La vittoria di Péter Magyar alle elezioni nazionali segna una svolta storica in Ungheria terminando nei fatti la parabola orbaniana. Ottenuta la “super maggioranza” necessaria per rimettere Budapest in una cornice istituzionale liberaldemocratica, il Paese è destinato a profondi cambiamenti che avranno ripercussioni a livello regionale ed europeo.
Domenica 12 aprile 2026 è una data destinata a rimanere nella storia magiara. Dopo 16 anni di governo del leader sovranista Viktor Orbán, il Paese ha cambiato il suo volto politico chiudendo molto probabilmente la sua stagione illiberale. I risultati ufficiali vedono vincitore lo sfidante liberal-conservatore, Péter Magyar, il cui partito TISZA (Tisztelet és Szabadság Párt, ossia“Partito del Rispetto e della Libertà”) ottenere un’ampia maggioranza di voti (andando oltre al 50%). Di contro, FIDESZ (Fiatal Demokraták Szövetsége ossia “Alleanza dei Giovani Democratici”), il partito di Orbán, è staccato di 13 punti percentuali. A chiudere il cerchio dei partiti presenti all’Assemblea Nazionale, il parlamento monocamerale di Budapest, è il partito ultranazionalista “Movimento Nostra Patria” (Mi Hazánk Mozgalom) che è riuscito a superare di poco la soglia di sbarramento del 5%.
Due dati saltano subito all’occhio. Il primo riguarda l’affluenza alle urne che ha registrato un record storico in quanto il 79,5%degli aventi diritto ha votato. Ciò è sorprendente per due motivi. Dapprima, esso si tratta, a livello nazionale, del livello più alto mai registrato da quando l’Ungheria ha conosciuto le prime elezioni libere dopo la fine del comunismo. Il secondo, quello più importante, riguarda la distribuzione dei seggi al parlamento. Il sistema elettorale, caratterizzato da un sistema misto ma fortemente improntato al maggioritario, ha assegnato 138 seggi a TISZA sui 199 disponibili. Ciò significa che il partito di Magyar ha raggiunto la c.d. “super maggioranza”, espressione con cui si definisce la maggioranza di due terzi necessaria per attuare cambiamenti costituzionali. Quindi, il futuro governo sarà nelle condizioni di promuovere riforme costituzionali volte a riallineare il Paese nel solco delle democrazie liberali.
Oltre a questi dati immediati, i cambiamenti più rilevanti si vedranno nella riconfigurazione della politica estera magiara. La vittoria di Magyar apre nuovi scenari in cui le priorità strategiche di Budapest verranno declinate in modo meno ostile nei confronti dei partner europei. Il promesso “riavvicinamento dell’Ungheria all’UE e alla NATO” rappresenterebbe così l’inizio di una nuova fase per il ruolo in Europa del Paese.
La non strategia dell’Ue nei confronti dell’Ungheria
Il cambio di governo a Budapest è stato accolto con entusiasmo in quel di Bruxelles. Su X, la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha accolto calorosamente il risultato parlando di una Ue più forte e di un’Ungheria che ha reclamato il percorso europeo. Altri esponenti delle istituzioni europee si sono esposti con toni simili. Dal punto di vista dell’Ue, la sconfitta di Orbán termina un lungo periodo segnato da tensioni e divergenze su temi fondamentali quali il rispetto degli standard europei in materia di diritti civili, stato di diritto e indipendenza della magistratura nonché su questioni internazionali, in primis, il conflitto in Ucraina e il phase out dagli idrocarburi russi. In questi dossier, l’ex Primo Ministro (PM) ungherese fu un cliente scomodo le cui iniziative crearono più di qualche imbarazzo presso le cancellerie europee.
Certamente, la super maggioranza ottenuta da TISZA al parlamento nazionale permetterà al Paese di attuare le riforme costituzionali necessarie per allineare Budapest agli standard europei. Ciononostante, il percorso sarà tutt’altro che semplice. L’entrenchment istituzionale, ossia la presenza politica della vecchia classe dirigente nei gangli istituzionali, rimane significativa. Quanto creato da Orbán negli ultimi sedici anni costituisce un sistema istituzionale pensato per sopravvivere anche all’eventualità di una sua sconfitta elettorale strutturandosi in modo da preservare l’influenza di FIDESZ nel tempo. Se l’uso strumentale del veto dell’attuale presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, potrebbe essere superato grazie alla super-maggioranza parlamentare ottenuta, la questione della Corte Costituzionale magiara appare più complessa poiché occupata da figure vicine alla precedente maggioranza.
A livello europeo, questo elemento può incidere sul percorso di Budapest in quanto Bruxelles ha sempre visto Orbán come un’anomalia interna che si sarebbe risolta a livello nazionale. Ciò ha permesso all’Ungheria non solo di comportarsi come un free rider nelle questioni internazionali, ma mette anche in luce l’assenza di una strategia europea di “ridemocratizzazione”, intesa come processo di inversione del percorso illiberale. Tale elemento, rafforzato nel tempo dall’inefficacia dell’Ue di applicare condizionalità agli Stati membri e di porre in essere meccanismi correttivi quali la clausola di sospensione definita dall’articolo 7 del Trattato dell’Unione europea, rappresenta un’insidia concreta. In tal senso, l’esempio polacco è istruttivo: la vittoria del PM liberale, Donald Tusk, non ha avviato un percorso di riallineamento costituzionale agli standard europei. La coabitazione politica con un Presidente della Repubblica di segno politico opposto lega le mani al governo in carica generando paralisi istituzionale che indebolisce il ruolo internazionale del Paese e inibisce un completo processo di normalizzazione democratica.
