subirne le conseguenze. Attualmente il tasso di disoccupazione è superiore al 30% ed in alcune regioni si avvicina addirittura al 50%. In questo senso, le nuove generazioni, vivono il discorso di vicinanza alle istanze popolari del Presidente con molto entusiasmo.

I partiti si sono arricchiti spudoratamente, il Parlamento ha perso la sua credibilità ed abbiamo assistito a violenze inconsuete contro donne deputate.  Le istituzioni statali hanno dato l’impressione di aver perso ogni forma di potere e sembrano navigare a vista provocando un sentimento di forte instabilità. Il risultato è che i tunisini hanno perso ogni forma di riferimento politico, sociale, economico ed anche religioso poiché anche questa monopolizzazione politica della religiosità comincia a pesare sugli stessi credenti. Ciò che ha ulteriormente indispettito la popolazione in questo contesto è stata l’oltraggiosa richiesta di somme miliardarie di risarcimento da parte degli islamisti per aver subito danni morali ed economici durante la dittatura di Ben Ali. Queste richieste, in un contesto in cui l’impoverimento della popolazione, dovuto anche ad un forte rincaro della vita, è stata probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Alla crisi economica, inoltre, si è aggiunta quella pandemica con una gestione catastrofica della crisi sanitaria.

Saied, fin dalla campagna elettorale, si richiama al ripristino dei veri valori della rivoluzione, traditi da una classe politica inadatta a gestire la democrazia…

Le regioni da cui era partita la “rivoluzione” del 2011 sono ancora più disastrate di prima. La rivoluzione era stata fatta in nome di due principi: dignità e libertà. Il tunisino nel 2021 si sente tradito e vede nel giurista Saied una possibilità di uscire dall’impasse per questo è comprensibile lo scoppio generale di gioia e la rinnata speranza nel futuro del paese che hanno accompagnato, questo 25 luglio, le misure presidenziali. All’internazionale invece si è gridato al colpo di stato o al tradimento dei principi della rivoluzione. In Tunisia si inneggia con questo atto al possibile compimento degli ideali che avevano mosso le masse contro la dittatura. E quindi ci troviamo di fronte a chi teme da una parte il ritorno alla dittatura e dall’altra a chi spera che finalmente, dopo dieci anni di tradimenti delle attese dei cittadini, la rivoluzione della dignità e della libertà si possa realizzare. Malgrado l’entusiasmo, la popolazione non nasconde i timori di una possibile reazione della fratellanza islamica, e neppure la preoccupazione che le reti mafiose i cui interessi saranno toccati, possano creare instabilità e perfino atti di terrorismo. Esiste infine anche la paura di un ritorno al potere unico qualora le garanzie democratiche non vengano rispettate dopo i 30 giorni di sospensione del Parlamento.

Per molti tunisini, soprattutto quelli più giovani, l’unica speranza è lasciare il Paese, anche mettendo a rischio la loro vita. Diversamente da quanto affermato su alcune testate italiane, non sono le misure presidenziali a spingere i tunisini all’emigrazione ma le pessime condizioni di vita attuali. Si è parlato di colpo di stato ma non ci sono militari nelle strade e non è stata versata una goccia di sangue. La campagna vaccinale è stata da poco ripresa e si sta tentando di ridare credibilità alla giustizia anche penalizzando i parlamentari con procedimenti penali a carico, privandoli dell’immunità.

Le primavere arabe hanno messo in evidenza un’enorme frattura all’interno del mondo sunnita rispetto all’Islam politico. Se l’Arabia Saudita, insieme all’Egitto e agli Emirati Arabi Uniti hanno mostrato la volontà di mantenere lo status quo, Turchia e Qatar hanno invece sostenuto il cambiamento. Come si pone la Tunisia all’interno di questo quadro? I partiti di ispirazione islamica sono davvero la chiave di lettura della crisi?

La frattura tra Maghreb e Mashreq non è una novità. Nello stesso Maghreb, Marocco ed Algeria sono in conflitto da decenni per la questione saharawi. La Libia è stata da sempre il giocattolo dolente degli interessi internazionali, Siria e Libano hanno avuto momenti di forte tensione e via di seguito. Arabia Saudita e Qatar sono antagoniste. Lo Yemen è lacerato dalla guerra. Anni fa la guerra del Golfo iniziò con l’invasione irachena del Kuwait e ci sono molti altri esempi. L’idea di una comunità sunnita o di un panarabismo non è soltanto superata, ma mai esistita realmente. In questo quadro si inseriscono poi le alleanze internazionali che sono diverse e spesso antitetiche.

La Turchia e il Qatar hanno sostenuto le “primavere arabe” quando i fratelli musulmani hanno preso il potere in Tunisia, Egitto e Libia ed hanno anche reso possibile ai giovani combattenti di varcare le frontiere facilmente per la Siria. Inoltre, non bisogna paragonare quello che sta succedendo in Tunisia oggi con l’Egitto di Al Sisi. Qui la nazione non si identifica col potere militare e da sempre i militari sono al servizio della Repubblica e non il contrario, anche se persistono dubbi ed interrogativi sulla gestione futura del paese.

Da un punto di vista espansionistico, Qatar e Turchia si stanno imponendo nel Maghreb turbando i soliti equilibri internazionali. L’ultimo acceso conflitto tra deputati verteva proprio sul voto in Parlamento di un disegno di legge relativo all’apertura di un ufficio del Qatar Development Fund nel Paese, approvato grazie al voto del partito Ennadha e del partito radicale islamista El Karama il 30 giugno scorso.

Oltre allo stallo politico, la Tunisia sta attraversando anche una gravissima crisi sanitaria, economica e sociale. Il Paese, in piena quarta ondata pandemica, registra uno dei più alti tassi di mortalità al mondo, mentre la disoccupazione è in aumento e i settori chiave dell’economia continuano ad essere bloccati. Un piano di aiuti internazionali potrebbe davvero salvare la Tunisia dal tracollo?

Un piano di aiuti internazionali certamente aiuterebbe, ma occorre chiarire quale ne sarà il prezzo in termini di alleanze geopolitiche. Aiuti in materia sanitaria stanno arrivando ultimamente e stanno compensando in parte il fabbisogno di ossigeno e vaccini. Ma questo è un problema che tocca tutta l’Africa dove l’ineguaglianza sanitaria è una drammatica realtà. In Tunisia la campagna vaccinale sta riprendendo dopo un periodo di stasi. Speriamo che si prosegua in questo senso.

Andrea Carteny, Sapienza Università di Roma

Jessica Pulsone, Centro Studi Geopolitica.info

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