La transizione energetica è divenuta una componente strutturale della sicurezza europea, evolvendo da tema tecnico-ambientale a pilastro della resilienza strategica dell’Unione. Gli shock geopolitici recenti – dalla guerra in Ucraina alla ridefinizione delle catene di approvvigionamento globali – hanno evidenziato la vulnerabilità dell’Europa e la necessità di integrare le politiche energetiche con quelle di difesa e industria. In questo contesto, la sicurezza energetica assume una valenza sistemica, in cui sostenibilità, competitività e autonomia strategica convergono. L’iniziativa ReArmEU rappresenta un passaggio chiave di questa visione, orientata a costruire un modello europeo capace di coniugare sicurezza, innovazione e sovranità tecnologica.
Evoluzione della politica energetica europea tra ambizione e gradualità
L’evoluzione della politica energetica europea è stata lunga, non lineare e spesso contraddittoria, lasciando per diversi anni l’energia ai margini dell’integrazione comunitaria perché ritenuta competenza fortemente nazionale in quanto considerata strategica. E’ grazie al Trattato di Lisbona nel 2009 che il settore energetico è stato riconosciuto come ambito di competenza condivisa, aprendo la possibilità ad un coordinamento europeo: il Trattato ha rafforzato infatti l’impegno comune allo sviluppo sostenibile e alla ricerca di fonti energetiche rinnovabili, inserendo l’Art.194 al Titolo XXI del TFUe. Tale norma stabilisce che la politica energetica dell’Unione deve perseguire quattro obiettivi fondamentali “nello spirito di solidarietà degli Stati Membri” senza compromettere il diritto degli Stati di decidere in maniera sovrana il proprio mix energetico: garantire il funzionamento del mercato energetico;assicurare sicurezza dell’approvvigionamento energetico; promuovere l’efficienza energetica, il risparmio e le fonti rinnovabili; favorire l’interconnessione tra fonti.
Se da un lato questo primo passo fondamentale ha consentito di rafforzare la capacità decisionale e legislativa delle autorità europee in materia, dall’altra impone comunque l’unanimità del Consiglio per scelte che impattano la sovranità nazionale, limitando la potenziale efficacia della governance energetica comune e depotenziando risposte collettive in settori strategici e altamente sensibili come il nucleare. Il principio di solidarietà, inoltre, è alla base dell’Art.122, il quale prevede interventi congiunti in caso di crisi e si estende anche all’ambito energetico, con una clausola voluta dai Paesi più vulnerabili a shock esterni, sebbene si sia manifestata una certa difficoltà nel trasformarlo in strumenti vincolanti, sia prima della pandemia da Covid-19 che durante la crisi energetica seguente.
Sulla scia di questo attivismo normativo, il Pacchetto Energia e Clima 2020 – entrato in vigore nel 2009 – ha rappresentato una prima strategia europea integrata per affrontare la sfida energetica, seppur con un approccio più improntato al cambiamento climatico e alla sostenibilità che alla resilienza strategica. Il piano mirava, entro il 2020, a ridurre del 20% le emissioni di gas serra rispetto agli anni ‘90, aumentare del 20% la quota di energie rinnovabili nel mix energetico europeo e migliorare del 20% l’efficienza energetica. Nonostante la portata pionieristica, il pacchetto presentò sin dai primi anni di implementazione non poche criticità: allo scarso coordinamento tra le politiche nazionali e alla mancanza di strumenti per una governance solida si accompagnò una certa asimmetria tra gli Stati Membri, con obiettivi poco vincolanti e margini di interpretazione ampi. Inoltre, già nel periodo 2010-2020 il pacchetto era da considerarsi obsoleto rispetto alla realtà climatica e alle nuove urgenze, tra cui i target più ambiziosi richiesti dall’Accordo di Parigi.
