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26/06/2024
Europa

Le destre divise alla prova dei top jobs europei

di Carlo Passarello

Le famiglie politiche europee che coinvolgono partiti alla destra del Ppe sono al momento due, ma potrebbero presto diventare quattro. E questo potrebbe essere un vantaggio per Meloni e Salvini.

Le famiglie politiche europee che coinvolgono partiti alla destra del Ppe sono al momento due, ma potrebbero presto diventare quattro. E questo potrebbe essere un vantaggio per Meloni e Salvini.

La grande partita delle nomine dei top jobs europei riguarda innanzitutto le famiglie politiche. Popolari e socialisti sono radicati e hanno rapporti consolidati con i vari partiti nazionali, soprattutto nei Paesi più grandi. Anche i liberali e verdi seguono dinamiche più lineari, anche se fluide. Quello che succede nel fronte conservatore e sovranista è invece decisamente più complesso.

Partiamo dai conservatori di Ecr, partito guidato in sede europea dalla Presidente italiana Giorgia Meloni, i cui principali alleati sono i polacchi di Pis e gli spagnoli di Vox. La notizia che più stupisce – data dall’Ansa sentendo fonti del partito di Kaczyński – è che la formazione polacca potrebbe decidere di lasciare i conservatori, creando una nuova casa politica. Intanto però la trattativa è aperta. E non solo: Ecr oggi è cresciuto ed è composto da 83 membri. Gli ultimi arrivati sono i Democratici danesi, i bulgari di C’è un popolo come questo, i lituani dell’Unione dei contadini e dei verdi, i francesi della compagine di Zemmour e infine l’Unione dei romeni. Quest’ultimo è il partito che si è pesantemente contrapposto con Orban negli ultimi mesi. Tanto che lo stesso Premier ungherese ha dichiarato la propria indisponibilità a entrare in una compagine con gli (a lui) ostili nazionalisti rumeni.

C’è poi Identità e democrazia, il raggruppamento che poggia su due pilastri: la Lega di Salvini e il Rassemblement national di Le Pen. Il primo è già al governo in Italia, il secondo potrebbe arrivarci presto in Francia. Con loro il Partito per la libertà olandese, che oggi governa nei Paesi Bassi e che ha ottenuto sei seggi alle europee, pur senza crescere rispetto alle precedenti elezioni politiche.

Lega e Partito della libertà hanno un altro punto in comune: entrambi hanno indicato il presidente della Camera bassa del proprio Paese. In Italia il leghista Lorenzo Fontana, eletto a ottobre 2023; nei Paesi Bassi l’ex giornalista Martin Bosma, considerato il braccio destro del leader Wilders, che da qualche mese è speaker della Tweede Kamer. Sono gli unici esponenti di Id a guidare una Camera bassa. Per ora.

Sono due invece i “grandi esclusi” da tutte le famiglie, al momento. Gli ungheresi di Fidesz, guidati dal Presidente magiaro Viktor Orban e i tedeschi di Afd, recentemente espulsi da Identità e democrazia. Proprio il movimento di estrema destra tedesco pare molto attivo in queste ore. Il peso politico di Afd consta di 15 seggi, ma soprattutto di un 15,9% di voti in patria, che l’hanno reso seconda forza politica nel Paese.

Secondo lo Spiegel Afd sarebbe pronto a dar vita a un nuovo gruppo politico all’Europarlamento. Dentro ci sarebbero i polacchi di Konfederacja, giovane forza sovranista che si pone a destra del Pis polacco e che quindi farebbe fatica a trovar spazio in Ecr. Così come gli spagnoli di Salf (La festa è finita) anch’essi nati a destra di un partito organico ai conservatori come Vox. E per completare l’organico necessario, che deve coinvolgere eletti in almeno sette differenti Paesi, si aggiungerebbero i bulgari filo-russi di Rinascita (ex Id), un eletto di Reconquête (che sta vivendo complicati momenti al suo interno con una frattura Marion Le Pen-Zemmour), i greci di Niki, i romeni di Sos Romania, gli slovacchi di Republika e gli ungheresi di Movimento Nostra Patria. Il bacino pare essere quello di Identità e democrazia, da cui – oltre tutto – Afd proviene. Ma in realtà questo non è per forza un problema per il trio Salvini-Le Pen-Wilders. Se il disegno prendesse forma Identità e democrazia perderebbe consistenza numerica ma d’altro lato sarebbe più facile da coinvolgere almeno da un punto di vista istituzionale. Sarebbe un Id “depurato” dagli impresentabili. E questo accadrebbe soprattutto se Marine Le Pen e il suo delfino Bardella vincessero le legislative in Francia. Tenere in piedi un cordone sanitario per escludere tre partiti di governo sarebbe infatti arduo.

E Fidesz? Il baricentro di Orban resta molto vicino a quello dei conservatori. Anche perché i popolari hanno da poco ammesso uno dei leader dell’opposizione a Budapest, ovvero Peter Magyar. Siamo tra l’altro alla vigilia del semestre di presidenza dell’Unione che toccherà proprio all’Ungheria. Orban si avvicina a questo semestre con tre viaggi istituzionali significativi: Italia, Germania e Francia. Una sponda preziosa per Meloni che proprio al fianco dell’amico ungherese si è presentata in conferenza stampa nelle scorse ore. Appoggiando le priorità del semestre ungherese. Una sponda reciproca, insomma.

Resta da comprendere cosa vorrà fare Orban rispetto alla collocazione europea di Fidesz però. L’ingresso del partito di governo ungherese con i suoi dieci seggi in qualunque famiglia europea può cambiare le gerarchie. Fermo restando che il luogo in cui Orban continuerà a far valere il suo peso è il Consiglio europeo. Spesso in sintonia con la collega italiana Giorgia Meloni. Italia e Ungheria però non sono gli unici due Paesi con una destra estrema al governo: i già citati Paesi Bassi, ma anche Repubblica Ceca e Finlandia sono tutte realtà con cui i vertici europei devono fare i conti.

Un dato ormai è assodato: i popolari non possono pensare di far a meno di un’interlocuzione formale e sostanziale con la destra europea. Una destra oggi atomizzata. Domani chissà.

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