Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è l’organo internazionale responsabile del mantenimento della pace e sicurezza nel mondo. Istituito dopo la Seconda guerra mondiale, esso è composto di cinque membri permanenti – Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Cina – e dieci membri non permanenti, eletti ogni due anni.
Fra questi, due seggi sono attribuiti al raggruppamento “Europa Occidentale e Altri” per la quale la Germania ha fino ad ora presentato la sua candidatura, sempre con successo, per sei volte. Il 3 giugno, tuttavia, raggiungendo solo 104 voti, è stata superata da Portogallo (134 voti) e Austria (131 voti). Nonostante questo esito, il ministro Wadephul, dopo essersi congratulato con i vincitori, afferma che la Germania continuerà ad impegnarsi nell’ONU per il mantenimento della pace e multilateralismo. Nello stesso tempo, tale sconfitta porta anche alla necessità di comprendere i motivi di quanto avvenuto.
La corsa alla candidatura
Nel candidarsi, la Germania non era certo partita con grandi vantaggi. Infatti, se Austria e Portogallo avevano iniziato a organizzarsi in tal senso già, rispettivamente, nel 2011 e il 2013, la Germania le ha raggiunte con un ritardo notevole, nel 2019. Una corsa alla candidatura, dunque, che si è fatta particolarmente intensa in questi ultimi mesi, durante i quali le dichiarazioni del ministro Wadephul – espresse in occasione dei suoi diversi viaggi alle Nazioni Unite – mostrano i punti principali con cui la Germania intendeva proporsi come membro non permanente.
Con il motto “Rispetto – Giustizia – Pace”, la Germania avrebbe posto al centro del suo mandato la prevenzione dei conflitti, la risoluzione della crisi, il clima e la sicurezza. A tali scopi, e in un contesto geopolitico instabile, la Germania era quindi “pronta ad assumersi ancora più responsabilità come voce forte, affidabile e indipendente all’interno delle Nazioni Unite” e agendo non da sola, bensì “assieme ai nostri partner”.
Assieme agli obbiettivi, si menzionano poi gli elementi di forza che avrebbero sostenuto l’azione della Germania durante il suo mandato. Sia sul lato della credibilità del Paese, delle esperienze finora maturate, e del proprio peso economico, si afferma infatti che la Germania “ha molto da offrire”. Il Paese ha infatti mostrato più volte un “impegno incrollabile” nei confronti della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, come pure nell’utilizzo della diplomazia e del dialogo nella gestione delle controversie; può offrire la sua notevole esperienza accumulata nei diversi mandati precedenti; e ha a disposizione un’ampia rete di ambasciate in tutto il mondo. Sul piano economico, si sottolinea l’importanza della Germania non solo come una fra le maggiori potenze economiche a livello mondiale, ma anche in quanto secondo donatore delle Nazioni Unite – elemento non irrilevante, visto l’attuale stato di crisi finanziaria in cui versa l’ONU, dovuto in larga parte al disimpegno, anche economico, degli Stati Uniti.
Il seggio mancato
Tuttavia, questo non è bastato a garantire il tanto desiderato seggio nell’unico organismo che – pur notevolmente indebolito dagli sconvolgimenti degli ultimi anni e dai limiti decisionali posti dal diritto di veto dei membri permanenti – prende decisioni di primaria importanza su questioni di pace e sicurezza, e che poi gli stati membri sono obbligati a rispettare.
Pur nella consapevolezza di essere partiti svantaggiati, prima delle votazioni Wadephul aveva manifestato un certo ottimismo rispetto alla possibilità di raggiungere il quorum di due terzi, fino a constatare la presenza di una “certa simpatia di fondo per la Germania”. Tuttavia, si sbagliava. Ma a stupire è soprattutto la chiarezza e velocità con cui ciò avviene: immediatamente, al primo turno. Stupore che emerge anche dalle dichiarazioni del ministro appena dopo le votazioni, il cui risultato rappresenta un’“amara sconfitta”.
Accanto a ciò, Wadephul mostra consapevolezza dei punti critici della candidatura della Germania: dal ritardo nella presentazione della candidatura, alle questioni internazionali su cui la Germania ha sempre preso una posizione chiara e che “non tutti i membri dell’ONU condividono”. Fa quindi poi riferimento alla campagna fatta dalla Russia contro la Germania – la cui presenza al Consiglio di Sicurezza sarebbe infatti stata scomoda, visto il suo forte sostegno all’Ucraina – ma anche il dovere della Germania di assumere una “responsabilità speciale” nei confronti di Israele rispetto al conflitto in Medio Oriente.
