La National Security Strategy 2025 trasforma l’Europa da partner privilegiato a junior partner da rieducare. Washington chiede il 5% del PIL per la difesa, promuove la resistenza anti-UE e auspica una normalizzazione con la Russia. Un’analisi delle implicazioni per il continente e della frattura che si sta consumando nell’alleanza atlantica.
La pubblicazione della National Security Strategy 2025 (NSS 25) ha generato onde d’urto nel continente europeo. Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, un documento strategico americano tratta esplicitamente l’Europa non come un alleato paritario, ma come un partner subordinato da guidare verso un riallineamento culturale e politico. Il testo critica apertamente la “traiettoria attuale” delle nazioni europee, descritta come caratterizzata da sovraregolamentazione, autodenigrazione culturale e sovversione democratica da parte di élite transnazionali, e chiede una profonda trasformazione del continente secondo i parametri dell’amministrazione Trump.
Questo approccio segna una rottura radicale con settant’anni di relazioni transatlantiche. L’Europa non è più vista come il cuore della comunità democratica occidentale, ma come un’entità in declino civile ed economico che necessita di essere salvata da se stessa. Il documento promuove quella che definisce “grandezza europea”, ma la condiziona all’abbandono del progetto di integrazione sovranazionale e all’adozione di valori allineati alla visione MAGA: identità cristiana, famiglie tradizionali, rifiuto delle politiche migratorie e climatiche progressiste.
Il burden-sharing estremo: dal 2% al 5% del PIL
La richiesta più dirompente contenuta nella NSS 25 riguarda la spesa per la difesa. Il documento chiede agli alleati NATO di aumentare i loro contributi fino al 5% del PIL, un obiettivo che Trump presenta come un “impegno storico” già sottoscritto, sebbene la realtà sia più sfumata. Al Summit NATO dell’Aia del giugno 2025, gli alleati hanno effettivamente discusso un target progressivo del 5% entro il 2035 (3,5% per spesa militare diretta più 1,5% per infrastrutture correlate), ma si tratta di un’aspirazione a lungo termine, non di un impegno immediato.
Attualmente, la media europea si attesta intorno al 2,1% del PIL, con solo pochi paesi, Polonia in testa, vicini o superiori al 3%. Portare la spesa al 5% richiederebbe un raddoppio o triplicazione dei budget della difesa per la maggior parte degli Stati membri, con conseguenze drammatiche sui bilanci nazionali. Per l’Italia, significherebbe passare dagli attuali 32 miliardi di euro a circa 100 miliardi annui. Per la Germania, da 66 a oltre 200 miliardi.
Questa richiesta non è solo economica: è una leva negoziale per condizionare il supporto americano. La NSS 25 lascia intendere che la garanzia dell’Articolo 5, il pilastro della difesa collettiva NATO, potrebbe diventare condizionata all’effettività dei contributi finanziari. Washington segnala chiaramente l’intenzione di ridurre la propria presenza militare in Europa (con possibili ritiri parziali da Germania o Polonia) se gli europei non si assumono la “responsabilità primaria” per la propria difesa.
Ingerenza culturale: la promozione della resistenza anti-UE
Ma il NSS 2025 va oltre le questioni militari ed economiche, avventurandosi in un territorio inedito: l’ingerenza diretta nella politica interna europea. Il documento promuove esplicitamente il sostegno a movimenti e partiti che “resistono” all’Unione Europea, vista come nemica dell'”identità occidentale”, definita in termini cristiani, anti-migratori e contrari alle politiche “woke”.
Quando il documento parla di “valori occidentali” e “libertà”, utilizza un vocabolario identitario lontano dal linguaggio liberal-internazionalista delle amministrazioni democratiche e persino dal conservatorismo tradizionale reaganiano. L’Occidente da salvare è quello delle nazioni cristiane sovrane, delle famiglie tradizionali e dei popoli europei “autoctoni”, non quello dei diritti umani universali o dell’Europa federale post-nazionale. È la visione che circola nella Heritage Foundation, tra i consiglieri più vicini a Trump come Bannon e Miller, e nelle conferenze nazional-conservatrici.
Nella pratica, questo si traduce nel supporto a partiti sovranisti: AfD in Germania, Rassemblement National in Francia, PiS in Polonia, Fidesz in Ungheria, Vox in Spagna. Washington considera questi movimenti come “alleati autentici” perché chiudono i confini, combattono l’ideologia gender e l’agenda climatica, riducono il potere della Commissione Europea e sono disposti a normalizzare i rapporti con la Russia post-Ucraina. Al contrario, governi percepiti come “woke” e verde-multiculturali, Germania, Francia, Spagna, la Commissione von der Leyen , sono visti come parte del problema.
Casi recenti dimostrano la concretezza di questo approccio. Le reazioni di esponenti dell’amministrazione Trump alla multa UE imposta a X di Elon Musk, vissuta come un “attacco anti-americano”, hanno accelerato tensioni bilaterali con possibili ritorsioni via dazi o sanzioni tecnologiche. Non è un caso che il documento abbia ricevuto un plauso pubblico da Putin, che ha dichiarato di condividere la “visione americana sull’Europa”, un endorsement che la dice lunga sulla convergenza di interessi tra Washington e Mosca nella destabilizzazione dell’UE.
