Domenica 12 aprile 2026, i cittadini ungheresi sono chiamati ad eleggere l’Assemblea Nazionale. Lo scontro politico monopolizzato dall’attuale Primo Ministro, Viktor Orbán, e il suo rivale, Péter Magyar, vede il leader al potere in una situazione inedita di difficoltà interna. Campione europeo della democrazia illiberale, Budapest assiste oggi alle crepe del suo modello mentre i rapporti con l’Unione europea sono ai minimi storici. A prescindere dal risultato, mai così incerto, le elezioni ungheresi sono centrali per gli equilibri politici europei.
Le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026 rappresentano l’appuntamento elettorale più importante della storia recente ungherese. Per la prima volta da oltre quindici anni, la sfida politica-elettorale non è mai stata così aperta. Nonostante il sistema politico ungherese sia formalmente multipartitico, il confronto è prettamente bipolare. Da un lato, l’attuale Primo Ministro (PM), Viktor Orbán, governa il Paese dal 2010 e ha plasmato le istituzioni nazionali secondo una logica illiberale. Tale processo ha allontanato Budapest dagli standard europei in materia di stato di diritto e indipendenza della magistratura, mentre sui dossier internazionali l’Ungheria si mostra distaccata rispetto ai partner europei.
Dall’altro lato, Péter Magyar rappresenta l’avversario politico più difficile che l’attuale PM abbia mai affrontato. Giovane e carismatico, la sua figura è diventata simbolo di un’Ungheria più europeista e liberale, sebbene Magyar stesso abbia avuto un passato nella cerchia politica orbaniana. La sua popolarità, accresciuta con l’emergere di scandali nel governo e la recessione economica frutto delle crisi internazionali, si è tradotta in un’offerta politica alternativa. Dopo le elezioni europee del 2024, Tisza — il principale partito di opposizione — ha lavorato su tematiche interne quali la lotta alla corruzione e la promozione di riforme istituzionali che mettano fine all’attuale sistema di potere. La novità principale, tuttavia, risiede nella volontà di “riavvicinare Budapest all’Ue e alla NATO”. Ciò, aprirebbe uno scenario inedito per Budapest e per Bruxelles.
Ucraina e Unione europea al centro
Lo scenario internazionale ha catalizzato l’attenzione elettorale magiara di cui il conflitto in Ucraina e i rapporti con l’Ue sono stati al centro del dibattito. La politica estera ungherese, spesso riassunta con espressioni quali “cavallo di Troia”, “quinta colonna della Russia”, “filorussa” e “pecora nera dell’Ue”, fanno emergere l’atteggiamento antagonista che Budapest ha indubbiamente tenuto per tutelare i suoi interessi. La strategia ungherese, basata sul c.d. “pragmatismo basato su principi”, si è tradotto in una politica estera non allineata e flessibile alle circostanze Lo scopo principale è quello di garantire connettività con i grandi attori globali. La connettività è il perno della “Politica dell’Apertura ad Oriente” (Keleti Nyitás), una strategia di riorientamento economico verso i Paesi emergenti. Inaugurata nel 2011, le intenzioni ungheresi erano, in origine, quelle di evitare una dipendenza eccessiva dai partner occidentali. In quanto piccola potenza centroeuropea, Budapest ha cercato di compensare le proprie asimmetrie attraverso una strategia di diversificazione. Nei fatti, la Keleti Nyitás ha assunto caratteri di allineamento con i partner non occidentali o, addirittura, ostili all’Occidente su questioni di politica internazionale.
Il conflitto russo-ucraino è l’elemento centralizzante della politica domestica ed estera ungherese. La postura magiara sul tema è fortemente antagonista agli sforzi europei di sostegno all’Ucraina. A livello europeo, tale atteggiamento ha imbarazzato i partner europei nonché alleati tradizionalmente più stretti come la Polonia. Questa divergenza si riflette anche all’interno dell’Europa centrale in cui le tensioni polacco-ungheresi sulla questione rappresentano il principale motivo del blocco del Gruppo di Visegrád — la coalizione che riunisce Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Per reazione, Budapest si è avvicinata a Bratislava con cui condivide un atteggiamento ambiguo verso Mosca. I due Stati collaborano per rallentare l’azione europea volta al disimpegno dagli idrocarburi russi e al sostegno all’Ucraina. L’elemento di maggiore discordia riguarda il transito dei flussi energetici, in particolare le condizioni dell’oleodotto Družba, nodo centrale dell’economia energetica ungherese.