L’attuale strategia energetica europea mira a fornire ai Ventisette un approvvigionamento sicuro, sostenibile, accessibile e competitivo, aumentando la quota di energia da fonti rinnovabili del 45%, puntando ad una riduzione dell’11.7% del consumo di energia primaria rispetto al 2020 e l’interconnessione di almeno il 15% dei sistemi elettrici europei, il tutto da perseguire entro il 2030. L’attuale quadro normativo si completa poi con le disposizioni del pacchetto “Fit For 55%” presentato dalla Commissione nel 2021 al fine di tradurre concretamente le misure del Green Deal Europeo e raggiungere la riduzione del 55% di emissioni di gas serra entro il 2030, con riferimento al 1990. Questi strumenti normativi di cui l’UE si è avvalsa sin dall’inclusione strutturale del tema energia nelle competenze condivise e comunitarie sono volti all’ambiziosa e urgente strategia dell’Unione dell’Energia, lanciata nel 2015 e articolata lungo cinque dimensioni chiave: sicurezza energetica, solidarietà e fiducia; un mercato interno dell’energia pienamente integrato; efficienza energetica.; decarbonizzazione dell’economia; ricerca, innovazione e competitività.
L’obiettivo principale della strategia è rendere il sistema energetico europeo più sicuro, sostenibile, competitivo e resiliente, riducendo la dipendenza dall’import e costruendo un mercato energetico integrato a livello europeo. Un quadro concettuale ampio e ambizioso, spesso frenato però da divergenze politiche e da una lentezza strutturale nell’implementazione concreta. Oggi la visione di un’Unione dell’Energia è resa ancora più reale e necessaria alla luce dei cambiamenti geo-strategici che hanno coinvolto Bruxelles e che hanno richiesto, come verrà analizzato, strumenti complementari ed emergenziali.
Dipendenze e vulnerabilità: la risposta europea ad un equilibrio insostenibile con il Piano REPowerEU
Ancor prima dell’anno che ha scosso le fondamenta della stabilità geopolitica della regione euroatlantica, il tema della dipendenza energetica era centrale per le autorità europee. Il sistema energetico europeo presentava infatti criticità evidenti già prima del 2022 con una media di oltre il 40% del gas importato proveniente dalla Russia, con picchipericolosamente alti neii paesi dell’Europa centro-orientale. Nonostante il trend negativo per effetto della guerra in Ucraina e della condanna occidentale dell’aggressione da parte di Mosca, seguita dall’intenzione di eliminare gradualmente l’energia russa entro il 2027, nel secondo quartile dell’anno 2025 l’import europeo di gas russo ammonta a 9.304 milioni di metri cubi, con l’aumento considerevole, invece, dell’import di gas naturale liquefatto (GNL) statunitense (22,065m^3).

Figura.1 Importazioni trimestrali di gas dell’UE per fonte
La rete infrastrutturale europea si presentava, alle porte della crisi energetica, fortemente sbilanciata e impreparata, dipendente dai gasdotti orientali e in particolar modo Nord Stream, Yamal e Turkstream, completata dalla carenza di capacità di rigassificazione e stoccaggio comuni. Dal punto di vista politico, poi, la mancanza di coordinamento strategico impedì all’Ue di agire come un attore coeso e assertivo.
