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27/11/2024
Difesa

Information warfare e guerra cognitiva: dalla resistenza “digitale” dell’EZLN al conflitto Israele-Hamas 

di Anna Calabrese

L’introduzione di internet e dei social media e il loro “reclutamento” sul campo di battaglia hanno ridefinito le dinamiche classiche del conflitto. Se la guerra in Vietnam è stata la prima ad essere trasmessa in TV, quella in Jugoslavia è ricordata per aver beneficiato di una vastissima copertura in rete. tuttavia è necessario riconoscere il ruolo dirompente che la lotta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha avuto nell’utilizzo di internet come spazio di resistenza. Questa tendenza, oggi manifesta nel conflitto mediorientale, amplifica l’attenzione e la mobilitazione internazionale oltre i confini bellici rendendo tuttavia le collettività più vulnerabili a forme di distorsione e propaganda in linea con i caratteri della guerra ibrida.

L’introduzione di internet e dei social media e il loro “reclutamento” sul campo di battaglia hanno ridefinito le dinamiche classiche del conflitto. Se la guerra in Vietnam è stata la prima ad essere trasmessa in TV, quella in Jugoslavia è ricordata per aver beneficiato di una vastissima copertura in rete. tuttavia è necessario riconoscere il ruolo dirompente che la lotta dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha avuto nell’utilizzo di internet come spazio di resistenza. Questa tendenza, oggi manifesta nel conflitto mediorientale, amplifica l’attenzione e la mobilitazione internazionale oltre i confini bellici rendendo tuttavia le collettività più vulnerabili a forme di distorsione e propaganda in linea con i caratteri della guerra ibrida. 

Nella guerra cognitiva, “l’essere umano diventa il campo di battaglia”: questo concetto non è nuovo e già strateghi come Sun Tzu e Clausewitz enfatizzavano secoli fa l’importanza di “vincere senza combattere”, plasmando la maniera in cui il popolo percepisce, interpreta e dunque sostiene una lotta conquistando cuori e menti. L’introduzione di internet e dei social media alla fine del XX secolo ha comportato una profonda ambivalenza nel campo bellico, permettendo da un lato comunicazioni più rapide e precise ma, dall’altro, consentendo nuove forme di distorsione e manipolazione dell’informazione e delle narrazioni e influenzando le dinamiche di guerra oltre il tradizionale fronte fisico. Ciò è stato possibile grazie all’esponenziale crescita degli utenti Internet nel mondo: l’ITU (International Telecommunication Union) registrava poco più di un miliardo di utenti internet nel 2005 fino a circa 5 miliardi di persone che utilizzano la rete nel 2023, con incremento maggiore negli anni 2006-2012 grazie all’espansione della telefonia mobile e social network. 

Fonte: Agenda Digitale 

Comprendere l’importanza e l’incidenza della comunicazione durante i conflitti è oggi cruciale, soprattutto alla luce del conflitto in Medio Oriente. Israele ha infatti pienamente incorporato internet e social media nella sua strategia informativa a sostegno della guerra, documentando e diffondendo video e immagini delle operazioni e censurando contenuti pro-Palestina. Dall’altro lato, la causa palestinese gode di ampissimo sostegno sulle maggiori piattaforme social grazie al ruolo di attivisti e personaggi influenti.  

Il fronte informativo tra Israele e Hamas 

La tendenza contemporanea dell’informazione onnipresente e capillare nei contesti bellici affonda le sue radici nella radicale trasformazione del ruolo del giornalista durante le guerre Jugoslave. La figura diventa infatti parte integrante delle operazioni, accompagnando e seguendo le truppe in movimento e trasmettendo in tempo reale il susseguirsi degli eventi grazie all’utilizzo della rete. Elemento catalizzatore di questa dinamica è oggi, alla luce del conflitto in Medio Oriente, il massiccio uso dei social network a scopi informativi, soprattutto da parte delle nuove generazioni. Nell’ultimo anno la figura di Masha Michelson, giovanissima addetta al servizio stampa militare, è diventata popolare in Israele in seguito alla produzione di video delle operazioni dell’IDF nei tunnel sotterranei di Gaza City, poi pubblicati sugli account ufficiali delle Forze Armate Israeliane. La rinomata macchina propagandistica di Israele sta subendo duri colpi e le attuali dinamiche del conflitto inducono Tel Aviv a giustificare il proprio operato e le civilian casualties attraverso le piattaforme social. “Reclutare” voci vicine alla società civile come la Michelson risponde dunque a questa necessità ed è quindi essenziale al coinvolgimento e alla formulazione  di una narrativa credibile, poiché “quando devi rivolgerti al mondo, è più probabile che ascoltino qualcuno che gli somigli”. La strategia comunicativa israeliana deve poi confrontarsi con quella di Hamas, la quale gioca un ruolo fondamentale nel conflitto e sui social. Essa si focalizza sulla dettagliata descrizione dei “crimini sionisti” commessi dall’IDF nei territori occupati, contenuti ad alto potenziale sensazionalistico che ben si sposano con i meccanismi di condivisione dei social che hanno garantito e tutt’ora garantiscono alla causa palestinese ampio sostegno e mobilitazione internazionale. Il web diventa allora spazio di resistenza che riunisce e al contempo divide, amplificando le dinamiche tipiche dell’opposizione non-violenta. Nell’ultimo anno infatti, in seguito alla decisione di alcuni governi di vietare l’esposizione di simboli e bandiere legate al conflitto in corso, i social si sono popolati di emoji raffiguranti un’anguria, diventata simbolo della lotta palestinese negli anni ‘60. 