A livello domestico, l’Ungheria riscrive il conflitto in Ucraina come una sorta di “forza impersonale” frutto dello scontro tra Occidente e Russia in cui chi sostiene Kyiv è favorevole ad entrare in guerra contro la Russia. Per Orbán, l’Ucraina non è un soggetto ma è un oggetto foraggiato dai “guerrafondai” nonché capro espiatorio e principale minaccia alla sicurezza ungherese. Una serie di azioni ed incidenti confermati e smentiti conferma questo clima di scontro. Questi episodi includono: l’esplosione della Danube Refinery a Százhalombatta; il sorvolo sospetto di un drone ungherese sui cieli ucraini; il dispiegamento dell’esercito ungherese a tutela delle infrastrutture energetiche e il sequestro e rilascio successivo di sette cittadini ucraini e di un convoglio porta valore in Ungheria. Per chiudere, l’evento più recente, risalente al 6 aprile 2026, riguarda la presenza di esplosivi piazzati lungo il TurkStream nel tratto al confine serbo-ungherese. Nonostante la smentita dell’intelligence di Belgrado circa il coinvolgimento ucraino nell’operazione, Budapest non ha risparmiato accuse a Kyiv.
L’Ue rappresenta l’altro elemento centrale. Il governo Orbán rappresenta l’elemento più distruttivo della coesione europea a causa dell’atteggiamento freeriding dimostrato in ogni crisi che ha attraversato l’Ue dal 2010 ad oggi. Ciò ha isolato Budapest dai partner europei dimostrando forte euroscetticismo, sebbene quest’ultimo non sia sfociato in una volontà di abbandonare l’Ue. Al contempo, la voce ungherese non è ignorabile poiché l’architettura decisionale europea prevede l’unanimità su decisioni di politica estera e di sicurezza. L’abuso del potere di veto ha indebolito Bruxelles su fronti strategici sia prima sia dopo il 2022. La minaccia di attivare l’articolo 7 del Trattato dell’Ue — la clausola di sospensione in caso di gravi e sistematiche violazioni dello stato di diritto — è stata sempre un’arma spuntata a causa di alleanze interne quali la Polonia (fino al 2023) o la Slovacchia.
In tempi più recenti, i rapporti con l’Ue si sono ulteriormente compromessi. Durante la presidenza ungherese del Consiglio dell’Ue (luglio-dicembre 2024), diversi Stati membri hanno apertamente boicottato il suo mandato accusando Orbán di utilizzare la presidenza per promuovere interessi nazionali a scapito di quelli comunitari. Altre controversie sono emerse ad ottobre 2025, quando inchieste giornalistiche hanno rivelato un caso di spionaggio da parte dei servizi segreti magiari dentro le istituzioni europee. Infine, alla fine di marzo 2026, sono usciti leak di conversazioni telefoniche tra il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, e il suo omologo russo Sergei Lavrov. Il contenuto tratta informazioni sensibili dei vertici europei che venivano passati a Mosca. Il successivo 7 aprile, Bloomberg ha pubblicato la trascrizione di una telefonata del 2025 tra Orbán e il leader russo, Vladimir Putin, nella quale il PM ungherese avrebbe espresso disponibilità ad assistere Mosca offrendosi come sede per eventuali colloqui di pace, ambizione che il PM magiaro cavalca da tempo.