Sacrificare l’autonomia strategica in nome della stabilità e della convivenza economica si rivela oggi una scelta insostenibile, che ha costretto l’Unione a reagire con misure senza precedenti sul piano energetico al fine di completare, approfondire ed accelerare una struttura normativa e d’azione che sia adeguata all’instabilità odierna. E’ in questo contesto che si è sviluppato il piano REPowerEU, con l’obiettivo di eliminare la dipendenza dai combustibili fossili russi. Il Piano, presentato dalla Commissione nel 2022, è composto da tre obiettivi-pilastro: risparmiare energia, diversificare le fonti e le rotte di approvvigionamento, accelerare la transizione verso tecnologie energetiche pulite attraverso piani di investimento e riforme nazionali ed europee che facilitino l’innovazione e la ricerca. Per conseguire il primo obiettivo, viene infatti introdotto un target di riduzione di consumi del 13% entro il 2030 (il 4% in più rispetto al precedente obiettivo) con il coinvolgimento attivo dei cittadini e delle industrie attraverso campagne di comunicazione e sensibilizzazione. La diversificazione delle forniture verrebbe raggiunta, invece, implementando una piattaforma comune per gli acquisti di gas, LNG (liquefied natural gas) e idrogeno grazie alla collaborazione con partner internazionali. Le strategie di diversificazione hanno inoltre incluso l’aumento di import di LNG da fornitori alternativi: nel 2022 le importazioni di LNG dagli USA sono più che raddoppiate, mentre altre sono garantite da Norvegia (che nel 2024 è stato il Top Supplier europeo) e Qatar. Le riforme e gli investimenti, infine, dovrebbero essere rivolti al miglioramento delle infrastrutture e degli impianti energetici, all’aumento dell’efficienza energetica nell’edilizia, agli sforzi di decarbonizzazione dell’industria, alla produzione e diffusione di biometano e idrogeno nonchè di energie rinnovabili e al sostegno alle soluzioni di trasporto a zero emissioni.
L’uso ottimizzato e trasparente delle infrastrutture di import e trasporto del gas, l’aggregazione della domanda per contratti a lungo termine e la stipula di accordi internazionali vincolanti e non – che promuovano l’acquisto di gas e lo sviluppo di progetti comuni – sono poi solo alcune delle funzioni che la piattaforma in questione mira a svolgere a sostegno degli obiettivi-pilastro, con l’auspicio di un futuro sviluppo di un meccanismo europeo per l’acquisto comune volontario che potrebbe assumere la forma di un’entità commerciale o joint venture.
Un elemento cruciale anche per quanto concerne una riflessione di ampio respiro sull’industria della difesa e le infrastrutture strategiche è l’accelerazione delle rinnovabili, con l’obiettivo di raggiungere 600 GW di fotovoltaico entro il 2030, e il potenziamento infrastrutturale e capacità di stoccaggio attraverso la semplificazione amministrativa dei permessi. Il finanziamento del piano deriva in parte del Recovery and Resilience Facility fino a 225 miliardi di prestiti, 20 miliardi di sovvenzioni oltre che trasferimenti da fondi di coesione, con la possibilità per gli Stati di integrare nei loro Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza sezioni specifiche dedicate al REPowerEU.
A distanza di più di due anni dal lancio del Piano, l’Europa ha ridotto drasticamente le importazioni di energia da Mosca, accelerando la transizione verde e stabilizzando i prezzi. Tra i risultati più importanti figurano la riduzione del consumo di gas del 18% tra agosto 2022 e marzo 2024, una diminuzione della quota di gas russo dal 45 al 11% nel triennio 2021-24 e il superamento, per la prima volta, della produzione di energia da rinnovabili rispetto a quella proveniente da gas, con il raggiungimento di nuova capacità solare di 96 GW addizionale e aumento di quella eolica di circa 33 GW.
Nonostante i risultati sopracitati dimostrino un concreto impegno europeo a perseguire gli ambiziosi obiettivi del Piano, restano tuttavia criticità da smussare. Nel breve termine, infatti, la necessità di sostituire rapidamente il gas russo ha comportato importazioni via mare di GNL inquinante e costoso creando nuove dipendenze, anche da paesi politicamente instabili ed autoritari attraverso corridoi in Nord Africa, Turchia e Azerbaijan in particolare. Sul piano diplomatico, ciò comporta un indebolimento della credibilità internazionale dell’Ue ai tavoli negoziali multilaterali sul clima. In previsione della COP30 in Brasile, durante la quale l’Ue avrebbe dovuto presentare la sua proposta vincolante di riduzione delle emissioni per il 2035 e 2040, gli Stati Membri hanno presentato una poco consolante “dichiarazione di intenti”.