Ucraina e Russia: la grande concessione
Sul teatro ucraino, la NSS 2025 segna una svolta drammatica. Il documento spinge per un cessate il fuoco rapido e una “stabilità con la Russia”, implicando l’abbandono del supporto illimitato a Kiev e l’apertura di negoziati su posizioni che potrebbero favorire Mosca. L’obiettivo dichiarato è evitare “guerre eterne” e liberare risorse americane per la competizione con la Cina, ma le conseguenze per l’Europa sono potenzialmente devastanti.
Un accordo che legittimasse le conquiste territoriali russe o imponesse a Kiev condizioni di “neutralità” (rinuncia alla NATO o all’UE) rappresenterebbe non solo un tradimento dell’Ucraina, ma anche un segnale che gli Stati Uniti sono disposti a riconoscere sfere di influenza in Europa orientale. Per paesi come Polonia, Baltici, Romania, questo scenario evoca incubi storici: l’Europa orientale come zona grigia esposta alle pressioni di Mosca, con una NATO indebolita e un’America disinteressata.
La NSS 25 non considera la Russia una minaccia prioritaria per l’Europa, ma un partner con cui normalizzare i rapporti in funzione anti-cinese. Questa sottovalutazione del carattere imperialista della politica estera russa e delle sue ambizioni egemoniche in Europa orientale rappresenta una delle maggiori vulnerabilità strategiche del documento. Washington sembra dare per scontato che Mosca si accontenterà di una sfera di influenza limitata, ignorando la natura espansionistica del progetto putiniano.
Guerra commerciale e competizione economica
Sul piano economico, la NSS 25 enfatizza la necessità di proteggere le supply chain e garantire il dominio americano nei settori strategici (AI, biotech, semiconduttori), criticando il globalismo europeo. Questo si traduce nella continuazione e intensificazione di politiche protezionistiche: dazi su acciaio, automotive, farmaceutico, settori chiave per l’economia europea.
Gli Stati Uniti punteranno a esportare LNG per ridurre la dipendenza europea dal gas russo, ma a prezzi superiori rispetto alle forniture via gasdotto. Chiederanno inoltre all’Europa di allinearsi agli standard tecnologici americani nella competizione con la Cina, imponendo restrizioni sugli investimenti e sui trasferimenti tecnologici che potrebbero danneggiare le aziende europee presenti nel mercato cinese.
Il documento prospetta una visione in cui l’Europa deve scegliere: o si allinea completamente agli interessi economici americani nella rivalità con Pechino, accettando costi economici significativi, oppure viene trattata essa stessa come un competitor economico da disciplinare con dazi e sanzioni. Non c’è spazio per una terza via di autonomia strategica che bilanci rapporti con USA e Cina.
Diplomazia bilaterale: dividere per governare
L’imprevedibilità diplomatica di Trump e il suo approccio transazionale suggeriscono che Washington punterà su accordi bilaterali con singoli Stati per dividere l’UE e premiare quelli allineati alla visione americana. Polonia e Italia sono candidati naturali per partnership privilegiate, mentre Germania e Francia, storicamente motori dell’integrazione europea, potrebbero essere marginalizzate.
Questa strategia di divide et impera mira a erodere la capacità dell’UE di parlare con una voce unica su questioni strategiche. Ogni Stato membro, di fronte alla prospettiva di perdere l’ombrello di sicurezza americano o di subire dazi punitivi, sarà tentato di cercare un accordo separato con Washington, minando la solidarietà europea. La NSS 25 non nasconde questa intenzione: promuove esplicitamente alleanze con “nazioni sane” contro l’UE come istituzione.
Le reazioni europee: tra minimizzazione e allarme
Le reazioni immediate dei leader europei alla pubblicazione della NSS sono state variegate. Kaja Kallas, Alto Rappresentante UE per la politica estera, ha cercato di minimizzare le critiche, sostenendo che l’alleanza transatlantica rimane solida. La Germania ha respinto fermamente i “consigli esterni” su come gestire la propria società, mentre la Francia ha ribadito l’importanza dell’autonomia strategica europea.
Tuttavia, dietro le dichiarazioni pubbliche, prevale la preoccupazione. L’Europa percepisce questo NSS come una minaccia esistenziale alla sua coesione. Il timore è che Washington utilizzi leve economiche e diplomatiche per frammentare l’UE dall’interno, favorendo governi nazionalisti che indeboliscano Bruxelles. La prospettiva di essere abbandonati su fronti critici come l’Ucraina, combinata con la pressione economica e l’ingerenza politica, sta forzando i leader europei a confrontarsi con una realtà scomoda: gli Stati Uniti non sono più un partner affidabile.
La NSS 2025 rappresenta dunque un momento di verità per l’Europa. Può segnare l’inizio di una maturazione strategica che spinga il continente verso maggiore autonomia, oppure accelerare una frammentazione che lo trasformi in una periferia divisa tra potenze globali. La scelta che l’Europa farà nei prossimi mesi e anni determinerà il suo destino per i decenni a venire.