Dall’insurrezione tribale alla Netwar : lo storico caso del EZLN 

Lo sfruttamento della connettività a sostegno della resistenza non è tuttavia una novità del XXI° secolo. Poco conosciuto è il caso della lotta dell’ Ejército Zapatista de Liberación Nacional, movimento armato clandestino e anti capitalista nato il 17 novembre 1983 in Messico. Dichiaratosi ufficialmente il 1° gennaio 1994, giorno dell’entrata in vigore dell’Accordo di Libero Commercio nordamericano, il movimento insorse nel poverissimo Chiapas, uno stato meridionale del Messico, per difendere i diritti delle popolazioni indigene ed opporsi ad un accordo di stampo neoliberista che, a loro avviso, minacciava e marginalizzava le comunità rurali dell’area. Sebbene fosse una forza armata organizzata, le sue limitate risorse non consentivano di confrontarsi direttamente con l’esercito regolare. Ciò indusse i ribelli ad impegnarsi in un’intensa battaglia informativa e comunicativa su scala globale, grazie all’utilizzo, per la prima volta in un contesto di guerra asimmetrica, di internet. I zapatisti furono capaci di diffondere le loro idee e i loro messaggi e costruirsi così una rete di sostegno globale, mobilitando attivisti, ONG, gruppi politici ideologicamente sensibili alla causa. Sebbene limitati dalle capacità economiche e di accesso, i guerriglieri potevano contare su reporter e contatti esterni per digitalizzare i contenuti scritti a mano. Le potenzialità inedite del world wide web permisero inoltre di aggirare lo scoglio della censura, dal momento che i media tradizionali erano sotto controllo del governo messicano. La lotta zapatista “contro la modernità” fu sostenuta anche da hacker e attivisti del cyberspazio. Il gruppo Electronic Disturbance Theater (EDT) inaugurò così il FloodNet Program, una tecnica malware che nella primavera del 1998 riuscì ad intasare e rendere inutilizzabili i siti dei governi messicano e statunitense. L’idea di base di tale azione era quella di trasportare le dinamiche di protesta e opposizione non-violenta tipiche dei movimenti no global del tempo alla scala più ampia ed inedita del cyberspazio, diffondendo la causa zapatista oltre i confini regionali e superando i limiti logistici e di risorse del gruppo. Uno dei siti più completi di cui il movimento si servì per dar voce alla protesta fu il sito web “Ya Basta!”, che riprendeva l’iconico motto del EZLN. Il sito, che forniva i comunicati aggiornati e tradotti in diverse lingue, presentava anche una sezione che informava i visitatori circa le modalità di sostegno alla causa.

L’informazione come “arma” dei deboli? 

L’approccio innovativo dei ribelli zapatisti rappresenta un esempio precoce di come i movimenti sociali e politici possano sfruttare la tecnologia per mobilitare il sostegno internazionale e contendere il controllo della narrazione con attori istituzionali e governativi in una vera e propria ottica di information warfare. Se oggi combattere sul fronte comunicativo e propagandistico è ormai ritenuto essenziale, il cosiddetto “effetto Zapatista” può essere ritenuto dirompente, soprattutto in un contesto estremamente povero e tecnologicamente non avanzato. L’esperienza zapatista dimostra inoltre che le nuove tecnologie ICT applicate ai contesti conflittuali diluiscono notevolmente il tradizionale nesso tra esercito, guerra e popolo, trascendendo i confini nazionali e strettamente identitari per allargare le maglie del consenso (o dell’opposizione) e fornendo narrative funzionali alla strategie del fronte fisico. Similmente, il contesto mediorientale dimostra come la padronanza dell’informazione da parte degli attori istituzionali sia ormai una lontana realtà. D’altra parte, gli attori non statali sono sempre più in grado di contendere le narrazioni e fornirne di proprie, sfruttando opportunamente le potenzialità fornite dalla rete e dai social. Allo stesso modo, come si evince dalla massiccia campagna di mobilitazione a sostegno della Palestina in rete e sui principali social network, la società civile del XXI° secolo è molto più coinvolta nella costruzione e diffusione delle narrative, cessando di essere solo “target” e fruitore di contenuti. Gli attori istituzionali devono allora considerare questi profondi cambiamenti del panorama informativo, in quanto oggi l’elemento del consenso interno è, per le democrazie liberali, uno dei fattori domestici che più influenzano le sorti di un conflitto e le opportunità di negoziazione. Per orientarsi nel campo di battaglia cognitivo in rapida evoluzione è allora essenziale adottare approcci olistici e multiformi, che mirino in primis all’alfabetizzazione digitale delle comunità per incrementarne la coscienza critica e la resilienza. Le dinamiche comunicative che osserviamo oggi sui fronti mediorientale ed ucraino sono  infatti sintomo di quanto oggi agire nel campo dell’informazione, anche con soluzioni di contropropaganda, sia un imperativo irrinunciabile per la sicurezza nazionale.


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