Questi gli ostacoli principali riconosciuti dal ministro, che afferma successivamente: “abbiamo dovuto combattere con venti contrari, che erano talmente forti, che alla fine non ce l’abbiamo fatta”. Tuttavia, sottolinea chiaramente che, anche senza un seggio all’interno del Consiglio di Sicurezza, la Germania continuerà ad impegnarsi per la pace e la sicurezza a livello globale, e che farà la propria parte nella promozione del multilateralismo: “questo è nel DNA della nostra politica estera e dei nostri interessi”. Adottando poi una prospettiva più nazionale sottolinea che “la voce della Germania nel mondo anche per la sicurezza, libertà e prosperità del nostro Paese si farà sentire, anche senza un seggio al Consiglio di Sicurezza”.
Relativizzazione del diritto internazionale
Tuttavia, pare che ciò che ha pesato maggiormente in questa sconfitta sia stato l’approccio della Germania rispetto al diritto internazionale e la sua postura poco chiara in politica estera. Soprattutto negli ultimi anni, il Paese avrebbe infatti mostrato una sua “relativizzazione” e l’adozione di standard diversi caso per caso. Nello specifico, si evidenzia che, mentre la condanna alla Russia per l’attacco all’Ucraina è stata immediata, lo stesso non è avvenuto nei confronti di Israele e Stati Uniti. Si rimprovera quindi la riluttanza della Germania nel condannare Israele per le vittime civili causate negli attacchi a Gaza e Libano, come pure l’atteggiamento di Merz rispetto all’attacco di Trump in Iran. Pur di fronte a un caso di violazione del diritto internazionale, infatti, il cancelliere aveva qui parlato di un “dilemma”. Le misure di diritto internazionale fino ad allora utilizzate contro l’Iran erano state infatti inefficaci, di qui, la difficoltà di questa situazione per cui non era il momento di “dare lezioni” ai propri partner e alleati. Similmente, anche di fronte alla cattura del presidente Maduro da parte di Trump, Merz aveva evitato di descriverla in termini di violazione di diritto internazionale.
Tirando le somme
Quanto è avvenuto porta a riflessioni su più piani. Per quanto riguarda la politica interna, questa ulteriore sconfitta non giova sicuramente al governo – già in notevoli difficoltà – soprattutto dato che uno degli obiettivi del cancelliere era proprio il rafforzamento del ruolo della Germania nella politica internazionale. Nello specifico, inoltre, a Merz si rimprovera di non essersi mai presentato alle Nazioni Unite, cosa che, ulteriormente, non avrebbe favorito la candidatura della Germania.
In termini di politica estera, si nota poi un contrasto fra ambizioni e realtà. Mentre infatti negli ultimi anni la Germania ha intrapreso diverse iniziative volte ad aumentare il proprio ruolo a livello internazionale (fra cui l’incremento della spesa militare, l’introduzione del nuovo sistema di leva, la formulazione della prima strategia militare), questa sconfitta mostra quanto, allo stesso tempo, molti Stati non le attribuiscano il ruolo che essa cerca. Inoltre, simili iniziative non possono supplire alle criticità prima menzionate rispetto alla postura mostrata della Germania in merito alle guerre degli ultimi anni. A ciò, inoltre, si aggiunge la preoccupazione di molti governi europei rispetto al piano per il rafforzamento del Bundeswehr. Se la Germania vuole esercitare un peso maggiore a livello internazionale, in linea con i principi esposti nella sua candidatura per il 3 giugno, dovrà dunque mostrare maggiore chiarezza – a parole e fatti – nell’elaborare una politica estera coerente, che dia fiducia agli alleati e credibilità internazionale, risolvendo quindi le criticità recentemente mostrate.Nel frattempo, Merz ha già annunciato un nuovo tentativo di candidatura per il biennio 2035/2036: resta quindi da vedere se le iniziative che la Germania intraprenderà nei prossimi otto anni le consentiranno di raggiungere un esito diverso per questo appuntamento.

