“Europa” e “russi a casa” sono tra gli slogan più potenti della piazza che celebra Péter Magyar, il leader del partito Tisza che ha ora la possibilità di scardinare il sistema costituzionale orbaniano con i due terzi dei seggi parlamentari. E’ la “liberazione” dal regime che definisce il 12 aprile come un turning point storico per il paese danubiano, una rivoluzione di popolo come quella del 1956. Di fronte a una folla di giovani innumerevole, che ha riempito la piazza e le strade laterali, il nuovo leader ungherese ha rievocato i due anni in cui ha costruito un movimento di popolo capace di portare la voto il più alto numero di votanti, quasi il 78 per cento degli aventi diritto, un record per la democrazia magiara.
Sistema elettorale e prova democrazia
Il Parlamento ungherese è composto da 199 seggi, assegnati secondo Collegi uninominali (106 seggi) assegnati con il sistema maggioritario semplice (vince chi ottiene più voti) e Lista nazionale (93 seggi), distribuiti con metodo proporzionale D’Hondt (solo tra i partiti che superano la soglia del 5%) con un interessante meccanismo di recupero che ne fa uno dei sistemi elettorali più rappresentativi in Europa. Il calcolo per i seggi nazionali infatti include sì i voti di lista ma anche i voti “persi” (dei candidati sconfitti nei collegi) e i voti “in eccesso” (ottenuti dai vincitori oltre la soglia necessaria per battere il secondo classificato). Questo sistema permette naturalmente di dare una sorta di premio di maggioranza ed ha permesso la governabilità del paese negli anni della democrazia post-89. E poi l’elettorato, che si è mobilitato al punto che 4 ungheresi su 5 (compreso i residenti all’estero) abbia partecipato al voto. Gli elettori protagonisti della vittoria sono i giovani, gli under 30 (circa un milione e mezzo) che rappresentano oltre il 12% dell’elettorato: una parte importante di questi elettori vive e lavora all’estero, in Europa, e per questo appuntamento sono rientrati in massa per votare l’opposizione al governo. Poi c’è il voto fuori sede e dall’estero, circa mezzo milione di elettori che hanno votato per corrispondenza, ci sono i 90 mila ungheresi temporaneamente fuori dai confini nazionali che hanno consegnato il proprio voto nelle rappresentanze diplomatiche ungheresi, quindi il voto delle minoranze nazionali, che coinvolge oltre 70 mila persone. Naturalmente la polarizzazione dell’elettorato ha fatto sì che l’opposizione si sia schiacciata sul Tisza di Péter Magyar, lasciando non rappresentati da alcun partito le altre forze della sinistra ungherese.
Fattore internazionale, Trump e Putin
Il “cambio di regime” dopo sedici anni di governo orbaniano si è fatto concreto e – anche se non sperato – non inatteso da parte di coloro che erano smaccatamente al fianco di Viktor, in primis l’amministrazione Trump. Lo stesso Vance, nella sua due giorni a Budapest della scorsa settimana, nell’ultimo tentativo di controbilanciare i sondaggi, parlava della fratellanza e dell’età “dell’oro” tra Stati Uniti e Ungheria accennando alla sua prosecuzione con “il” vincitore alle elezioni di domenica. Quello con Mosca appare invece il rapporto più complicato da reimpostare. I dettagli emersi del filo diretto tra Budapest e Mosca, di Orbàn con Putin ma anche dei ministri degli Esteri Péter Szijjàrtò e Sergej Lavrov, hanno avuto l’effetto di galvanizzare ancor di più la campagna anti-russa del Tisza e di Magyar. La propaganda anti-ucraina “per la pace e la sicurezza”, che sembra aver funzionato tanto nella campagna del 2022, stavolta ha avuto effetti solo in alcune contee di frontiera, in particolare con il confine ucraino, a testimonianza che la paura del coinvolgimento nella guerra è passata in second’ordine nell’elettorato medio. Anche nel comizio di chiusura al castello di Buda, sabato sera, in un clima di nervosismo e poca partecipazione, la breve contestazione da parte di attivisti anti-Orban, che hanno esposto una scritta “tavarish kanyets”, “compagno è finita” (poi cacciati dall’intervento dei ragazzi del Fidesz) proprio mentre Viktor si accingeva al proprio discorso elettorale, è stta un avvisaglia. “Russkih haza”, “russi a casa” è diventato lo slogan dei giovani di Budapest e delle altre città dove la marea giovanile ha realizzato l’”esondazione del Tibisco”, il fiume della pianura orientale, la puszta, che dà il nome al partito di Magyar (giocando sul lemma TIsztelet és SZAbadsàg”, “rispetto e libertà”). All’indomani della vittoria la denuncia di Péter Magyar di sapere che in quel momento al ministero degli Esteri il ministro Szijjàrtò e i suoi più stretti collaboratori stavano distruggendo le prove e i documenti relativi ad un rapporto strettissimo di subordinazione a Mosca, prefigura un contesto da resa dei conti finale. Con la Russia invece l’Ungheria cambierà radicalmente la propria postura, sia per la guerra in Ucraina allineandosi alle posizioni di Bruxelles (ma pur sempre senza un coinvolgimento diretto di Budapest nel finanziamento alla difesa di Kiyev) sia per la dipendenza da Mosca del sistema energetico ungherese, ancor oggi legato fortemente al gasdotto dell’amicizia “Druzhba” e necessitante invece di differenziazione di fonti e fornitori.
Visegràd, Europa e NATO
L’annuncio del primo viaggio per il nuovo leader magiaro è significativo: a Varsavia, a rilanciare quel gruppo di Visegràd (composto da Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia) spesso con posizioni euro-critiche ma capace di influenzare (con i suoi circa 60 milioni di abitanti) gli equilibri comunitari. Poi l’Europa: “siamo stati, siamo e saremo sempre Europa” è la frase più ripetuta da Magyar, al grido “Eu-rò-pa” si è scandita la campagna elettorale e le manifestazioni dell’opposizione.. Un fascino inusuale per altri paesi dell’Unione ma che emerge qui a riscontro della sensazione reale di isolamento internazionale rispetto agli altri paesi del continente, mal sopportato se combinato con l’orientamento verso Oriente (dunque verso Russia e Cina). Anche sulla NATO, sempre menzionata a fianco dell’Europa nel “ritorno” dell’Ungheria nel salotto buono della politica internazionale, Magyar ha le idee chiare: atlantismo e reintegro dell’Ungheria nelle posizioni della NATO europea (più che di colonna europea dell’anti-atlantismo trumpiano), un’apertura subito accolta dal segretario generale Mark Rutte, uno dei primi a complimentarsi con il nuovo leader ungherese.

