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Lo sviluppo dell’industria della difesa turca: fra ricerca di autonomia ed ostacoli

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Nell’ultimo decennio l’industria della difesa turca ha sperimentato un boom senza precedenti nella storia della Repubblica di Turchia. All’incremento di progetti autoctoni per lo sviluppo di UAV, navi e carri armati è corrisposta anche una diminuzione della percentuale delle importazioni di componentistica ed equipaggiamenti da paesi terzi, segnale della chiara volontà turca di volersi rendere sempre più indipendente in politica estera. Quanto sarà sostenibile questa politica e quali sono gli ostacoli per la sua piena implementazione?

“Caro Sig. Primo Ministro […] spero che lei comprenda che i vostri alleati NATO non hanno avuto la possibilità di considerare se abbiano l’obbligo di proteggere la Turchia dall’Unione Sovietica qualora la Turchia prendesse una decisione che conduca ad un intervento sovietico”.

Con queste parole il Presidente americano Lyndon Johnson si rivolgeva al Primo Ministro turco Ismet Inonu il 5 giugno 1964, pochi mesi dopo lo scoppio della crisi di Cipro e con la ventilata ipotesi che Ankara potesse procedere con un’operazione militare nell’isola del Mediterraneo orientale, per difendere i diritti della popolazione turca autoctona. Le dure parole del Presidente statunitense furono interpretate in Turchia come l’esplicita minaccia da parte di Washington e della NATO di non intervenire in favore di Ankara in caso di intervento da parte dell’Unione Sovietica in un potenziale conflitto con la Grecia. Lo shock e l’incredulità del governo turco dinanzi a questa lettera lasciarono velocemente il posto alla rabbia, al punto tale che alcuni politici proposero di non posticipare l’intervento, come invece caldamente suggerito dagli americani. Secondo un telegramma della CIA datato 6 giugno 1964, la lettera del Presidente Johnson aveva fatto registrare un arretramento nelle relazioni bilaterali fra i due Paesi più di qualunque altro atto singolo, e che il consenso generale tra i policy makers del Paese della mezzaluna era che tale lettera rendeva quasi obbligatoria la decisione per la Turchia di diventare più indipendente dagli USA nel campo delle relazioni internazionali. Effettivamente il 5 giugno 1964 è generalmente considerato dagli esperti di politica estera turca come una data spartiacque nella storia del Paese, segnando il passaggio da una politica fortemente allineata a Washington in tutto e per tutto, ad una molto più autonoma e incentrata su almeno due fattori principali:

1)  Allacciamento e rafforzamento dei rapporti con i Paesi del terzo mondo e con l’Unione Sovietica, culminato con la sottoscrizione con Mosca, nel ’67, di accordi per la cooperazione economica e lo sviluppo del settore pubblico turco;
2)  Decisione di limitare al minimo la dipendenza per l’approvvigionamento di armi americane, diversificando le fonti di provenienza e favorendo la nascita di un’industria autoctona per la difesa, tendenza particolarmente rafforzata dopo l’embargo statunitense imposto dopo l’invasione dell’isola nel ’74.

Oggi, 57 anni dopo quei fatti, il Presidente Erdogan si è incontrato con il suo omologo russo Vladimir Putin a Sochi, discutendo, oltre al mantenimento dello status quo a Idlib, anche della possibilità di co-produrre motori a propulsione, navi da guerra, sottomarini e di cooperare nell’ambito dell’esplorazione spaziale grazie alla costruzione di una piattaforma terrestre e una marittima per il lancio di razzi. L’incontro ha fatto seguito alle parole del Presidente Erdogan, il quale si era detto intenzionato a procedere all’acquisto di una seconda partita di S400, nonostante la minaccia da parte di Washington di ulteriori sanzioni, dopo quelle comminate nel dicembre 2020 dall’amministrazione Trump. Se è vero l’insegnamento per cui per comprendere la storia bisogna studiare le ricorrenze di eventi e tendenze, allora gli ultimi sviluppi politici non devono sorprendere in quanto si collocano pienamente nell’alveo di una tendenza, lunga ormai più di mezzo secolo, per la quale la Turchia deve ricercare una sua strada autonoma e indipendente nel campo delle relazioni internazionali, poiché solo in questo modo il Paese può garantire la propria piena e completa sicurezza. Il settore in cui questa autonomia è divenuta, specie nell’ultimo decennio, più evidente è sicuramente quello della difesa.

Lo sviluppo dell’industria autoctona della difesa come key driver della politica estera turca

