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USA e Iran: il nucleare e gli equilibri del Medio Oriente

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Sono iniziati, a Vienna, i primi colloqui tra Stati Uniti e Iran, che hanno come obiettivo quello di provare a rilanciare un accordo quadro sulla questione nucleare. Colloqui, al momento, ancora indiretti tra le due parti, che hanno utilizzato funzionari e rappresentanti dei paesi europei interessati come intermediari. Le prime impressioni, stando a dichiarazioni ufficiali, sono state positive, specialmente per voce europea, come sottolineato da Enrique Mora, Vice-Segretario generale del Servizio europeo per l’azione esterna dell’Unione europea. Rimane comunque una partita aperta e complicatissima, per la moltitudine di attori coinvolti, per il forte rischio di mancata convergenza di interessi, e per l’instabilità del sistema all’interno del quale si muove uno degli attori protagonisti, l’Iran.

Come siamo arrivati a questo punto?

Il punto di partenza è certamente l’uscita dal JCPOA annunciata dall’amministrazione Trump l’8 maggio del 2018, facilmente leggibile ai sensi delle numerose dichiarazioni in campagna elettorale e dall’analisi del documento strategico – la National Security Strategy – prodotto dall’amministrazione solo pochi mesi prima, che facevano intuire la volontà di un cambio di tattica nella politica mediorientale. Il seguito dell’uscita dall’accordo sul nucleare è noto: gli Stati Uniti hanno applicato una politica di massima pressione nei confronti di Teheran, che si è fortemente amplificata nel momento in cui lo Stato Islamico è stato sconfitto a livello territoriale. Eliminata – almeno geograficamente – tale minaccia, Washington si è concentrata sul limitare le volontà egemoniche iraniane con una serie di azioni militari e soprattutto economiche. Anche la controparte iraniana, venuto meno il quadro giuridico di riferimento (che limitava per 15 anni l’arricchimento dell’esafluoruro di uranio al 3,67% – definendo anche un massimale di stoccaggio -, oltre a ridurre il numero di centrifughe installate in Iran a circa 6.000 unità), ha iniziato una serie di azioni per aumentare la propria pressione sulla comunità internazionale, e arrivare ad un potenziale nuovo tavolo di trattative in posizione di forza. Già nel giugno del 2018 l’Iran ha annunciato la volontà di aumentare l’arricchimento dell’uranio, tramite la produzione di nuove centrifughe. Verso la fine del 2019 sono iniziate le frizioni con l’Agenzia atomica internazionale: a novembre l’Iran ha annullato l’accreditamento di un ispettore nucleare delle Nazioni Unite. Nel novembre dello scorso anno, invece, l’AIEA ha diramato un documento nel quale accusava Teheran di aver stoccato 10 volte oltre i limiti stabiliti dall’accordo del 2015 le sue riserve di uranio a basso arricchimento, e inoltre di aver superato il limite del 3,67%, arrivando al 4,5%.

Gli ultimi mesi hanno visto l’acuirsi dell’escalation: nel gennaio del 2021 l’Iran ha palesato all’AIEA, senza stabilire tempistiche precise, la volontà di arricchire l’uranio fino al 20% presso l’impianto di Fordow; nel febbraio del 2021 la Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha affermato che Teheran potrebbe arricchire l’uranio fino al 60%. Sempre nel febbraio dello stesso anno sono continuate le frizioni con l’Agenzia atomica internazionale: l’Iran ha infatti limitato le ispezioni, ponendo fine all’attuazione del “Protocollo aggiuntivo” del JCPOA che consentiva all’Agenzia internazionale per l’energia atomica di effettuare ispezioni con breve preavviso. Negli ultimi giorni, in pieno svolgimento dei colloqui di Vienna, i massimi esponenti iraniani hanno alzato la posta: Rouhani ha affermato, in risposta al “terrorismo nucleare” avvenuto a Natanz, la volontà di iniziare il processo di arricchimento dell’uranio per arrivare sino al 60%. Volontà confermata da Kazem Gharibabadi, rappresentante iraniano presso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Tali dichiarazioni hanno provocato una reazione anche da parte degli Stati europei coinvolti nei colloqui (Francia, Germania e Regno Unito), che tramite una dichiarazione congiunta si sono definiti “preoccupati”.

Inoltre, proprio nelle ultime ore, Rouhani ha affermato che l’Iran è in grado di iniziare un processo di arricchimento sino al 90%, anche se ha garantito la volontà di non arrivare a possedere un’arma nucleare. Inoltre, forse per smorzare i toni e le reazioni conseguenti le dichiarazioni sull’inizio del processo di arricchimento al 60%, sempre Rouhani, come riportato da Al Jazeera, ha dichiarato: “il nostro programma nucleare è pacifico. Se ci assicuriamo che le sanzioni saranno revocate, faremo marcia indietro sui nostri passi nucleari.” Un messaggio distensivo, che segue una serie di azioni e dichiarazioni aggressive, anche in vista del secondo round di colloqui a Vienna.