Ulteriore elemento di vulnerabilità del piano è che le tecnologie verdi per implementare le misure e perseguire obiettivi a lungo termine si fondano su minerali rari (litio, nichel, cobalto) spesso importati da paesi non-UE e che rischiano, anche in ragione delle tensioni globali e la fragilità conseguente delle catene di approvvigionamento, di frenare lo sviluppo delle rinnovabili. Non per ultimo, ostacoli burocratici come ritardi e procedure poco snelle per il rilascio dei permessi rischiano di rallentare il progetto. Mentre la crisi è immediata, l’adeguamento normativo, la realizzazione di infrastrutture clean e adeguate alle ambizioni, nonché una vera resilienza energetica, richiede anni e il rischio di compromettere la sostenibilità e autonomia in nome della sicurezza energetica nel breve termine è reale.
ReArmEU: L’Autonomia Strategica passa dall’energia
Il Piano ReArm EU annunciato dalla Commissione Europea nel marzo 2025 – in risposta al deterioramento della sicurezza europea causato dal conflitto russo-ucraino – mira a rafforzare le capacità militari dell’Unione, segnando una svolta di assertività e realismo politico-storica nella strategia di sicurezza e difesa dell’UE. Non solo una risposta immediata alla crisi internazionale e alle tensioni geopolitiche, ma anche una strategia a lungo termine per garantire, dopo anni di sforzi politici, autonomia e resilienza strategica.
Strutturato attorno a cinque pilastri (flessibilità fiscale; prestiti per la difesa attraverso il meccanismo SAFE; riallocazione dei fondi Ue; estensione del mandato della BEI; mobilitazione di capitale privato), esso consente di attivare un massiccio incremento di spesa per la difesa a livello europeo fino a circa 800 miliardi di euro stimati. Il Piano ReArmEU offre una dimensione concreta e attuativa sul piano industriale e finanziario al quadro strategico delineato dal Libro Bianco per la difesa dell’Unione europea, pubblicato contestualmente al primo e che fa esplicito riferimento alla centralità del settore energetico e alla resilienza delle fonti per trasformare la difesa attraverso la “disruptive innovation”.
In questo contesto e in particolare nel binomio difesa-energia, il settore assume un ruolo fondamentale a tre differenti livelli, tuttavia interconnessi. In primo luogo quella energetica è oggi da considerarsi un’infrastruttura critica per la difesa e la sicurezza europee: oleodotti, impianti elettrici e reti di distribuzione sono target strategici per il loro potenziale ruolo dual-use, che peraltro solleva riflessioni in caso di conflitto armato circa la protezione degli stessi in nome del diritto umanitario, e devono essere protette sia fisicamente che a livello cibernetico poiché fortemente vulnerabili ad attacchi indirizzati ai sistemi di controllo. ReArmEU, inoltre, fornisce incentivi alla produzione, ricerca e sviluppo dual-use di tecnologie energetiche, utili ad assicurare una supply chain energetica sicura e più sostenibile anche nel settore degli armamenti.
In seconda istanza la transizione verde riguarda anche l’industria della difesa, con l’obiettivo di ridurre l’impronta energetica delle operazioni militari e garantire resilienza e operatività delle basi in situazione di crisi prolungata attraverso catene logistiche energetiche sostenibili (carburanti sintetici, batterie ad alta autonomia e mini-reattori modulari (SMR), AI per aumentare l’efficienza energetica degli impianti). I consumi del settore della difesa globale sono significativi, così come le sue emissioni, che ammontano a circa il 5.5% delle emissioni mondiali di CO2 annuali. A questo scopo nel 2013 la Commissione ha manifestato la necessità, confermata anche dalle conclusioni del Consiglio dello stesso anno, di istituire un meccanismi di consultazione con gli Stati Membri al fine di esaminare l’implementazione ottimale delle misure di efficienza energetica nel settore della difesa europeo. L’European Defence Agency è stata allora invitata a svolgere un ruolo di coordinamento nel framework del forum consultivo per l’energia sostenibile nel settore della difesa e sicurezza (CF SEDSS). Ormai alla sua IV fase di implementazione che si concluderà nel 2028, il Forum ha l’obiettivo principale di condividere informazioni, conoscenze, best practices per la gestione energetica, l’aumento dell’efficienza, l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile e miglioramento della resilienza delle infrastrutture energetiche critiche.
