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14/05/2026
Africa Subsahariana, Relazioni Internazionali, terrorismo

L’uso di droni nei conflitti in Africa

di Giacomo Capicciotti

L’uso di droni a scopi militari è in netto aumento in ogni angolo del globo, incluso in Africa. Le guerre in corso in Sahel, in Repubblica Democratica del Congo e in Sudan forniscono chiari esempi del ruolo chiave che tali strumenti si sono ritagliati nei principali conflitti del continente. Una dettagliata analisi dei modelli impiegati porta alla luce la responsabilità di molte potenze straniere, ree di esportare esemplari di produzione nazionale a ogni latitudine del continente.

Il continente africano è martoriato dai conflitti. Molti di questi imperversano già da anni, o addirittura decenni, ma non sembrano ancora avvicinarsi a una potenziale conclusione. Al contrario, è possibile notare come nella maggior parte dei casi essi si siano allargati, non solo in termini geografici: gli arsenali dei gruppi armati coinvolti continuano ad ampliarsi e a diversificarsi, dando alle guerre un volto sempre nuovo. Una tendenza recente identificabile a livello continentale è l’utilizzo sempre più frequente di droni militari, i quali rappresentano una netta rottura con il modo di combattere tradizionale, prevalente fino ad alcuni anni fa. Oggi essi rappresentano la principale minaccia in tutte le guerre del continente, tuttavia, la portata del fenomeno è molto più ampia e vede implicati numerosi attori internazionali, che sfruttano la fragilità di questi contesti per allargare la propria influenza globale.

Sahel

Nel Sahel, il Mali, il Burkina Faso e il Niger sono da anni in lotta contro il fondamentalismo islamico. Le giunte militari salite al potere nei tre Paesi tra il 2021 e il 2023, guidate rispettivamente da Assimi Goïta, Ibrahim Traoré e Abdourahamane Tchiani, hanno fatto della distruzione di questi gruppi la propria priorità. A oggi, il principale nemico è Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin (JNIM), un’ampia alleanza jihadista. Creata nel 2017, essa ha riunito sotto un’unica bandiera numerosi gruppi armati già operanti nella regione, tra i quali al-Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM) e Ansar al-Dine (AAD). Gli scontri armati, che si concentrano nella regione di Liptako-Gourma, luogo di incontro tra i confini dei tre Paesi, hanno visto un enorme incremento nell’uso di droni da parte di entrambe le fazioni. Negli arsenali degli eserciti statali si trovano sempre più droni militari estremamente moderni e sofisticati, principalmente di fabbricazione turca. La presenza di Ankara in Africa non è una novità; tuttavia, la sua centralità nelle dinamiche geopolitiche ed economiche del continente si è rafforzata negli ultimi anni proprio in virtù delle sue consistenti esportazioni di droni militari in scenari di guerra. Le tre giunte saheliane hanno acquistato da aziende turche diversi modelli di droni, quali il Bayraktar TB2, il modello più venduto a livello internazionale il cui uso è stato documentato, tra gli altri, anche in Libia e in Siria, il Akıncı e il Aksungur. Questi ultimi due hanno una portata maggiore del precedente, possono arrivare ad altitudini maggiori e stare in aria per più tempo. Per tutta risposta, anche i fondamentalisti hanno cominciato a utilizzarne, sia a scopo distruttivo che per raccogliere informazioni, spiare le forze nemiche e creare video propagandistici. Tuttavia, la loro flotta è composta da droni civili molto più economici e di facile reperimento. I modelli utilizzati da JNIM, quali il DJI Mavic, il cui costo si aggira tra i 500 e i 700 dollari, e il DJI M30T, vengono acquistati dagli jihadisti o da intermediari regolarmente sul mercato e sono poi adattati all’uso militare. Per portare a compimento questo processo di modifica, però, essi usano tecniche molto rudimentali, che rendono i droni particolarmente pericolosi, contribuendo a rendere il conflitto sempre più imprevedibile e mortale.

Oltre a JNIM, nel Sahel operano diversi gruppi ascrivibili all’universo del fondamentalismo islamico che utilizzano droni. Tra questi, l’Islamic State of Sahel Province (ISSP), affiliato allo Stato islamico, che ha utilizzato tali sistemi per la prima volta il 29 gennaio scorso, durante l’attacco compiuto contro l’aeroporto di Niamey, in Niger.