La questione regionale

Come scritto in premessa, la partita è ampia e complicata. Sono tanti gli attori che guardano con attenzione il dossier, e non solo quelli che sono direttamente interessati dai colloqui. L’apertura di credito (ancora vaga, ma comunque esistente) che la nuova amministrazione americana sta concedendo all’Iran non può soddisfare i due protagonisti dell’attuale ordine regionale, Israele e Arabia Saudita, che hanno timore per un’inversione della politica mediorientale statunitense. Inoltre, l’escalation lanciata dalla ripetuta volontà iraniana di rafforzare le proprie capacità nucleari rischia di allargarsi su scala regionale. Israele, soprattutto negli ultimi mesi, ha aumentato la sua politica di massima pressione su Teheran, con l’obiettivo di impedire, o quantomeno ostacolare, lo sviluppo di un programma nucleare iraniano. L’esecuzione dello scienziato Mohsen Fakhrizadeh, una delle figure principali per i progetti nucleari iraniani, avvenuta nei pressi di Teheran nel novembre del 2020, va inquadrata all’interno della strategia israeliana citata poc’anzi. Stesso dicasi per l’incidente avvenuto domenica 11 aprile nella centrale di Natanz in Iran: una bomba, forse posizionata anni fa da una “talpa interna”, azionata a distanza, ha prodotto una serie di deflagrazioni che hanno messo fuori uso il sistema elettrico, arrecando danni all’intera centrale, ma soprattutto danneggiato diverse migliaia di centrifughe. Un danno che, secondo le prime stime, rischia di rallentare di circa 6-9 mesi il programma nucleare iraniano. Un colpo che chiaramente può avere ricadute in termini di peso sul tavolo della trattativa di Vienna. Il conflitto e le tensioni, come detto, in Medio Oriente travalicano i confini politici dei paesi, e si sviluppano su piani totalmente asimmetrici: per tale ragione l’Iran ha attaccato, pochi giorni dopo, con un missile, un mercantile israeliano a largo degli Emirati, non appena attraversato lo stretto di Hormuz.

Il punto di fuga

Per gli Stati Uniti, come già ribadito nei precedenti numeri della newsletter, la posizione sembra essere quella più complicata: la volontà di un ritorno ad una regolazione del programma nucleare iraniano deve ponderarsi con l’attuale sistema regionale, in equilibrio con gli interessi degli alleati. Nel Partito Democratico c’è la consapevolezza che i rapporti di forza nella regione sono ben diversi rispetto a quelli lasciati 4 anni fa, e c’è altresì – si leggano le molte dichiarazioni di Blinken sul tema – convinzione che la struttura del vecchio JCPOA non è adeguata a contenere l’espansionismo di Teheran. Un nuovo accordo deve passare anche per una regolamentazione del programma missilistico e deve riguardare il ruolo delle milizie dispiegate nei vari scenari di guerra. Dal punto di vista dell’attuale governo iraniano, il principale risultato da raggiungere è quello della rimozione delle sanzioni economiche. Tale obiettivo assicurerebbe un risultato tangibile per la popolazione, anche in vista delle prossime elezioni presidenziali, e fornirebbe un assist per l’uscita dalla grave crisi economica che attanaglia il paese, fortemente aggravata dalle restrizioni durante la pandemia.

Conclusioni

L’amministrazione Biden ha utilizzato un doppio binario di confronto con l’Iran, alternando aperture a rigide dimostrazioni di forza: da una parte la nomina di Robert Malley come Rappresentante speciale degli Usa nelle nuove trattative con Teheran è sicuramente un segno di forte apertura, visto il ruolo di primo piano nella stesura del JCPOA che l’avvocato newyorkese ha avuto nel 2015; dall’altra vanno registrati i messaggi in codice, come quello del 26 gennaio, quando gli Stati Uniti hanno fatto volare dei B-52H sul Golfo Persico, o la rilevata presenza nel Golfo del sottomarino USS Georgia, con capacità di lancio di cruise.

Anche l’Iran alterna posizioni distensive, specialmente da parte degli esponenti del governo, a posizioni oltranziste dei vertici militari o tenute nelle conferenze da Khamenei. I vari attacchi condotti da proxy iraniani, ad esempio quelli avvenuti nelle basi militari in Iraq, possono essere certamente ascritti alla partita, ma con una variabile in più: la possibilità che, all’interno delle istituzioni iraniane, ci siano forti contrappesi alla volontà di tornare a un dialogo con gli Stati Uniti. Faide interne alla Repubblica Islamica sono sempre esistite, e il confine tra la politica interna e quella internazionale in un paese come l’Iran è estremamente poroso: le due sfere sono legate, e di conseguenza va considerato che alcune correnti, specialmente nel mondo militare e afferenti ad un pensiero conservatore, abbiano tutto l’interesse a remare contro un accordo. Le elezioni presidenziali iraniane saranno un punto di svolta non indifferente: il tempo stringe per l’attuale compagine di governo, e la finestra rischia di chiudersi anche per gli Stati Uniti.

Lorenzo Zacchi,
Geopolitica.info

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