La guerra in Ucraina ha consolidato un nuovo paradigma operativo: sistemi unmanned economici e prodotti su larga scala possono influenzare in modo decisivo i conflitti ad alta intensità. L’adattamento degli Stati Uniti e i primi tentativi europei di sviluppare capacità simili mostrano come le lezioni del conflitto stiano iniziando a influenzare dottrina, industria e procurement militare.
Negli ultimi anni i sistemi aerei senza pilota hanno assunto un ruolo sempre più centrale nelle operazioni militari. Il conflitto in Ucraina ha accelerato questa trasformazione, dimostrando come tecnologie relativamente economiche possano avere un impatto significativo sul campo di battaglia. In questo contesto, le iniziative statunitensi e i primi tentativi europei di coordinamento industriale suggeriscono che la “lezione ucraina” stia iniziando a influenzare strategie militari e politiche di sicurezza.
Gli Stati Uniti si adattano alla “più grande innovazione sul campo di battaglia in una generazione”
Negli ultimi anni i sistemi aerei senza pilota hanno assunto un ruolo sempre più centrale nelle operazioni militari. Gli Stati Uniti hanno recentemente messo alla prova questa tendenza nell’ambito dell’operazione Epic Fury, nella quale è stato impiegato il Low-Uncrewed Combat Attack System (LUCAS), un drone d’attacco a basso costo sviluppato dall’azienda statunitense SpectreWorks e concepito come munizione circuitante one-way. Secondo lo US Central Command, il sistema presenta caratteristiche simili ai droni Shahed di produzione iraniana utilizzati dalla Russia nella guerra in Ucraina.
La crescente centralità dei sistemi unmanned è stata riconosciuta anche a livello politico con l’ordine esecutivo Unleashing American Drone Dominance, attraverso il quale la Casa Bianca ha individuato nei droni una tecnologia destinata a ridefinire non solo il settore aeronautico civile, ma anche le capacità operative e industriali del Paese. L’iniziativa mira ad accelerare la commercializzazione e l’integrazione dei sistemi unmanned nello spazio aereo nazionale, rafforzare la base industriale domestica e promuovere l’export di piattaforme prodotte negli Stati Uniti.
Questa strategia riflette in larga parte le lezioni apprese dalla guerra in Ucraina, che ha evidenziato il ruolo decisivo dei droni nei conflitti ad alta intensità. Nel luglio 2025 il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha affermato in un memorandum che i droni rappresentano “la più grande innovazione sul campo di battaglia di una generazione”, osservando come nel conflitto ucraino essi siano responsabili di una quota significativa delle perdite.
La diffusione su larga scala di questi sistemi è legata soprattutto a due fattori: il costo relativamente ridotto delle piattaforme e la rapidità con cui possono essere prodotti e dispiegati. L’impiego massiccio di Unmanned Aerial Vehicles (UAV) in Ucraina ha dimostrato come tali sistemi possano mantenere una presenza prolungata sul campo di battaglia, individuare movimenti e posizioni nemiche e accelerare significativamente i cicli decisionali e di fuoco.
Queste caratteristiche stanno modificando anche la logica tradizionale dell’acquisizione militare. Mentre i programmi convenzionali richiedono spesso anni tra sviluppo e operatività, molti sistemi unmanned possono essere progettati, prodotti e impiegati operativamente in tempi molto più ridotti. In questo contesto il Dipartimento della Difesa ha avviato programmi per aumentare la capacità nazionale di produrre droni attritable, cioè sistemi progettati per operare anche in scenari ad alto rischio senza compromettere la sostenibilità economica delle operazioni.
In questa direzione si inserisce Project G.I., iniziativa sviluppata dalla Defense Innovation Unit per accelerare l’integrazione operativa dei sistemi unmanned nelle unità dei Marines. Il progetto ha testato droni commerciali maturi direttamente in condizioni operative realistiche, verificandone l’impiego da parte di squadre e plotoni in scenari caratterizzati da comunicazioni degradate e tempi decisionali compressi.
L’esperienza ha confermato un principio sempre più centrale nella dottrina emergente: i droni non generano autonomamente potenza di combattimento, ma amplificano la capacità decisionale e operativa dei comandanti ai livelli più bassi della catena di comando. Nel complesso, queste iniziative indicano un adattamento strategico degli Stati Uniti a un ambiente operativo in cui la superiorità militare dipende sempre più da rapidità di dispiegamento, produzione su larga scala e integrazione capillare dei sistemi unmanned.
La guerra dei droni in Ucraina
Il 1° marzo il Primo Ministro britannico Keir Starmer, in seguito all’avvio delle operazioni congiunte statunitensi e israeliane contro l’Iran e alla conseguente retaliation che ha colpito diversi Paesi del Golfo – inclusa una base britannica a Cipro – ha suggerito di impiegare esperti ucraini per aiutare gli Stati della regione a contrastare i droni iraniani. La proposta del leader britannico evidenzia una realtà emersa con chiarezza dal campo di battaglia ucraino: la guerra contemporanea si articola sempre più attorno all’impiego di sistemi unmanned, ambito nel quale Ucraina e Russia rappresentano oggi i due Paesi con la maggiore esperienza operativa. Le dichiarazioni di Starmer non devono essere interpretate come un caso isolato, ma piuttosto come il riflesso di una crescente consapevolezza tra i partner occidentali circa la necessità di adattarsi ai cambiamenti del warfare moderno. Diversi Paesi NATO – tra cui Germania e Polonia – hanno coinvolto istruttori ucraini per fornire alle proprie forze armate indicazioni operative sulla drone warfare.
