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30/06/2025
Europa, Relazioni Internazionali, Stati Uniti e Nord America

G7 Kananaskis 2025: Ambizioni Globali e Contraddizioni Sistemiche

di Vincenzo Fiorillo

Il Gruppo dei Sette (G7), a cinquant’anni dalla sua fondazione nel 1975, si è riunito a Kananaskis, in Alberta, Canada, dal 15 al 17 giugno 2025, con il tentativo di definire risposte comuni alle sfide presenti e future. Tuttavia, il summit ha confermato una eterogeneità di posizioni su alcuni dossier, soprattutto tra gli Stati Uniti e i loro alleati tradizionali, e un evidente scostamento tra le dichiarazioni d’intenti e le reali politiche perseguite. Tra crisi mediorientale, emergenza umanitaria a Gaza, sostegno al governo ucraino, sicurezza energetica e competizione con la Cina, emerge un quadro complesso di divisioni e incertezze.

Il Gruppo dei Sette (G7), a cinquant’anni dalla sua fondazione nel 1975, si è riunito a Kananaskis, in Alberta, Canada, dal 15 al 17 giugno 2025, con il tentativo di definire risposte comuni alle sfide presenti e future. Tuttavia, il summit ha confermato una eterogeneità di posizioni su alcuni dossier, soprattutto tra gli Stati Uniti e i loro alleati tradizionali, e un evidente scostamento tra le dichiarazioni d’intenti e le reali politiche perseguite. Tra crisi mediorientale, emergenza umanitaria a Gaza, sostegno al governo ucraino, sicurezza energetica e competizione con la Cina, emerge un quadro complesso di divisioni e incertezze.

Nel giugno 2025 i leader di Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti (più Unione Europea) si sono riuniti per discutere le politiche da perseguire. Il vertice non è stato solo un’occasione di confronto politico, ma anche un banco di prova per la coesione del fronte occidentale di fronte a crisi sempre più complesse.

A presiedere il vertice, il Canada si è trovato a mediare tra posizioni spesso divergenti, in particolare dovute alle posizioni assunte dagli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump, che ha lasciato il summit con un giorno di anticipo, entrando in aperta polemica con il presidente francese Emmanuel Macron. Tra gli invitati vi erano anche i Presidenti di Brasile, India, Sudafrica, Messico, Australia, Corea del Sud, oltre al Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres e il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga.

I principali temi affrontati e le dichiarazioni comuni del G7

Al vertice sono state affrontate diverse tematiche, sintetizzate nel resoconto finale del presidente canadese Mark Carney, il quale ha annunciato una serie di misure finanziare a supporto del raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Le principali questioni trattate, formalizzate nelle sette dichiarazioni congiunte che hanno concluso l’evento, hanno riguardato:

  • la sicurezza delle catene di approvvigionamento dei minerali critici;
  • l’adozione sicura, responsabile e affidabile dell’intelligenza artificiale;
  • lo sviluppo della tecnologia quantistica per la crescita e la sicurezza;
  • la cooperazione globale nella lotta agli incendi boschivi;
  • la tutela dei diritti e della sovranità contro le interferenze straniere;
  • il contrasto al traffico di migranti e alla criminalità transnazionale;
  • i recenti sviluppi nel conflitto tra Israele e Iran.

La sicurezza energetica ha occupato un posto centrale nell’agenda di Kananaskis, soprattutto alla luce delle turbolenze nei mercati causate dai conflitti recenti. Con particolare favore è stato accolto il Piano d’Azione per i Minerali Critici, che mira alla costituzione di un’alleanza denominata Critical Minerals Production Alliance. L’obiettivo è promuovere la produzione e lo sviluppo di catene di approvvigionamento sicure, che consentano di ottimizzare in modo autonomo i livelli di scorta dei materiali essenziali per i sistemi di difesa e le tecnologie avanzate. L’iniziativa canadese intende rendere i Paesi del G7 indipendenti dai fornitori esterni e resilienti agli shock del commercio internazionale, con particolare riferimento alle terre rare e ai minerali strategici  quali litio, cobalto, nickel, grafite e rame. Attualmente, tre Paesi produttori, Indonesia, Repubblica Democratica del Congo e Cina, controllano l’86% della fornitura globale. Tra questi, la Cina detiene una posizione dominante, secondo i dati più recenti dell’Agenzia Internazionale dell’Energia.

La diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico è considerata condizione indispensabile per accelerare la transizione verso soluzioni sostenibili, in linea con gli obiettivi climatici globali. Il Canada ha promosso una strategia di investimenti nelle energie rinnovabili e nelle tecnologie pulite, presentando un modello di sviluppo sostenibile che coniuga crescita economica e tutela ambientale. Al contrario, gli Stati Uniti hanno mostrato una posizione più ambivalente, a tutela dei loro settori tradizionali.

Tensioni e disaccordi: tariffe commerciali, supporto all’Ucraina e l’ombra della Cina

Il vertice di Kananaskis ha confermato alcune tensioni difficili da superare all’interno del blocco. La presidenza statunitense, caratterizzata da un approccio più nazionalista e unilaterale, ha spesso messo in discussione le posizioni condivise dagli altri membri del G7, evidenziando una visione più incentrata sull’interesse nazionale che sulla cooperazione.

