Data la recente formazione della nuova Commissione Europea, il Centro Studi Geopolitica.info ha intervistato Fernando Gentilini, diplomatico italiano con una carriera di alto profilo nella gestione di crisi internazionali, negli affari europei e nel multilateralismo. L’intervista mira a offrire una riflessione sui punti di forza e di debolezza della politica estera europea, affrontando alcune delle principali sfide e questioni dei nostri giorni.
Fernando Gentilini ha ricoperto ruoli chiave come direttore del Servizio diplomatico europeo per i Balcani occidentali e la Turchia, Rappresentante speciale dell’UE in Kosovo e per il processo di pace israelo-palestinese, oltre che inviato della NATO in Afghanistan. Dal 2018 è direttore generale per il Medio Oriente e il Nord Africa del Servizio diplomatico europeo di Bruxelles e, dal luglio 2022, è impegnato nella creazione di un’Accademia diplomatica europea.
In un contesto internazionale sempre più complesso, caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche e dalla competizione tra potenze globali, quali sono i punti di forza e di debolezza dell’Unione Europea e quali passi sta compiendo in avanti, o indietro, in risposta alle crisi contemporanee?
Inoltre, quali strumenti potrebbero essere più efficaci, a suo avviso, per superare le divisioni politiche tra gli Stati membri e consolidare una visione unitaria sulla politica estera e sulla sicurezza?
Il punto di forza dell’Unione Europea è la sua complessità. Il fatto cioè di aver saputo concepire un sistema di governo che supera la tradizionale ripartizione dei poteri e assicura una funzione legislativa ed esecutiva continentale in modo da mantenere il necessario equilibrio tra la dimensione intergovernativa e quella comunitaria. Questo sistema ha permesso al nostro continente, a partire dalla metà del Novecento, di crescere e strutturarsi al proprio interno in un modo unico al mondo, diventando uno spazio di stabilità, prosperità e libertà senza uguali.
Il punto di debolezza dell’Unione Europea è di essersi concentrata troppo su se stessa, senza attrezzarsi per svolgere il proprio ruolo in un pianeta che cambiava velocemente. Questa circostanza, come ci siamo accorti in questi primi decenni del terzo millennio, non le consente di incidere sulle cose del mondo al pari degli altri grandi aggregati come gli Stati Uniti o la Cina e di essere padrona del proprio destino.
Per svolgere un ruolo globale, bisogna anzitutto essere forti al proprio interno: è una regola che vale sia per i Paesi presi singolarmente sia per entità di tipo confederale o federale; ma poi bisogna saper proiettare fuori dalle proprie frontiere questa potenza, tramite una politica estera e di difesa comune degna di questo nome.
È vero: vi sono stati dei progressi in questi ultimi anni, specialmente con la creazione a Bruxelles di un servizio diplomatico europeo. Ma sono insufficienti rispetto a quelli che sarebbero stati necessari, e non per colpa dell’Europa in quanto tale, ma per colpa dei suoi Stati membri, i quali non sono stati capaci di emanciparsi dalla propria storia e dalle proprie tradizioni, e di guardare al di là del proprio interesse nazionale. Non credo che a questo punto sia un problema di strumenti istituzionali. Ne esistono a sufficienza, almeno sulla carta. E non credo neanche che basti superare la regola del consenso per fare la differenza. È un problema di volontà politica e insieme culturale: riguarda l’affrancamento da concetti e categorie mentali incompatibili con un’autentica costruzione europea.
Solo guardando oltre l’interesse nazionale dei singoli stati sarà possibile costruire una vera Unione Europea; solo imparando a far emergere, su ciascuna delle questioni globali, un interesse europeo che non sia semplicemente il minimo comune denominatore tra quelli nazionali, potremo riuscire a sintonizzarci con il XXI secolo.
La competizione tra Cina e USA è sempre più viva e su larghissima scala. Lo scontro di questi due attori rischia di schiacciare l’Unione Europea e di relegarla ad un ruolo secondario. Come riuscirà l’Unione Europea a trovare spazio tra i nuovi equilibri USA-Cina? Quali difficoltà dovrà affrontare, e come potrebbe superarle?
Bisogna partire dal punto precedente. Per non restare schiacciati dallo scontro tra i giganti americano e cinese, bisogna che l’Europa si trasformi essa stessa in gigante, diventando un grande aggregato capace di esprimere una propria politica estera e di difesa e tutelare in pieno i propri interessi e quelli dei propri cittadini.
Sarà inoltre importante porsi nel modo giusto rispetto a queste due grandi potenze. Perché Cina e Stati Uniti non sono uguali, nel senso che richiedono approcci diversi. La Cina va considerata partner, competitor o rivale, a seconda dei casi.