Repubblica Democratica del Congo

Un ulteriore conflitto in cui i droni stanno acquisendo un ruolo sempre più centrale nei combattimenti è quello nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). La situazione sul campo vede le forze dell’esercito congolese, le Forces Armées de la République Démocratique du Congo (FARDC), scontrarsi con una moltitudine di gruppi ribelli. Tra questi, spicca il Mouvement du 23 mars (M23), il quale, negli ultimi anni, si è affermato come il principale oppositore non-statale del governo congolese. La capacità militare dell’M23 è stata spesso paragonata a quella di un esercito convenzionale. Tale potenza è frutto del supporto di cui il movimento beneficia da parte di alcuni governi stranieri, soprattutto quello del Ruanda, che portano avanti una guerra per procura contro la RDC. All’interno dell’arsenale del gruppo sono presenti anche alcuni droni, principalmente modelli kamikaze, ovvero dei modelli che, una volta individuato il proprio obiettivo, vi si schiantano allo scopo di eliminarlo. I droni in possesso dell’M23 sono stati identificati come dei Threod Systems EOS VTOL di fabbricazione estone. A sua volta, anche l’esercito congolese fa largo utilizzo di droni militari. Solamente dall’inizio del 2026, sono stati documentati più di 60 attacchi di questo tipo da parte delle FARDC. In uno di questi, avvenuto il 24 febbraio nei pressi del sito minerario di Rubaya, a oggi sotto il controllo dell’M23, è rimasto ucciso il portavoce del gruppo ribelle, Willy Ngoma. Sempre a causa di droni governativi, nelle prime ore del mattino dell’11 marzo, ha trovato la morte un’operatrice francese del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF), Karine Buisset. L’esercito congolese utilizza droni fabbricati in Cina, quali il CH-4B, e in Turchia. Essi vengono lanciati principalmente dall’aeroporto di Kisangani, capoluogo della provincia di Tshopo, centro logistico e militare per le attività di Kinshasa nell’est del Paese. Recentemente, per aiutare i propri soldati a maneggiare i droni, il governo congolese ha stretto un accordo con Erik Price, ex-Navy SEAL e fondatore della contestatissima compagnia militare privata Blackwater. Gli uomini di Price sono scesi in campo nel febbraio 2026 per supportare le FARDC nell’utilizzo dei droni e per riconquistare la città di Uvira dalle mani dei ribelli dell’M23. Non è chiaro se Washington abbia approvato l’intervento di Price o se egli abbia agito in maniera indipendente.

Tra gli innumerevoli gruppi ribelli che operano nell’est della RDC, ce ne sono anche alcuni che propugnano ideali di fondamentalismo islamico; primo tra tutti quello conosciuto come Allied Democratic Forces (ADF). Anch’esso, secondo fonti legate alle Nazioni Unite, utilizza droni, allo scopo di spiare e sorvegliare le forze nemiche.

Sudan

Un terzo contesto di guerra in cui i droni stanno prendendo sempre più piede è il Sudan dove, secondo l’UNICEF, si sta consumando la più grande crisi umanitaria del mondo. Qui, il conflitto vede opporsi le Sudan Armed Forces (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF), guidate rispettivamente dal generale Abdel Fattah al-Burhan e da Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto anche con lo pseudonimo di Hemedti. Entrambe le fazioni impiegano droni su larga scala ed entrambe le flotte sono composte da unità di diverso tipo. Le SAF possiedono dei Mohajer-6 fabbricati in Iran, dei Zajil-3 di fabbricazione locale, dei Bayraktar TB2 turchi e dei DJI Mavic di origine cinese. Vale la pena sottolineare come questi ultimi due modelli vengano usati anche nel conflitto tra i gruppi jihadisti e le giunte militari nel Sahel, suggerendo una tendenza nella regione. Oltre a questi, le SAF hanno introdotto nella propria flotta il modello Safrouq, di produzione locale e, di recente, è stato documentato l’utilizzo da parte delle forze di Khartum di droni-kamikaze, quali lo Yiha-III, di produzione turco-pakistana. Dal canto loro, le RSF utilizzano prevalentemente droni prodotti in Cina, ma spesso arrivati in Sudan tramite gli Emirati Arabi Uniti (EAU); nel dettaglio, dei Wing Loong II e degli FH-95. Le RSF hanno cominciato a impiegare droni militari in maniera consistente solamente alla fine del 2024 allo scopo di dare filo da torcere alle SAF, che, fino a quel momento, dominavano questo tipo di conflitto. È anche grazie a tale nuova potenza aerea che le RSF sono riuscite a porre sotto il proprio controllo vaste aree del Paese, togliendo dalle mani delle forze governative la parte meridionale del Darfur e larga parte del Kordofan.

Il caso delle RSF mostra la facilità con cui i gruppi armati, anche quelli non-statali, riescono a reperire droni. Come per quanto riguarda il Sahel e la RDC, in Sudan questi strumenti stanno contribuendo ad ampliare e capillarizzare i combattimenti, creando una condizione di incertezza e paura di cui fa le spese la popolazione civile. Di questo incremento generalizzato nell’impiego di droni sono responsabili anche molte potenze straniere, prime tra tutte la Turchia, la Cina e gli EAU, che esportano in Africa i modelli di produzione nazionale. Lontano dall’essere semplicemente un problema locale, quindi, tale questione è strettamente legata alle dinamiche geopolitiche globali e, di conseguenza, necessita una forte presa di posizione da parte dell’intera comunità internazionale.

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