La questione delle tariffe commerciali e delle barriere protezionistiche ha rappresentato un motivo di attrito. Gli Stati Uniti hanno continuato a promuovere le politiche protezioniste e le tariffe reciproche. I dazi imposti precedentemente sono rimasti sostanzialmente in vigore: il 50% su acciaio e alluminio, il 25% sulle automobili, il 10% sulle importazioni dalla maggior parte dei Paesi. Mentre Canada e Messico continueranno ad affrontare dazi separati fino al 25%. Le percentuali rimarranno tali almeno fino al 9 luglio, quando scadrà il periodo di negoziazione di novanta giorni stabilito.

Per quanto riguarda la guerra in Ucraina, il presidente Donald Trump ha espresso perplessità sull’impegno americano, criticando le sanzioni contro la Russia e mettendo in dubbio il coinvolgimento degli Stati Uniti in alcune iniziative multilaterali. Trump ha anche manifestato il suo rammarico per l’assenza della Russia, che fino al 2014 era parte integrante del G8, e ha addirittura lasciato il vertice con un giorno di anticipo, mancando l’incontro con il presidente ucraino Zelensky. Gli altri leader hanno cercato di mantenere una linea compatta contro la Russia promettendo nuove misure sanzionatorie, approvando ulteriori aiuti finanziari a favore di Kiev e riaffermando il proprio sostegno.

Le relazioni con la Cina, pur non figurando formalmente fra i temi principali del vertice, sono state affrontate in modo implicito e strategico, considerata la crescente percezione di Pechino come una delle sfide più complesse per l’Occidente. I leader del G7 hanno riconosciuto la necessità di contenere l’espansione economica e tecnologica del gigante asiatico, ma senza compromettere del tutto i rapporti commerciali e diplomatici. Mentre Washington spingeva per un linguaggio più rigido, l’Unione Europea e il Giappone hanno adottato un approccio più cauto, puntando su formule meno polarizzanti e più orientate al dialogo e alla sicurezza economica. Tuttavia, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che «le fonti del più grande problema collettivo che abbiamo hanno origine nell’adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001». Nonostante queste posizioni, i documenti ufficiali del G7, incluso il comunicato conclusivo, non menzionano esplicitamente la Cina, a conferma della scelta di tenerla formalmente fuori dall’agenda principale.

La crisi iraniana: unità ed equilibrismo politico

Uno dei temi dominanti al vertice è stata la crescente preoccupazione per la situazione in Medio Oriente, in particolare per l’attacco condotto da Israele contro l’Iran, un’operazione non autorizzata da alcun mandato internazionale e priva di una chiara legittimazione giuridica. Le discussioni hanno evidenziato una certa convergenza sulla necessità di evitare un’escalation militare ma allo stesso tempo, mantenere la pressione su Teheran affinché rinunci al suo programma nucleare, senza distinzione alcuna tra programma civile o militare. Mentre alcuni membri del G7 hanno optato per un approccio più rigido, sostenendo il rafforzamento delle sanzioni e il mantenimento di una linea dura, la presidenza statunitense ha mostrato una parziale apertura verso un possibile dialogo.

La dichiarazione congiunta dei leader del G7 ha espresso una chiara presa di posizione a supporto di Israele. È stato ribadito il consueto riferimento al «diritto di Israele all’autodifesa», una formula che appare fortemente dissonante rispetto alle modalità con cui Israele ha condotto l’azione militare, avvenuta al di fuori del quadro del diritto internazionale e appena due giorni prima dei colloqui con gli Stati Uniti, finalizzati a trovare una soluzione negoziale alla questione del nucleare iraniano. Inoltre, nella dichiarazione si afferma che «l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare», nonostante nessun leader abbia proferito parola sul fatto che Israele già possiede armi nucleari, pur non avendo mai firmato il Trattato di Non Proliferazione diversamente dall’Iran.

Il sostegno acritico e incondizionato a Israele rivela un’incoerenza sistemica dettata dal gioco delle alleanze, che tende a ignorare le implicazioni legali e diplomatiche delle sue azioni. Come nel caso del genocidio in corso a Gaza, la mancanza di una condanna chiara e uniforme di comportamenti evidentemente illegali e ingiustificati dipende più da scelte politiche che da una lettura coerente del diritto internazionale. Lo stesso Ministro della difesa, Guido Crosetto, nel suo recente intervento all’Università di Padova ha parlato dell’applicazione selettiva del diritto internazionale e del dovere di «presidiare le conquiste di migliaia di anni che ci hanno portato a codificare un diritto internazionale».

Queste dinamiche riflettono le sfide interne al blocco occidentale nel bilanciare coerenza etica e realismo politico. E non si limitano al caso mediorientale: il contrasto al traffico di migranti, ad esempio, non prevede di affrontare le cause strutturali che lo generano, come povertà, cambiamento climatico o i conflitti alimentati da interessi economici esterni. La difesa dei diritti umani appare selettiva e subordinata alla rilevanza geopolitica delle aree coinvolte, mentre le politiche ambientali vengono promosse da governi che, allo stesso tempo, continuano a sovvenzionare l’industria dei combustibili fossili. E potremmo continuare.

In definitiva, la gestione di queste crisi rappresenta una prova cruciale per la capacità del blocco occidentale di affrontare le minacce emergenti, dimostrando coerenza tra i valori proclamati e le azioni concrete intraprese, e salvaguardando la propria autorevolezza in un contesto globale sempre più competitivo.

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