La regione centroeuropea appare come l’area del Vecchio Continente più sensibile alle conseguenze del conflitto russo-ucraino in ambito energetico. La frammentazione del Gruppo di Visegrád (V4) sul tema lo rende incapace di giocare un ruolo rilevante nelle decisioni europee. Gli ultimi sviluppi e il prosieguo del conflitto in Ucraina confermano l’attuale scenario di paralisi.
Lo scoppio del conflitto russo-ucraino nel 2022 ha inciso profondamente sulla coesione del V4, erodendo la capacità dei quattro Paesi (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) di elaborare una strategia comune in materia di sicurezza energetica. Ad alzare ulteriormente le tensioni sono stati i bombardamenti ucraini che, da agosto 2025, hanno insistentemente colpito le infrastrutture energetiche sul territorio russo. A suscitare le reazioni più dure sono stati i ripetuti attacchi all’oleodotto Družba, l’infrastruttura più importante che connette la Russia con l’Europa centrale. Le azioni hanno destabilizzato le forniture mentre le operazioni ucraine sono continuate su più larga scala nei successivi due mesi.
Ungheria e Slovacchia hanno reagito duramente scrivendo congiuntamente una comunicazione alla Commissione Europea nella quale si accusa Kyiv di violare l’integrità delle infrastrutture energetiche europee. Inoltre, non sono mancati sui social accuse reciproche tra i ministri degli esteri dei Paesi del Gruppo e l’omologo ucraino. Ad oggi, nemmeno la natura informale del Gruppo riesce a sanare queste divisioni cristallizzate tra due schieramenti: uno di supporto all’Ucraina sostenuto da Varsavia e Praga e quello più “accondiscendente” verso Mosca di Budapest e Bratislava. Ciò ha congelato ad oggi quello che era uno dei maggiori successi della cooperazione V4 ossia la diplomazia energetica.
V4, V2 + V2 oppure ognuno per i fatti suoi?
La divisione energetica all’interno del Gruppo di Visegrád riflette strettamente i rapporti con la Russia e le scelte di politica interna di ciascun Paese. La Polonia, sin dal 2016, ha perseguito una strategia di indipendenza energetica, promuovendo progetti chiave come il Baltic Pipe e il terminale GNL di Świnoujście, opponendosi ai progetti Nord Stream e TurkStream per ridurre il potere coercitivo di Mosca. Con il conflitto russo-ucraino, Varsavia ha aggiornato la “Energy Policy of Poland until 2040”, puntando a diversificare le forniture, ridurre il carbone a favore di nucleare e rinnovabili e elettrificare la produzione nazionale, completando il Baltic Pipe nel novembre 2022. La Repubblica Ceca ha adottato un approccio intermedio: prima del 2022 simile alla Slovacchia, intervenendo su infrastrutture come il gasdotto Gazela, dopo il conflitto ha cercato di seguire la Polonia diversificando gli approvvigionamenti, pur mantenendo legami preesistenti con le reti slovacche e ungheresi collegate a Mosca, rallentando gli sforzi. Ungheria e Slovacchia hanno invece mantenuto legami strutturali con Mosca: Budapest ha rafforzato la propria autonomia energetica attraverso la c.d. “apertura ad Oriente”, mentre Bratislava si è limitata al potenziamento di infrastrutture locali come a Lanžhot, senza sviluppare una strategia di lungo periodo.
La diversità di approcci tra i Paesi V4 si è manifestata durante il semestre di presidenza del Consiglio UE. Repubblica Ceca e Polonia hanno sostenuto attivamente REPowerEU, promuovendo meccanismi emergenziali come la Piattaforma Energetica europea e pianificando il phase out coordinato delle fonti fossili entro il 2027. L’Ungheria, invece, ha adottato un percorso differente il quale, nonostante le critiche, ha ottenuto due risultati chiave: la convalida del quindicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia e l’approvazione della “Dichiarazione di Budapest” sulla competitività. Quest’ultima introducendo il concetto di “Unione dell’energia” con un mercato energetico integrato e l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050.