Implicazioni
Alla luce di quanto considerato, le elezioni del 12 aprile possono segnare una svolta importante per Budapest nonché le ricadute possono essere europee. Nonostante i sondaggi più recenti stimino un vantaggio significativo di Tisza, l’esito è tutt’altro che scontato. Il sistema elettorale magiaro si è consolidato in una forma mista in cui il peso dei collegi territoriali ha spesso favorito Fidesz. Difatti, molti di questi sono situate nelle aree rurali del Paese, zone in cui il partito di Orban è più radicato. La struttura dei distretti e i meccanismi di compensazione previsti dalla legge elettorale amplificano il premio in seggi per la forza politica più votata, contribuendo a produrre maggioranze parlamentari più ampie rispetto al margine effettivo di voti.
Nel caso in cui Tisza vincesse le elezioni, il processo di normalizzazione dell’Ungheria nel perimetro delle democrazie liberali è complicato. Invertire l’entrenchment istituzionale di Fidesz sugli organi di Stato richiederebbe infatti una super maggioranza che difficilmente Tisza potrebbe ottenere. Le riforme alla Costituzione del 2011 necessitano di una maggioranza di due terzi complicando una revisione istituzionale. Un utile parallelo, in tal senso, è la Polonia post-2023 in cui la vittoria della coalizione di forze liberali guidata da Donald Tusk non ha garantito la maggioranza sufficiente per intervenire su questioni quali diritti civili e stato di diritto. La coabitazione con presidenti della Repubblica di segno politico opposto hanno rallentato il processo tramite l’abuso del potere di veto. Nel caso ungherese, il capo dello Stato dispone di poteri formalmente più limitati rispetto al presidente polacco, ma la possibile coabitazione e la struttura istituzionale potrebbero, comunque, rendere l’azione di un governo non guidato da Orbán più difficile.
A livello europeo, un esecutivo a guida Magyar sarebbe più gradito a Bruxelles dato che egli stesso è un membro del Parlamento europeo. Nonostante abbia espresso la volontà di ricucire i rapporti con i partner del Vecchio Continente, Magyar è tutt’altro che accomodante ai desiderata dell’Ue. Per quanto riguarda il conflitto in Ucraina, il leader di Tisza non sostiene in modo entusiasta Kyiv. Difatti, egli ha respinto qualsiasi forma di sostegno militare così come l’adesione ucraina all’Ue in procedura accelerata. Tale cautela non è solo tattica politica per non esporsi su una questione spinosa ma segnala un sentiment ungherese molto negativo nei confronti dell’Ucraina. Tra Budapest e Kyiv, difatti, i rapporti sono storicamente pessimi a causa del tema della minoranza ungherese sul territorio ucraino.
Una conferma di Orbán, invece, proseguirebbe l’attuale status quo e incontrerebbe il favore del Cremlino e della Casa Bianca. Da una parte, l’amministrazione statunitense ha mostrato un sostegno esplicito all’attuale leader magiaro anche a ridosso delle elezioni, come dimostrato dalla visita a Budapest del vicepresidente J.D. Vance. I legami tra i due Paesi si sono rafforzati con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, guidati non solo da affinità ideologiche e da una visione transazionale della politica internazionale, ma anche dall’interesse di indebolire l’Ue come attore globale. Dall’altra, la Russia accoglierebbe con favore la riconferma di Orbán, poiché la postura magiara rallenta significativamente gli sforzi dell’Ue a sostegno dell’Ucraina nonché tutela rapporti economici ed energetici consolidati tra i due Stati. Difatti, sulla scia di quanto fatto in Moldova, Mosca sta operando nel Paese attraverso campagne di disinformazione atte a screditare Magyar e la sua linea più aperta all’Ue.
Conclusione
Le elezioni in Ungheria, perciò, si confermano il momento spartiacque più importante nella storia recente del Paese nonché un test nazionale cruciale per l’Ue. Il voto non è la mera scelta tra due leader politicamente antitetici ma inciderà sul corso presente e futuro del Paese. A prescindere dal risultato, è realistico pensare che l’Ungheria declinerà le sue unicità strategiche con toni più o meno concilianti dentro l’Ue. Le elezioni sono, dunque, un banco di prova sul grado di autonomia politica di Budapest e sulla sua volontà di integrare ambizioni nazionali e vincoli comunitari, con conseguenze che si estenderanno ben oltre i confini del Paese.