Invece gli Stati Uniti, nonostante le incognite congiunturali e nonostante ciò che ci divide (penso alla pena di morte), restano fino a prova contraria un’altra Europa al di là dell’Atlantico, ovvero un continente il cui destino è stato sempre legato al nostro.
Nella sua carriera, lei si è occupato molto anche della zona balcanica, come nel dicembre 2002 quando è stato nominato capo dell’Unità per i Balcani Occidentali al Ministero degli Affari Esteri. Quali sono, a suo parere, le principali sfide per l’integrazione europea dei Balcani Occidentali? Crede che le influenze di attori terzi come Russia, Cina e Turchia possano ostacolare il processo di adesione all’UE per i Paesi Balcani?
Credo che la prospettiva europea dei Balcani sia una questione tra l’Europa e i Balcani. E credo che la sua realizzazione dipenderà dalla capacità di entrambi di tener fede alle rispettive promesse. L’Unione Europea ha promesso ai Paesi balcanici la membership; i Paesi balcanici, in vista dell’allargamento, hanno promesso riforme.
Naturalmente è vero che l’evoluzione geopolitica in Europa e nel mondo potrebbe costituire un ostacolo. Ma io non credo che la Russia, la Cina o la Turchia possano impedire a questa regione, se lo vorrà, di realizzare il proprio destino europeo. I Balcani fanno già parte dell’Europa, storicamente e culturalmente. Quindi, in ultima analisi, ora si tratta solo di entrare a pieno titolo nelle istituzioni europee, quando all’interno del continente ci saranno le condizioni materiali per farlo.
Lei ha svolto ruoli importanti per quanto riguarda i rapporti tra Unione Europea e il Medio Oriente, tra cui Rappresentante Speciale dell’Unione Europea per il Processo di Pace in Medio Oriente e Direttore Generale per il Medio Oriente e il Nord Africa presso il Servizio Europeo per l’Azione Esterna. Per lei, qual è motivo per cui l’Unione Europea non riesce ad essere presente tra gli attori principali per la risoluzione delle crisi nell’area?
Parto da tre esempi che danno la misura di quanto quella mediorientale sia da sempre una questione europea.
Primo: è stata l’Unione Europea a concepire, prima di Oslo, la soluzione “due Stati”, ovvero la completa autodeterminazione del popolo palestinese – che per me resta l’unica soluzione plausibile per mettere fine al conflitto.
Secondo: è stata sempre l’Unione Europea ad assicurare da decenni l’esistenza dell’autorità palestinese, attraverso una cooperazione a tutto campo e un massiccio sostegno finanziario.
Terzo: quella tra Europa e Israele è una collaborazione a tutto tondo, che abbraccia praticamente ogni campo; questo sia nell’interesse di Israele e sia di quello europeo, ad esempio sui temi della ricerca e dello sviluppo tecnologico.
Se poi guardiamo alla crisi post 7 ottobre, è innegabile che l’Unione Europea non stia giocando il ruolo che potrebbe e dovrebbe giocare. Ma questo, oltre che dalle carenze strutturali di cui abbiamo già detto sopra, dipende anche dal fatto che i suoi Stati membri continuano nel tentativo di profilarsi individualmente su questo grande palcoscenico globale, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Dall’inizio della guerra in Ucraina, l’Unione Europea si è impegnata a sostenere economicamente e militarmente Kiev in concerto con l’alleato americano e infliggendo sanzioni economiche alla Russia. Con quali strumenti può l’UE migliorare il coordinamento tra Stati membri per fornire un sostegno più efficace all’Ucraina? A seguito delle elezioni americane, crede che l’Unione Europea debba cambiare la sua postura in tema? Se sì, quali sarebbero i passi da compiere?
L’Unione Europea ha dato dimostrazione di essere unita dopo l’aggressione russa all’Ucraina. Non solo sul piano delle dichiarazioni a sostegno dell’aggredito o delle sanzioni nei confronti dell’aggressore, ma anche su quello degli aiuti concreti, mettendo in campo strumenti innovativi e per nulla scontati come la Peace Facility.
Il problema è la dimensione del sostegno europeo, che senza quello americano non è risolutivo, anche se non vi è dubbio che nel momento in cui cesseranno le ostilità dovrà essere l’Europa ad assumersi le maggiori responsabilità per quanto riguarda la ricostruzione.
Per questo occorre restare dalla parte dell’Ucraina, decisamente, dando sostanza alla sua prospettiva europea. E soprattutto, occorre contribuire alla preparazione di una pace giusta e duratura, facendo in modo che i negoziati, quando verrà il momento, possano iniziare per Kiev nelle migliori condizioni possibili.