La mancata proroga dell’accordo di transito del gas tra Russia e Ucraina, entrata in vigore il 1° gennaio 2025, ha rappresentato un punto di svolta per la sicurezza energetica centroeuropea. Kyiv ha giustificato la scelta con tre motivi: inviare un segnale politico a Ungheria e Slovacchia; ridurre le entrate energetiche russe destinate allo sforzo bellico; e l’impossibilità di mantenere il transito sotto gli attacchi russi alle infrastrutture ucraine. La decisione ha accentuato le divisioni all’interno del Gruppo. Da un lato, pur ottenendo risultati diversi, Slovacchia e Ungheria hanno rafforzato i legami con Mosca spesso con iniziative a sorpresa disconosciute dall’UE. Dall’altro, Polonia e Repubblica Ceca hanno puntato sulla diversificazione energetica interna. Queste divisioni sono dannose per Bruxelles dato che l’Europa centrale rischia di essere una “porta sul retro” dell’energia russa compromettendo la strategia di phase out.
Ultimi sviluppi e implicazioni
Allo scenario considerato e ai continui attacchi ucraini alle infrastrutture russe vanno considerati sviluppi successivi che possono diventare rilevanti nel medio-lungo periodo. In primo luogo, a livello regionale, le ultime elezioni in Repubblica Ceca hanno visto la vittoria del leader populista Andrej Babiš. Le posizioni del futuro PM ceco sul dossier ucraino si allineano maggiormente a quelle del suo omologo slovacco Fico e dell’ungherese, Viktor Orbán, piuttosto che a quelle del governo polacco. Questo non danneggia solamente Kyiv che perde un alleato ma indebolisce gli sforzi europei nell’ambito della sicurezza energetica. Babiš ha promesso “energia a basso costo” promettendo politiche contrarie agli sforzi precedenti tra cui la nazionalizzazione della compagnia energetica ČEZ per controllare i prezzi e promuovere una politica estera energetica indipendente dall’UE.
A livello internazionale, gli Stati Uniti giocano un ruolo decisivo. Nonostante la frustrazione per gli attacchi ucraini alle infrastrutture russe, Washington ha chiesto agli europei di interrompere l’acquisto di gas e petrolio russo come condizione per nuove sanzioni contro Mosca. Il 25 settembre, Donald Trump ha contattato Orbán e Fico, ma entrambi i primi ministri hanno respinto la richiesta con fermezza. L’atteggiamento oscillante di Trump non danneggia solo i Paesi sostenitori di Kyiv, ma può ritorcersi anche sui leader più accomodanti verso Mosca. Un sostegno più deciso all’Ucraina, ad esempio con l’invio dei missili Tomahawk, potrebbe aumentare la pressione diplomatica su questi Paesi. Contemporaneamente, il proseguimento del conflitto incrementa la loro vulnerabilità energetica, poiché le infrastrutture russe da cui dipendono sono sempre più esposte agli attacchi ucraini, rendendo più frequenti le sospensioni delle forniture.Perciò, la regione centroeuropea resta in una posizione semiperiferica in cui al potenziale strategico enorme segue una dipendenza da centri di potere esterni e un’incapacità di esprimere posizioni forti e unitarie. Ciò mina la credibilità del Gruppo ma trascina pure l’UE complicandone la strategia di abbandono delle fonti energetiche russe a causa del potere di veto presso il Consiglio europeo. Tuttavia, è doveroso ricordare come il formato V4 è flessibile quindi in grado di rimanere in stand-by per riprendere successivamente così come sia errato analizzare la regione in chiave dicotomica è superficiale in quanto non tiene conto delle specificità locali. In prospettiva, più che come piattaforma di azione collettiva, il formato V4 sembra destinato a rimanere un laboratorio di tensioni e compromessi utile a comprendere le sfide della transizione energetica europea ma incapace di orientarsi in maniera autonoma.

