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12/08/2025
Africa Subsahariana, Russia e Spazio Post-sovietico

La lunga ombra di Mosca sul Sahel: la strategia russa tra continuità e trasformazione

di Alessandro Brugnoletti

Dopo la dissoluzione della Wagner, la Russia ha consolidato una presenza militare regolare in Africa occidentale attraverso l’Africa Corps. Mentre l’influenza francese si ritira e l’Unione Europea cerca un ruolo, l’Italia può cogliere l’occasione per definire una propria visione strategica nel Mediterraneo allargato

Dopo la dissoluzione della Wagner, la Russia ha consolidato una presenza militare regolare in Africa occidentale attraverso l’Africa Corps. Mentre l’influenza francese si ritira e l’Unione Europea cerca un ruolo, l’Italia può cogliere l’occasione per definire una propria visione strategica nel Mediterraneo allargato

Dalla fine del 2023, con la progressiva scomparsa di Wagner dalla scena africana, molti osservatori avevano ipotizzato un ridimensionamento della presenza russa nel Sahel. In realtà, l’evoluzione degli eventi ha dimostrato il contrario. Al posto dei mercenari irregolari, Mosca ha istituito un dispositivo più formalizzato: l’Africa Corps, una forza paramilitare sotto il controllo diretto del Ministero della Difesa russo. Il passaggio da una presenza “ibrida” a un modello ufficiale indica una strategia pensata per il lungo periodo, volta non più a operazioni tattiche e irregolari, ma alla costruzione di relazioni istituzionalizzate e stabili con i governi locali. Nel Mali, nel Burkina Faso e nel Niger, i nuovi contingenti russi hanno preso il posto di strutture logistiche già esistenti, ereditando il lavoro svolto da Wagner. La loro attività include addestramento militare, supporto alla sicurezza dei regimi in carica e, secondo fonti internazionali, controllo strategico di aree ricche di risorse. Questa evoluzione rafforza la legittimità di Mosca presso i partner africani, trasformando la presenza russa da operazione mercenaria a cooperazione istituzionale. Sul piano diplomatico, la riconfigurazione dell’assetto serve anche a normalizzare la presenza russa agli occhi della comunità internazionale: Mosca appare meno “invasiva” e più “richiesta”. Tuttavia, la sostanza non cambia: la Russia mantiene e consolida la propria influenza in una regione che riveste importanza strategica per l’Europa, proprio mentre l’Occidente annuncia un ritiro progressivo.

Presenza militare, energia e propaganda: un approccio integrato

La strategia russa nel Sahel non si limita al dispiegamento di truppe parastatali, ma segue un approccio articolato su tre direttrici sinergiche: militare, energetica e informativa. Sul fronte militare, l’Africa Corps, formalmente dipendente dal Ministero della Difesa russo, continua a operare nelle ex basi di Wagner in Mali, Burkina Faso e Niger, assumendone parte del controllo e mantenendo strutture logistiche già esistenti. Questa continuità è emersa con chiarezza anche in occasione del golpe militare in Niger del 2023, quando la Russia ha sfruttato l’instabilità istituzionale per rafforzare rapidamente la propria presenza militare e politica nel Paese. Il caso è stato analizzato in un articolo pubblicato su Geopolitica.info, che evidenzia come Mosca intervenga strategicamente in contesti di crisi per sostituire o affiancare presenze occidentali in ritirata. Sul piano energetico, Mosca ha recentemente siglato intese con Bamako per l’esplorazione mineraria e la cooperazione nel settore nucleare, confermando il proprio interesse strategico per le risorse naturali africane, in particolare uranio, oro e litio. Si tratta di accordi che vanno letti in continuità con l’attivismo russo già rilevato in Libia, dove il Cremlino ha saputo combinare presenza militare e accesso privilegiato alle risorse energetiche
La terza direttrice è quella informativa. La Russia finanzia attivamente campagne di disinformazione e operazioni psicologiche volte a erodere la legittimità delle presenze occidentali, in particolare quella francese, e a promuovere l’idea di Mosca come partner “non coloniale”, vicino alle cause africane. Questo sistema si è evoluto in un ecosistema mediatico capillare, sostenuto da account social, media locali e canali internazionali, spesso coordinati attraverso strutture come l’agenzia di stampa African Initiative, una piattaforma mediatica lanciata a Mosca nel 2023, riconducibile ad ambienti governativi russi, che opera come strumento di soft power e disinformazione nel continente africano. Attiva in diversi paesi del Sahel, l’African Initiative produce contenuti giornalistici e materiali social in più lingue, con l’obiettivo di promuovere la narrativa del Cremlino, rafforzare l’immagine della Russia e screditare la presenza occidentale. L’obiettivo è duplice: legittimare i regimi filo-russi e presentare la Federazione come garante di ordine, stabilità e sviluppo economico, là dove l’Occidente è visto come forza di destabilizzazione.

