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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLe tre macro-implicazioni dell’attacco di Hamas in Israele

Le tre macro-implicazioni dell’attacco di Hamas in Israele

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L’attacco militare da parte di Hamas nei territori israeliani oltre il confine della striscia di Gaza, attacco per molti versi inedito, soprattutto per il suo carattere multidimensionale, apre scenari nuovi del fragilissimo equilibrio della regione e più in generale per quello medio orientale, con rilevanti implicazioni di scala anche globale.

1. Equilibri interni

La prima conseguenza è interna al contesto arabo-israeliano, che dall’attacco di sabato scorso vedrà un’esacerbazione del conflitto, già preannunciata dalle dichiarazioni ufficiali del governo israeliano, che con il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto sapere che il paese “è in guerra”. Il che, sia chiaro, non è di per sé una novità – Israele è storicamente, per definizione, in uno stato di guerra –, ma implica la possibilità per il governo di impiegare mezzi militari su vasta scala legittimato dalla dichiarazione del gabinetto di sicurezza in conformità con l’art. 40 della legge fondamentale dello Stato d’Israele. L’articolo infatti norma l’ingresso nello stato di guerra tramite il passaggio formale alla Knesset, stabilendo che la decisione è in mano al governo, il quale deve richiedere il parere al Comitato per gli Affari Esteri e la Sicurezza della Knesset “il prima possibile”.

Israele con tale passaggio che avverrà oggi entra, in altre parole, in uno “stato di emergenza”, che permetterà al governo di richiamare parte degli oltre 400.000 riservisti e intervenire militarmente nella Striscia di Gaza, ben oltre quanto già normalmente avviene. A far comprendere la gravità della situazione e la possibile precipitazione degli eventi, si aggiungono le parole dell’ex vice capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano e colonnello delle riserve Itamar Yaar, il quale ha fatto sapere tramite un’intervista che dopo l’attacco di Hamas “le regole saranno diverse”, preannunciando così nei fatti una nuova fase della guerra tra le parti, in cui salteranno le norme d’ingaggio belliche e in cui, in virtù dell’emergenza e dell’attacco subito, il coinvolgimento di civili non sarà più – almeno formalmente – l’eccezione. 

2. Geopolitiche regionali 

Gli scenari si fanno foschi anche per l’implicazione di altre potenze a livello regionale. Anzitutto la mossa inaspettata di Hamas ha dato vigore alle pulsioni anti-israeliane non solo nei territori palestinesi, ma anche nei paesi vicini, rischiando di far scivolare il piano inclinato dei rapporti interreligiosi nel vicino Oriente: la notizia di ieri dell’uccisione da parte di una guardia locale egiziana ad Alessandria contro due turisti israeliani e ai danni di una guida locale fa pensare che la penetrazione delle forze palestinesi possa dar forza a simili ulteriori azioni anti-israeliane dirette contro civili. La tensione però si alzerà ulteriormente visto il coinvolgimento delle due potenze che rappresentano i due contrappesi del mondo musulmano: da una parte l’Iran che, pur essendo paese sciita, appoggia militarmente i sunniti di Hamas che controllano la Striscia di Gaza; dall’altra l’Arabia Saudita, che da tempo sta avviando un processo di normalizzazione dei rapporti con Israele. C’è da dire che Arabia Saudita e Iran si erano riavvicinate formalmente nell’ultimo anno grazie alla mediazione della Cina, ristabilendo relazioni diplomatiche da tempo interrotte.

A testimoniare l’appoggio iraniano all’attacco di Hamas ci sarebbe il video in cui il portavoce delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam (ala militare di Hamas), Abu Obaida, avrebbe ringraziato l’Iran per la fornitura di armi, dopo l’incitamento alla guerra e a sostenere i combattenti di Hamas su più vasta scala. C’è da dire che l’Iran si è smarcato dalle accuse rivolte da più parti di coinvolgimento diretto negli attacchi di sabato scorso. Sebbene appoggi da sempre la guerra palestinese, ha fatto ufficialmente sapere tramite la rappresentanza presso l’Onu che non è coinvolto nell’azione di sabato scorso. Nella dichiarazione si sosteneva in ogni caso che “le misure risolute adottate dalla Palestina costituiscono una difesa del tutto legittima contro settant’anni di occupazione oppressiva e crimini atroci commessi dall’illegittimo regime sionista”.

La mossa bellica di Hamas ha dato il via libera anche ad ulteriori attacchi sull’altro fronte bellico, quello settentrionale, alzando ulteriormente il livello della tensione nella regione del Monte Hermon, al confine tra Siria, Libano e Israele, dove non sono mancate azioni da parte di Hezbollah con lanci di missili e atti bellici in aperto sostegno alla guerra intrapresa da Hamas. 

Il sostegno eventuale da parte dell’Iran – diretto o indiretto – mina un equilibrio molto instabile relativo al dialogo tra il mondo musulmano e la realtà israeliana. Proprio il mese scorso, grazie ai dialoghi tra il premier israeliano e Biden, si stava infatti creando lo storico presupposto per una normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita e Israele, che aveva portato Netanyahu ad affermare che “sotto la sua guida, signor Presidente, possiamo forgiare una pace storica tra Israele e Arabia Saudita”. Questa fase dei rapporti tra le parti andava nella scia degli Accordi di Abramo, formalizzati nell’agosto del 2020 tra Israele, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti, poi estesi a Bahrein e Marocco che, pur rappresentando un atto di diplomazia formale più che sostanziale, facevano in ogni caso presagire un proficuo dialogo tra il mondo arabo e quello israeliano. La dichiarazione congiunta, inedita nella recente storia regionale, aveva rappresentato un importante mattone nel dialogo interreligioso, che era stato visto dall’Iran come un aperto tradimento nei confronti dei palestinesi.