Il ruolo centrale dei droni nel conflitto è emerso progressivamente sin dal primo anno di guerra, quando la Russia ha acquisito dall’Iran i droni Shahed, utilizzati per la prima volta nell’estate del 2022. Gli Shahed appartengono alla categoria dei one-way attack (OWA) UAV, munizioni progettate per colpire il bersaglio e detonare all’impatto. A seconda della variante, possono raggiungere distanze comprese tra i 700 e i 2000 chilometri e volare a velocità di circa 200 km/h. Prodotti dall’azienda iraniana Shahed Aviation Industries, questi sistemi erano già stati impiegati in Medio Oriente prima della guerra in Ucraina, sia direttamente dall’Iran sia da gruppi ad esso affiliati come gli Houthi nello Yemen. In Ucraina la Russia li ha ribattezzati Geran e ne ha avviato successivamente la produzione locale con assistenza iraniana.
Il prezzo relativamente contenuto di queste piattaforme ha consentito alla Russia di utilizzarle come strumento di saturazione delle difese aeree ucraine. Mosca ha inoltre incrementato l’impiego di varianti prive di testata, come il Gerbera, utilizzate come decoy per distrarre i sistemi di difesa dai bersagli reali. L’introduzione degli Shahed ha costretto l’Ucraina ad adattare rapidamente la propria strategia difensiva. Kiev ha sviluppato una difesa aerea multilivello, assegnando diverse minacce a differenti sistemi difensivi per evitare l’utilizzo di intercettori costosi contro piattaforme a basso costo.
Parallelamente, l’Ucraina ha introdotto diversi adattamenti operativi, tra cui i mobile fire groups, piccoli team mobili su veicoli leggeri incaricati di intercettare droni a bassa quota con armamenti relativamente economici. L’applicazione ePPO consente inoltre ai civili di segnalare droni o oggetti volanti a bassa quota nelle aree con copertura radar limitata.
Kiev ha intensificato anche l’uso di guerra elettronica per disturbare la navigazione dei droni e ha sperimentato interceptor drones FPV progettati per abbattere altri UAV. Parallelamente, l’industria nazionale della difesa legata ai droni è cresciuta rapidamente: il valore del settore è passato da circa 1 miliardo di dollari nel 2022 a circa 35 miliardi nel 2025, trasformando l’Ucraina da consumatore di tecnologia militare a produttore e innovatore nel settore unmanned.
L’Europa alla prova della drone warfare
La guerra in Ucraina ha evidenziato come tecnologie relativamente economiche e prodotte su larga scala possano assumere un ruolo sempre più rilevante nelle operazioni militari contemporanee. In questo contesto diventa rilevante analizzare in che modo l’Europa stia cercando di adeguarsi a tali cambiamenti.
Ad oggi molti eserciti europei non dispongono di arsenali sufficienti di droni a basso costo per sostenere scenari di conflitto ad alta intensità simili a quello ucraino. Inoltre, le forze armate europee risultano generalmente meno abituate all’impiego operativo di questi sistemi.
Dal punto di vista industriale, questo ritardo è dovuto in parte al fatto che molti Paesi europei hanno concentrato i propri investimenti nello sviluppo di grandi UAV di fascia alta, trascurando piattaforme tattiche più piccole e numerose. Il principale progetto europeo nel settore è l’Eurodrone, sostenuto da Francia, Germania, Spagna e Italia per missioni ISTAR, ma il programma ha registrato ritardi legati al coordinamento industriale.
La frammentazione emerge anche nelle scelte nazionali. La Polonia ha acquisito droni Bayraktar TB2 e sistemi MQ-9A Reaper, molto più sviluppati e costosi, mentre la Germania sta investendo in sistemi più vicini alle dinamiche osservate nel conflitto ucraino, come i droni HX-2 sviluppati dalla startup Helsing. Anche la Francia ha avviato programmi nel settore con l’azienda KNDS, che ha sviluppato i modelli Colibri e Larinae.
Segnali di maggiore coordinamento europeo emergono con la firma nel 2024 della European Long-range Strike Approach (ELSA) da parte di Francia, Germania, Italia, Polonia, Svezia e Regno Unito. L’iniziativa mira allo sviluppo di one-way attack effectors a basso costo con raggio superiore ai 500 chilometri e all’armonizzazione dei processi di sviluppo e procurement.
Le implicazioni strategiche della guerra dei droni
Le lezioni della guerra in Ucraina indicano che il campo di battaglia contemporaneo è sempre più dominato da sistemi unmanned relativamente economici capaci di saturare le difese aeree avversarie. Allo stesso tempo, una difesa efficace deve essere in grado di neutralizzare queste minacce senza che il costo dell’intercettazione diventi eccessivo.
L’impiego di tecnologie simili in altri teatri, incluso il Medio Oriente, suggerisce che il modello operativo osservato in Ucraina stia rapidamente diffondendosi. Per i Paesi europei, in particolare quelli del fianco orientale della NATO, la sfida sarà sviluppare capacità industriali e operative adeguate per affrontare un contesto strategico in cui i droni a basso costo rappresentano ormai uno degli strumenti principali della guerra contemporanea.