L’Occidente arretra, Mosca avanza: la crisi delle presenze storiche

La presenza occidentale nel Sahel, storicamente guidata dalla Francia e dagli Stati Uniti, ha registrato negli ultimi anni un progressivo ridimensionamento. Dopo il ritiro delle truppe francesi in Mali e Burkina Faso rispettivamente nel 2022 e nel 2023, lo spazio politico e militare si è rapidamente riempito, lasciando ampi margini di intervento a potenze come la Russia. In Mali, l’escalation di attacchi jihadisti – recentemente intensificati secondo fonti locali – mostra le difficoltà nel mantenere la stabilità, mentre la Francia continua a dover negoziare con leader di fatto spesso instabili. Gli Stati Uniti hanno invece ridotto il proprio coinvolgimento diretto, preferendo supportare l’addestramento regionale tramite strumenti limitati come la cooperazione con Frontex o programmi antiterrorismo. Questo mutamento strategico dell’Occidente ha reso più evidente il ruolo destabilizzante delle forze jihadiste, ma ha anche lasciato un vuoto di potere che Mosca ha saputo colmare. È dunque evidente il contrasto tra presenza occidentale e la crescita dell’influenza russa nel contesto della crisi securitaria nel Sahel. Parallelamente, la NATO ha iniziato a richiamare l’attenzione sul proprio “fianco sud”, con iniziative tese a rafforzare la difesa nel Mediterraneo allargato. L’Italia, in particolare, ha sottolineato l’importanza strategica del Sahel per la sicurezza europea, spingendo per una maggiore cooperazione nel contrasto al terrorismo e nella gestione dei flussi migratori. 

L’Italia in Niger: discrezione, continuità e opportunità

In un contesto segnato dal disimpegno francese e dal consolidamento della presenza russa, l’Italia ha mantenuto una posizione defilata ma strategicamente coerente nel Sahel, in particolare in Niger, dove opera stabilmente dal 2018 attraverso missioni di sorveglianza e formazione. Questa presenza non ha assunto un profilo aggressivo, ma si è sviluppata attraverso relazioni bilaterali pragmatiche e forme di cooperazione con le autorità locali, evitando interventi militari diretti o ingerenze politiche. Tale approccio ha contribuito a costruire un’immagine di neutralità percepita, ovvero di attore esterno non dominante né storicamente compromesso, distinguendosi sia dalla tradizione neocoloniale francese sia dalle modalità assertive della proiezione russa. Ciò ha permesso all’Italia di essere accolta più favorevolmente da partner locali, posizionandosi come interlocutore credibile e meno divisivo. Roma ha puntato su un equilibrio tra sicurezza e sviluppo, concentrandosi sul controllo dei flussi migratori e sul contrasto ai traffici transfrontalieri. In questo quadro, ha potuto rafforzare il proprio ruolo politico in un’area lasciata scoperta da Parigi, configurandosi come attore utile per gli interessi europei, senza la carica storica di ingerenza attribuita ad altri attori occidentali. A ciò si aggiunge una capacità di interlocuzione multilivello che include tanto la partecipazione a missioni NATO e UE quanto il coinvolgimento in progetti infrastrutturali e civili. Questo approccio, già sperimentato da Roma in altri scenari africani, come la Libia, consente all’Italia di proporsi come forza di stabilizzazione flessibile e partner affidabile in un’area di crescente competizione multipolare.

Il Sahel come cartina di tornasole del multipolarismo

Il Sahel si conferma un laboratorio geopolitico di primaria importanza, dove il confronto tra attori globali e regionali assume contorni inediti. Russia e Cina intensificano la loro presenza attraverso cooperazione militare, progetti infrastrutturali e accordi energetici, sfruttando il vuoto lasciato dal ritiro francese. In questo scenario, i regimi locali tendono a oscillare tra logiche sovraniste e interessi pragmatici, spesso in bilico tra sviluppo e dipendenza esterna. Un recente approfondimento effettuato dall’Institute Study of War, think tank indipendente americano, analizza come la Russia stia tessendo nuove alleanze politiche e militari in tutta l’area, contribuendo a un riassetto degli equilibri regionali.  Allo stesso tempo, l’Europa fatica a definire una strategia organica, rimanendo frammentata nelle risposte. I diversi interessi nazionali, uniti alla riluttanza nei confronti di interventi ad alto profilo, hanno determinato finora una leadership diffusa e poco incisiva. L’Italia, pur operando con cautela, ha dimostrato la possibilità di adottare un modello di cooperazione multilivello più efficace, sintetizzando dimensioni di sicurezza, sviluppo e diplomazia, . Restano però cruciali le sinergie tra UE, NATO e partner locali per evitare che l’area diventi terreno di sfida tra potenze esterne.

La riconfigurazione della presenza russa nel Sahel, passata da una dimensione opaca e mercenaria a una più strutturata e istituzionale, rappresenta un segnale chiaro della volontà di Mosca di consolidare la propria influenza nel continente africano. In parallelo, il graduale ritiro delle potenze occidentali e l’assenza di una strategia europea coerente espongono la regione a nuove forme di dipendenza, spesso più sofisticate e meno evidenti. In questo scenario, l’Italia ha l’opportunità di proporsi come attore di equilibrio, capace di coniugare cooperazione, sicurezza e sviluppo, senza cadere nella logica delle sfere di influenza. Il Sahel non è soltanto una periferia geopolitica: è un banco di prova della credibilità europea e del futuro delle relazioni internazionali nel mondo multipolare.

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