Infine, l’autonomia strategica europea non può prescindere dall’autonomia nel campo energetico e non può dunque essere concepita senza capacità che consentano di produrre, immagazzinare, gestire ed utilizzare risorse, senza dipendere dalle tensioni geopolitiche circostanti che rendono l’Europa vulnerabile, meno sicura e assertiva nello scacchiere internazionale e costretta a ridurre i propri obiettivi strategici e di autonomia.
La convergenza delle innovazioni energetiche nel settore difesa e in quello civile è allora allineato agli obiettivi di autonomia strategica dell’UE: il Fondo Europeo per la Difesa 2025 mira a stimolare lo sviluppo di progetti e soluzioni energetiche oltre le distinzioni tra mondo civile-militare, incentivando tecnologie a duplice uso che migliorino l’efficacia operativa in molteplici contesti. Le basi militari, ad esempio, richiedono fonti di energia autosufficienti per operare in aree remote o soggette a conflitti e instabilità: progetti che sviluppano soluzioni per reti intelligenti o smart grid (sistemi elettrici avanzati che utilizzano tecnologie digitali e AI per gestire in maniera sostenibile e sicura la produzione, distribuzione e consumo di energia), con il fine di garantire energia stabile e sicura in condizioni estreme, possono essere implementate anche a livello civile per migliorare ad esempio la resilienza delle reti energetiche contro attacchi informatici o calamità inaspettate. Un progetto europeo che incarna in questo senso il concetto di innovazione dual-use nel settore energetico è il BIOSTIRLING – 4SKA (2013-2017), il cui obiettivo è la realizzazione di un sistema ibrido industriale basato sulla tecnologia solar dish-Stirling. Quest’ultima utilizza contemporaneamente energia solare, biogas e storage elettrico per garantire un’alimentazione continua in contesti isolati, dimostrando la capacità ad operare 24/7 soprattutto in momenti di scarsa produzione e risultando adatto e funzionale ad infrastrutture con elevati requisiti energetici di affidabilità e continuità in situazioni instabili. Sebbene questa tecnologia sia stata sviluppata in ambito civile (essa fu infatti implementata sul sistema di antenne del radioscopo Square Kilometre Array in Portogallo), offre interessanti potenzialità e spunti per soluzioni energetiche resilienti in contesti militari e difensivi, capaci di assicurare operatività e resilienza nonché autonomia in condizioni peculiari, allineandosi con gli obiettivi di sostenibilità e transizione verde dell’Unione.
Sinergia difesa-energia tra opportunità e fragilità
La crescente e necessaria interconnessione tra energia e sicurezza energetica impone un cambio di approccio, da logiche emergenziali e reattive a strategie strutturate di lungo periodo che consentano di rispondere in maniera flessibile e attiva alle tensioni geopolitiche e alla ridefinizione degli equilibri economico-industriali globali. In questo contesto, l’industria della difesa potrebbe dunque essere motore di innovazione anche nel campo energetico favorendo processi di transizione ecologica estesi. Ciò, congiuntamente alla creazione di un mercato dell’energia coerente con le necessità del settore difesa, potrebbe comportare una reindustrializzazione green e garantire nuovi posti di lavoro in filiere inedite, il tutto rafforzando la coesione interna tra gli Stati membri e approfondire l’integrazione politica ed economica europea.