Sui dossier internazionali, inoltre, il futuro PM non si allinea completamente alle posizioni di Bruxelles. La guerra in Ucraina è il tema in cui le divergenze rimangono maggiori e dove Magyar esprime una linea di riallineamento ma senza rotture radicali con il passato. Sebbene abbia condannato apertamente l’aggressione russa a Kyiv, il leader di TISZA è contrario all’invio di soldati e aiuti militari. Tale posizione cerca, da un lato, di prendere le distanze dalla politica estera orbaniana, considerata troppo ambigua e colpevole dell’isolamento del Paese in Europa. Dall’altro lato, tuttavia, Magyar non vuole scontrarsi con un sentiment domestico critico nei confronti dell’Ucraina. Tale elemento, dettato da questioni storiche irrisolte e da un discorso domestico nazionalista molto forte, definisce la peculiarità della posizione ungherese in Europa. Il Paese si oppone allo strumento dell’integrazione accelerata dell’Ucraina, temendo anche conseguenze in termini di distribuzione del budget europeo e di sicurezza del Fianco Orientale. Parallelamente, esponenti di TISZA, pur supportando l’idea di adesione di Kyiv all’Ue, ne subordinano l’eventuale approvazione a una consultazione referendaria nazionale.
Inoltre, Magyar non è un convinto sostenitore dell’integrazione europea in senso sovranazionale, preferendo piuttosto un assetto maggiormente intergovernativo. In questo quadro, si inserisce l’enfasi sulla dimensione centroeuropea della politica estera magiara che punta dapprima a ricucire i rapporti regionali, specialmente con la Polonia, e poi con Bruxelles allo scopo di sbloccare i fondi congelati. Tale orientamento non sorprende: lo scorso febbraio, Magyar e la sua collaboratrice Anita Orbán — considerata una possibile candidata alla guida del ministero degli Esteri — avevano incontrato Tusk per discutere il rilancio la cooperazione all’interno del Gruppo di Visegrád (V4). In questo senso, la piattaforma regionale diventa per Budapest non più uno spazio dove promuovere un’agenda antagonista ma uno strumento di riavvicinamento all’Ue nonché spazio nel quale trovare un’intesa con gli altri Paesi centroeuropei sul conflitto in Ucraina e dare nuovo slancio.
E l’Italia?
Le elezioni ungheresi sono un segnale chiaro e importante per l’Italia. Nei mesi precedenti, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il suo vice, Matteo Salvini, sono comparsi in un video spot per sostenere la campagna elettorale di Orbán. Il singolo episodio, seppur ideologicamente rilevante, non sintetizza efficacemente i rapporti tra Roma e Budapest. L’attuale governo ha mantenuto una politica dual-track in cui ha ribadito il sostegno all’Ucraina e alle iniziative Ue a riguardo ma mantenendo, al contempo, un canale di dialogo aperto con l’Ungheria.
L’esempio più recente è stato il Consiglio europeo del 19 marzo, nel quale Meloni ha mostrato una certa comprensione delle posizioni ungheresi, in particolare in relazione al sostegno finanziario da circa 90 miliardi di euro previsto per l’Ucraina, oggetto di revisione da parte di Budapest. L’atteggiamento italiano è strumentale in quanto, con Budapest, ci sono delle convergenze rilevanti. Meloni e Orbán hanno costruito nel tempo un rapporto solido basato sulla centralità della sovranità nazionale, sul contrasto all’immigrazione clandestina e un approccio critico verso l’integrazione europea in chiave sovranazionale nonché un dialogo continuo su temi economici e industriali.
La vittoria di Magyar non termina questa convergenza di interessi. Come sottolineato su X dal Ministro per la Difesa, Guido Crosetto, le differenze politiche tra il leader di TISZA e quello di FIDESZ sono meno forti di quanto appaiono. Tale affermazione è corretta visto quanto sottolineato precedentemente sul dossier Ucraina e sulle posizioni politiche di Magyar. Ciò mantiene i rapporti italo-ungheresi ancora solidi, nonostante il cambio di governo a Budapest. Tuttavia, è altrettanto plausibile che si possa assistere a un maggiore inquadramento delle relazioni bilaterali entro il framework europeo, riducendo le ambiguità di natura ideologico-identitaria e limitando il rischio che Roma si trovi esposta a comportamenti opportunistici da parte dell’alleato ungherese, elemento che metterebbe in discussione la capacità italiana di dialogare con quel Paese.
Conclusione
Dunque, la vittoria di Magyar segna una discontinuità significativa nella traiettoria politica ungherese ma priva di riallineamenti radicali e lineari. Il superamento della fase orbaniana apre infatti una fase di transizione in cui la volontà di ricostruire un rapporto più cooperativo con Bruxelles si confronta con vincoli istituzionali ereditati. In tale processo, la politica estera ungherese sembra orientarsi verso una maggiore prevedibilità e una minore conflittualità rispetto al passato, pur mantenendo posizioni non pienamente allineate su dossier sensibili come l’Ucraina. La normalizzazione ungherese può risultare in benefici sia per l’Europa centrale sia per l’Italia che tendono a stabilizzarsi pur non rinunciando alle caratteristiche strategiche uniche che definiscono il ruolo dell’Ungheria nell’Ue.