3. Implicazioni globali

Gli attacchi di sabato scorso fanno chiaramente saltare la possibilità di una pacificazione regionale, mantenendo nei fatti altissimo il livello della tensione e, anzi, alzando ulteriormente l’asticella del coinvolgimento bellico degli attori regionali, ma se si riflette sulle implicazioni a livello globale, i segnali sono assai allarmanti. A cominciare dalla storica intesa tra Iran e Federazione russa, che potrebbe portare all’allargamento dell’arco di crisi fino al territorio siriano, alleato di Mosca, estendendo il quadro dello scontro anche al fronte nord-orientale israeliano.

Non si può non ricordare poi l’aperta guerra in Nagorno-Karabakh e il fiancheggiamento dell’Azerbaijan da parte della Turchia, altro perno regionale fondamentale, favorito nelle scorse settimane dalla distrazione della Russia per il conflitto in Ucraina. Così come occorre considerare le implicazioni globali della guerra in Ucraina, con la spaccatura che l’ascesa dei BRICS e il loro futuro allargamento ad Argentina, Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran ha fatto presagire.

Non da ultimo, in questo quadro di innalzamento di muri e di tensioni globali, in cui non solo il fattore religioso – troppo spesso dimenticato da analisti e osservatori – continua a svolgere un ruolo cruciale, ma in cui vi è anche un’aperta sfida all’“Occidente globale”, non si possono non considerare le ondate di proteste anticoloniali nel Sahel, sostenute dalla Russia e dalla Cina e che rappresentano un ulteriore tassello di un puzzle globale che si rende sempre più complesso e intricato e che fa presagire foschi scenari futuri.

Resta la domanda chiave nelle relazioni internazionali: “cui prodest” l’attacco di sabato scorso?

I territori palestinesi saranno certamente presi di mira in forma inedita dalle forze israeliane, colpite di sorpresa come avvenne nella guerra dello Yom Kippur, di cui ricorre non casualmente il cinquantesimo anniversario. Da parte palestinese, il tentativo è chiaramente quello di destabilizzare il nemico adottando tecniche di guerriglia che superino il divario enorme delle forze in campo, sia militari sia tecnologiche, cercando al contempo di coinvolgere forze regionali e di compattare il fronte anti-israeliano regionale. Un interesse che comporta rischi e costi militari e civili altissimi. La posta in gioco, da parte loro, è quella della uscita dalla condizione di pressoché totale isolamento e schiacciamento cui sono sottoposti da Israele e dalle politiche del governo attuale, contro cui si è scagliato nelle scorse ore anche la redazione di Haaretz, parlando di incoscienza di Netanyahu alla base degli attacchi subiti.

Se poi molti osservatori si sono soffermati sull’interesse eventuale dell’Iran nell’attaccare Israele per mezzo di Hamas, con l’obiettivo di disarcionare una possibile intesa tra l’Arabia Saudita e lo stato ebraico, intesa su cui gli Usa continuano a spingere in queste ore, si è poco presa in considerazione l’altra faccia della medaglia: quella dei rapporti tra i due paesi islamici. Se da un lato l’innalzamento della tensione farebbe infatti saltare la possibilità di un’estensione degli accordi di Abramo all’asse saudita, dall’altro minerebbe anche la normalizzazione delle relazioni tra Iran e Arabia Saudita, che si era avviata con gli accordi del marzo scorso e con la ripresa storica delle relazioni diplomatiche tra i due paesi, complice la mediazione della Cina.

In tal senso, l’attacco di sabato può rappresentare una vera e propria mina interna al fronte musulmano che potrebbe mettere in discussione al contempo anche la leadership cinese del fronte revisionista dell’ordine liberale incentrato sugli Usa. Gli sforzi di queste ore di Anthony Blinken per mantenere vivo il dialogo israelo-saudita, testimoniati anche dalle dichiarazioni ufficiali di rappresentanti sauditi, sono volte a ripristinare le storiche alleanze americane nella regione, di contro agli interessi dei propri competitor. In una nota di due giorni fa, il Ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita aveva però espresso preoccupazione per la situazione a Gaza, indicando nelle politiche di privazione dei diritti fondamentali dei palestinesi e nelle ripetute provocazioni israeliane la prima causa della recente escalation, di fatto marcando una linea di demarcazione piuttosto netta sui rapporti con l’Occidente allargato.

Israele, dal canto suo, pur rischiando un pericoloso isolamento dato sia dallo stralcio de facto degli accordi di Abramo sia dalla distrazione dell’alleato storico statunitense per il sostegno al fronte ucraino, con la legittimazione dello status di guerra potrà dispiegare massicciamente le forze su tutta la Striscia di Gaza, restringere ulteriormente le maglie del controllo sui territori palestinesi e, mediante lo stato di emergenza varato dalla Knesset, utilizzare senza vincoli mezzi e tecnologie per schiacciare la resistenza palestinese e compattare un fragile equilibrio interno al paese.

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