Tuttavia, questi obiettivi ambiziosi non sono privi di criticità: tra queste, i lunghi tempi di implementazione, l’ingente quantità di investimenti necessari e la complessa pianificazione coordinata richiesta dalla conversione delle catene produttive. Inoltre, il forte carattere sovrano e nazionale del settore della difesa non facilita questo processo, al contrario, rischia di compromettere una governance solida e condivisa, aprendo a frammentazioni e riducendo l’efficienza complessiva con possibili duplicazioni di iniziative a livello nazionale e alimentando asimmetrie di capacità nazionale qualora l’iniziativa venisse lasciata in mano ai singoli Stati, senza linee e sforzi “imposti” e coordinati.
Intrecciare difesa e energia può certamente ridurre la dipendenza da fornitori esterni e rendere le infrastrutture critiche più autonome e sicure, sebbene restino vulnerabilità a livello di approvvigionamento delle terre rare che rallentano lo sviluppo di tecnologie essenziali e dirompenti. Dare impulso alle rinnovabili e imporsi come leader nel settore è allora per l’UE un imperativo irrinunciabile, anche in ragione della corsa alla cleantech tra Cina e Stati Uniti che rischia di lasciare Bruxelles ai margini del mercato globale e relegarla a una posizione di partner subordinato.
Case-study: La protezione delle infrastrutture energetiche nei conflitti armati come pilastro della sicurezza e difesa europea
Le dinamiche belliche in Ucraina hanno messo in luce quanto la protezione delle infrastrutture critiche – e in particolare di quelle energetiche – rappresenti oggi un imperativo per la sicurezza nazionale ed europea. Reti elettriche, oleodotti e impianti di stoccaggio non sono soltanto asset strategici dal punto di vista militare, ma costituiscono il cuore pulsante dei servizi essenziali per la sussistenza delle comunità, in quanto da essi dipendono ospedali, approvvigionamento idrico, trasporti e comunicazioni. Nelle dinamiche del warfare moderno, le Critical Infrastructures (CI) diventano dei veri e propri target militari. Pertanto, garantire resilienza e protezione di questi asset risponde sia ad una logica securitaria (nazionale o europea) che alla necessità di preservare il benessere delle popolazioni, ridurre la vulnerabilità di civili in contesti di crisi e assicurare la continuità di servizi fondamentali che definiscono la qualità della vita e la dignità delle persone.
Il caso del conflitto russo-ucraino è rappresentativo: dal febbraio 2022 al gennaio 2025 le infrastrutture critiche civili hanno rappresentato la categoria primaria di target di attacchi o incidenti riconducibili a iniziative russe in Ucraina, con un incremento nei primi mesi dell’anno dei danneggiamenti ai sistemi energetici allo scopo di massimizzare i disagi durante i mesi più freddi e indebolire la resistenza nel Paese invaso. A titolo esemplificativo, il 13 gennaio 2022, l’Ucraina ha subito un massiccio attacco informatico che ha preso di mira i siti web di diverse istituzioni governative, tra cui il Ministero degli Esteri, il Consiglio dei Ministri e il Consiglio di Sicurezza Nazionale. Questo attacco ha preceduto di poco l’invasione russa del 24 febbraio 2022, suscitando preoccupazioni per una possibile guerra cibernetica su larga scala.
Inoltre, la peculiare tendenza alla digitalizzazione che oggi interessa il settore energetico, che dipende da un’ingente rete di risorse digitali interconnesse, lo rendono sensibilmente esposto ad attacchi di tipo cibernetico, spesso perpetrati a supporto di campagne cinetiche per massimizzare i danni inflitti, indebolire e demoralizzare la resistenza dell’intero sistema nazionale nemico.
