In vista delle elezioni europee del 2024 uno dei temi che terrà banca sarà quello dedicato all’allargamento dell’Unione ai Balcani occidentali, argomento tramite il quale si parlerà inevitabilmente anche di Ucraina, il cui ingresso qualcuno lo vuole legato a quello dei paesi dei Balcani.
Articolo precedentemente pubblicato su Scenari, inserto di geopolitica dell’Editoriale Domani.
Ma nel contesto sempre movimentato della regione, la Slovenia rappresenta un esempio virtuoso, quantomeno se visto da Bruxelles. Stabilità e continuità sono i tratti distintivi che ne hanno caratterizzato l’evoluzione dall’indipendenza nel 1991, anche se poi all’interno il paese è più diviso di quanto si possa immaginare. Lubiana, infatti, è uno dei pochi Stati d’oltre cortina che fa parte dalla prima ora di tutte le istituzioni euro-atlantiche ed è membro sia dell’area Schengen che dell’Eurozona, tutti indicatori – quantomeno teorici – di sviluppo, affidabilità e stabilità.
E’ più che legittima l’osservazione che per un paese piccolo tutto è più semplice, ma questo non deve ridimensionarne i meriti. Durante la crisi finanziaria del 2011, ad esempio, il paese era sull’orlo di un collasso economico molto simile a quanto accaduto in Grecia e Cipro, ed è riuscito a salvarsi grazie a solidi fondamentali macroeconomici e scelte politiche difficili, con poche ripercussioni a livello sociale e diseguaglianze – almeno sulla carta – ridotte al minimo, come dimostra l’indice di Gini al 23%, il più basso d’Europa davanti a Belgio (24,1%) e Repubblica Ceca (24,8%). Tuttavia, mentre la presenza dello Stato nell’economia è stata fondamentale per gestire i primi anni di transizione economica e alcuni passaggi cruciali, come appunto la crisi del decennio scorso, le forze della globalizzazione non si sono fermate alle porte del paese. Le privatizzazioni a lungo ritardate, in particolare all’interno del settore bancario in gran parte di proprietà statale e sempre più indebitato, hanno alimentato le preoccupazioni degli investitori e costretto il settore a riorganizzazioni importanti, dettate da contingenze e opportunità del momento più che da un vero e proprio riorientamento strategico. E’ il caso della presenza di capitale ungherese nel paese, spesso ricondotta all’ex premier conservatore Janez Janša, eroe dell’indipendenza intorno al quale da tre decenni si sviluppa gran parte del dibattito politico, pro o contro la sua figura polarizzante e divisiva. Grazie a recenti acquisizioni che hanno ottenuto il via libera tanto di Bruxelles quanto dell’autorità nazionale che regola la concorrenza per il mercato interno, l’Ungheria è presente come principale distributore privato di prodotto energetici con l’azienda MOL e come maggiore istituto di credito privato tramite il gruppo OTP, la più grande banca commerciale magiara e uno dei maggiori fornitori di servizi finanziari indipendenti nell’Europa centrale e orientale. In entrambi i settori, la maggiore fetta di mercato spetta rispettivamente a Petrol e NLB, società di diritto privato nelle quali il maggior azionista è lo Stato sloveno, che conserva quindi un ruolo dominante. Tuttavia, l’interscambio fra Lubiana e Budapest è lontano anni luce da quello con Germania, Italia e Austria, per citare i tre principali partner.
Se nei casi precedentemente citati viene naturale pensare a un »regalo« politico di Janša all’amico premier ungherese Viktor Orbàn, spesso presente ai congressi del Partito democratico sloveno, la realtà è più sfumata, come certificato dal conflitto ucraino. Mentre Orbàn ha posizioni filo-russe, Janša insieme ai colleghi polacco e ceco è stato fra i primi politici europei a recarsi a Kyiv nei giorni successivi all’invasione russa dell’Ucraina. Una posizione netta e coraggiosa che il cambio di governo del giugno 2022 ha un po’ annacquato. L’avvicendamento fra centro-destra e centro-sinistra, infatti, ha portato Lubiana a riorientarsi verso i Balcani sud-occidentali in termini di politica estera. Il campo »progressista« non si sente così a suo agio nel condannare un’invasione imperialista non americana, mentre il centrodestra trova un motivo in più per rinnovare il proprio sostegno all’Occidente. Il primo viaggio all’estero del premier sloveno, Robert Golob, è stato a Sarajevo, in linea con l’impostazione del suo governo di promuovere l’ingresso della Bosnia Erzegovina nell’Ue. Il tema dell’allargamento europeo ai Balcani occidentali è presente da anni nel dibattito politico sloveno. L’ex presidente della Repubblica Borut Pahor si è speso molto sul tema, esprimendo sempre con coraggio la convinzione che l’Ue sarebbe ancora più forte, connessa e stabile aprendo le sue porte ai paesi dei Balcani occidentali, secondo lui l’unico modo per eliminare l’ascesa dei nazionalismi. Pahor è stato inoltre molto attivo in termini di politica estera nei rapporti con i paesi vicini, e ha avuto il merito di aver coltivato un rapporto diretto con Sergio Mattarella, spesso anche aggirando i formalismi del cerimoniale grazie al fatto di parlare in italiano. Questo filo diretto con il Quirinale ha contribuito nel luglio 2020 della restituzione alla comunità slovena di Trieste del Narodni dom, la Casa del popolo che era il principale centro culturale di sloveni e croati in città e fu incendiata da fascisti e nazionalisti italiani nel 1920. Un evento storico, caratterizzato anche dai due capi di Stato che si tenevano per mano mentre rendevano omaggio a due luoghi simbolici a Basovizza, il pozzo minerario divenuto principale luogo della memoria delle foibe e il cippo dedicato ai quattro antifascisti (tre sloveni e uno croato) fucilati in quel luogo nel 1930 su sentenza del Tribunale speciale fascista. Una visita e un gesto che hanno suscitato polemiche su entrambi i lati del confine, sia pure marginali rispetto al quadro dei rapporti bilaterali che, da almeno un decennio se non di più, sono definiti ottimi ai massimi livelli istituzionali, sono rodati al punto da volerli rendere impermeabili ai cambi di governo, come accade ora su posizioni politiche opposte.