Quello dell’energia è un settore critico per definizione, non solo in ragione del ruolo essenziale che esso ricopre per le società contemporanee ma anche per la competizione strategica globale cui è sottoposto, e da cui derivano vulnerabilità e asimmetrie di potere. In questo senso, aspetto fondamentale della sinergia tra settore della difesa ed energetico è la tutela delle infrastrutture energetiche. Nell‘ultimo decennio l’Unione europea ha reagito a questa necessità con una serie di iniziative formali, prima tra tutte la Direttiva 2008/114/EC sull’identificazione e definizione delle infrastrutture critiche europee emanata nel dicembre 2008. Essa stabilisce una procedura per identificare le cosiddette “ECIs” o European critical infrastructures, nonché un metodo comune per valutare la necessità di migliorare la protezione delle stesse per contribuire alla protezione della popolazione. Con il concetto di infrastruttura critica europea si designano strutture situate sul territorio degli Stati Membri il cui danneggiamento avrebbe un impatto significativo su almeno due Membri secondo criteri che incrociano valutazioni di letalità, conseguenze economiche, ambientali e di carattere pubblico. La direttiva, che si concentra sul settore energetico a riprova della centralità strategica dello stesso, definisce ed obbliga gli Stati membri ad individuare e proteggere le ECIs secondo i criteri comuni, tuttavia lasciando loro competenza e rilevante spazio di manovra.
Se l’approccio comunitario si è concentrato primariamente sulla resilienza e sicurezza civile, con il ruolo di agenzie come ENISA, EU LISA, EU INTCEN e sforzi normativi nel campo della sicurezza cyber come la Network and Information Security Directive 2, le tendenze globali e le minacce attuali dimostrano quanto la distinzione tra sicurezza civile e difesa militare sia sempre più sfumata e necessitino di quadri condivisi e cooperazione sia all’interno dell’Unione che della stessa con la NATO, soprattutto in scenari di guerra ibrida. Già nell’ottobre 2024 il report Niinistö, che prende il nome dal consigliere speciale di Ursula Von Der Leyen incaricato di preparare una relazione circa le complesse sfide che l’Ue e i suoi Stati membri devono affrontare e di elaborare raccomandazioni su come migliorare la preparazione e la prontezza civile e militare dell’UE per le crisi future, ha segnato un punto di svolta nel dibattito europeo sulla resilienza delle infrastrutture civili. Esso ha proposto un approccio multilivello e stimolato soluzioni congiunte tra Alleanza Atlantica e Unione Europea nella protezione delle infrastrutture energetiche e digitali, con un impatto importante sulle stesse in Nord Europa e nei Paesi Baltici, zone che presentano un’alta concentrazione di cavi sottomarini, pipelines, parchi eolici offshore prossimi alla Russia.
Considerando che all’interno del White Paper for European Defence Readiness 2030 e dunque del piano ReArm Europe la protezione delle CI è indicata come uno dei 7 critical capabilty gaps da colmare per la costruzione di un’autonomia strategica e difensiva europea, una cooperazione NATO-UE è ancora più rilevante e auspicabile. Essa dovrà strutturarsi sulla condivisione di intelligence e best practices, l’allineamento degli standard e il coinvolgimento degli operatori energetici del settore privato, che possiede attualmente circa il 90% delle infrastrutture critiche in UE, al fine di integrare concretamente sicurezza energetica e difesa.
In un contesto in cui le tecnologie dual-use diventano bersagli militari in ragione dell’ambiguità strutturale che le rende indispensabili per i civili, ma al contempo appetibili obiettivi militari, tale protezione è ancora più rilevante anche e soprattutto a fini umanitari in contesti di crisi. Se, infatti, i principi di diritto umanitario sanciti dalle Convenzioni di Ginevra del 1949 riconoscono come categoria giuridica gli oggetti militari (ovvero quegli oggetti che per la loro natura, localizzazione, scopo o uso forniscono un contributo effettivo all’azione militare e la cui distruzione consentirebbero un definito vantaggio militare) e oggetti civili, non vi è invece nessuna traccia di nozione giuridica e tecnica associata al concetto di oggetti a duplice uso, nonostante emergano proposte di nuovi paradigmi interpretativi per migliorarne la protezione e riconsiderarne lo status ai sensi del DIU.
Il DIU mira a proteggere i civili in situazioni di conflitto e a minimizzare i danni in contesti di ostilità, pertanto ogni attacco rivolto a oggetti civili è proibito, mentre sono lecite operazioni rivolte a obiettivi militari, ad eccezione dei casi in cui ci si attende un effetto collaterale sui civili eccessivo rispetto a quello necessario a raggiungere il vantaggio militare anticipato. E’ possibile allora affermare che infrastrutture critiche che hanno carattere dual-use (e spesso quelle energetiche svolgono questo ruolo) possono essere legittimamente colpite in ragione del loro “scopo e uso”, anche se temporaneo, militare. Gli esempi contemporanei proliferano: a Gaza gli attacchi israeliani hanno preso di mira anche reti di distribuzione elettrica, e in Ucraina le infrastrutture energetiche sono ripetutamente colpite da attacchi missilistici e cibernetici. A riguardo, inoltre, la dottrina statunitense afferma che le “centrali elettriche sono generalmente riconosciute come di sufficiente importanza tanto da essere qualificabili come obiettivi militari durante i conflitti armati”.
Ciò comporta una rinnovata preoccupazione verso gli effetti più o meno indiretti di determinate operazioni sulle popolazioni civili dal momento che, come detto, questi obiettivi sono altrettanto essenziali per la sopravvivenza e il sostentamento civile quanto determinanti per il vantaggio militare. Sebbene un’operazione militare lecita ai sensi del DIU necessiti di una fase di assessment e valutazione dell’effetto collaterale atteso (e dunque di impatto diretto e letale sui civili), quando vengono coinvolti oggetti dual-use la questione è più complessa: gli effetti rilevanti sulla popolazione possono essere di tipo indiretto, a lungo termine e non necessariamente immediato, non limitandosi dunque solo al ferimento o morte in sede di attacco, ma anche ai potenziali danneggiamenti, interruzioni e neutralizzazione di servizi essenziali che rendono il danno sproporzionato rispetto al vantaggio operativo. Sarebbe dunque auspicabile una riflessione interpretativa circa modelli di collateral damage estimation e assessment specifici per gli oggetti dual-use che considerino l’impatto specifico degli stessi e che si fondino sull’intelligence e la raccolta di informazioni dettagliate sulle strutture interessate e i loro network di azione per anticipare e mitigare l’impatto delle decisioni di targeting. Nel caso di infrastrutture elettriche, ad esempio, prima di implementare l’operazione potrebbe essere necessario stimare la porzione di popolazione colpita da un eventuale interruzione, se vi sono altri servizi essenziali potenzialmente coinvolti(come ospedali dipendenti dalla rete), la durata dell’interruzione e knock-on effects secondari. Questi elementi dovrebbero influenzare il processo decisionale e condurre ad accorgimenti, aggiustamenti e riconsiderazioni circa l’attacco.
Conclusioni
Le infrastrutture energetiche, e l’intero settore dell’energia, si rivelano oggi elementi centrali di una nuova architettura della sicurezza europea, in cui la dimensione tecnica e industriale si intreccia con quella giuridica, strategica e geopolitica. Non si tratta più di semplici asset infrastrutturali, ma di veri e propri strumenti di potere e di regolazione, al crocevia tra diritto, difesa e governance politica. L’energia, dunque, è parte integrante della sicurezza e della difesa europea e non può più essere concepita o gestita come comparto separato. La crescente interdipendenza tra energia e strategia militare impone il superamento di un approccio puramente reattivo, a favore di una visione di lungo periodo. In questo quadro, il piano ReArmEU e il Libro Bianco per la Difesa dell’UE rappresentano esempi concreti di “resilienza adattiva”, capaci di coniugare sicurezza, competitività, sostenibilità e innovazione. Essi delineano un percorso che rafforza la transizione verde senza sacrificare l’autonomia strategica, proiettando l’Unione Europea verso un modello in cui il settore energetico diventa al contempo leva di difesa, di sviluppo e di sovranità.