Negli ultimi anni la crescita dell’industria turca della difesa è divenuta una vera e propria pietra angolare della politica portata avanti dal Presidente Erdogan per almeno due ragioni: in primo luogo, lo sviluppo dell’industria bellica turca dirotta l’attenzione pubblica sui successi piuttosto che sugli insuccessi della politica estera, veicolando soprattutto in patria l’immagine di un Paese in costante proiezione esterna e in costante crescita militare; in secondo luogo, la crescita dell’industria della difesa fornisce alla Turchia una maggiore libertà nell’attuazione della sua politica estera, dovendo dipendere sempre meno dalle importazioni di armamenti da Paesi terzi. Effettivamente, dati alla mano, la crescita dell’industria della difesa turca ha subito un boom nell’ultimo ventennio: nel 2010 la Turchia figurava con una sola compagnia nella lista delle prime 100 aziende di difesa globali, la Aselsan. Nel 2020 le compagnie erano sette. Fra il 2015 e il 2019 la percentuale di importazioni di armi è diminuita del 48% rispetto ai cinque anni precedenti e il Paese è passato dall’ importare il 70% delle sue attrezzature militari al 30%. Parallelamente, l’industria degli armamenti turca è cresciuta dal miliardo di dollari del 2002 agli 11 miliardi del 2020, di cui 3 miliardi solo in export, fattore che ha reso la Turchia il quattordicesimo esportatore globale nel campo della difesa, pari all’1% delle esportazioni globali totali, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute. Secondo l’11° Piano di Sviluppo turco, che copre un periodo di 4 anni dal 2019 al 2023, l’industria della difesa occupa una delle aree ritenute prioritarie per lo sviluppo del Paese. Il piano si pone anche l’obiettivo di localizzare il 75% della produzione bellica in patria e di raggiungere i 10,2 miliardi di dollari in esportazione di armamenti per il 2023.

Uno dei settori in cui Ankara si è distinta è quello della fabbricazione di droni armati: nei primi anni 2000 il Paese della mezzaluna contava esclusivamente sull’importazione di UAV israeliani, fondamentali nel conflitto asimmetrico tra le forze armate turche e il PKK e le sue diramazioni in Siria e Iraq. Quando il governo Erdogan decise di favorire lo sviluppo del suo primo drone autoctono, l’Anka, esso dipendeva per il suo funzionamento da motori, sistemi di decollo e atterraggio, sensori, radio e sistemi di puntamento stranieri, rendendo la dipendenza dalla fornitura di componentistica straniera la condicio sine qua non per il funzionamento del sistema d’arma. Tuttavia, dal 2011 in poi, grazie al lavoro del consorzio Kale-Baykar, hanno cominciato a prendere vita i Bayraktar Block B (TB2), oggi ampiamente impiegati in numerosi teatri bellici, dal Nagorno Karabakh alla Libia, passando per la Siria. Il successo del nuovo sistema d’arma turco è stato certificato anche dai numerosi accordi di export siglati con Qatar, Ucraina, Azerbaijan e Polonia, con Lettonia, Albania e Pakistan che potrebbero essere già in trattative per la firma di simili accordi di fornitura.

Un altro settore particolarmente in via di sviluppo è quello della marina: nel 2000 le Turkish Naval Forces annunciarono il lancio del primo progetto di navi da guerra realizzate interamente in Turchia: il MILGEM, acronimo per Milli Gemi, nave nazionale. Il progetto aveva l’obiettivo di realizzare corvette e fregate multiruolo autoctone da impiegare in una vasta lista di missioni comprendenti quelle di sorveglianza, guerra anti-sottomarina, operazioni anfibie, operazioni surface-to-surface e surface-to-air. Anche in questo caso, l’obiettivo primario del progetto era quello di dipendere il meno possibile dalla fornitura di componentistica straniera, motivo per cui tanto la compagnia ASELSAN che la HAVELSAN, giocarono un ruolo decisivo nella realizzazione dei progetti. Ad oggi Ankara può contare su 4 corvette di classe Ada multiruolo e una fregata di classe TF-100, realizzate grazie al progetto MILGEM. Attualmente sono in fase di sviluppo 8 fregate classe TF-200, quattro TF-100 e altre quattro classe Ada. Inoltre, il 5 luglio 2018 una compagnia turca ha annunciato di aver vinto l’appalto per la costruzione di quattro corvette MILGEM per le forze armate pakistane e nel dicembre 2020 la Marina ucraina ha siglato un accordo con la SSB (Presidenza delle Industrie per la Difesa) per la produzione di corvette di classe Ada nel cantiere navale di Mykolaiv. Sempre per quanto concerne progetti autoctoni, la marina turca ha in cantiere un programma per la realizzazione di sottomarini, il MILDEN, acronimo per “Milli Denizaltı”, sottomarino nazionale. Dopo una prima fase di progettazione, la Marina prevede che il primo sottomarino sarà pronto per il 2025 circa. Infine, il consorzio Sedef-Navantia sta portando avanti dal 2015 lo sviluppo della TCG Anadolu (L-400), una nave d’assalto anfibia progettata sulla base della portaerei spagnola Juan Carlos I, con capacità di essere configurata come una portaerei leggera, nonché la più grande nave da guerra costruita interamente in Turchia.

Lo sviluppo di questi progetti autoctoni risponde quindi alla principale necessità di limitare la dipendenza esterna per la fornitura di armamenti e componenti, fattore che in passato ha fortemente minato l’approvvigionamento delle forze armate, ma anche alla necessità di rafforzare l’immagine del Paese tanto a livello regionale, presentando la Turchia come un attore autonomo capace di sostenere e portare avanti una propria politica di difesa indipendente, che a livello internazionale, proiettando il Paese tra i principali esportatori di armamenti.

Limiti e sfide per lo sviluppo dell’industria bellica turca

Tuttavia, nonostante la crescita costante del settore e i numerosi progetti, ci sono ancora diversi limiti e sfide allo sviluppo dell’industria bellica turca. Il primo ostacolo, il principale da superare, rappresenta anche lo scoglio più importante per il governo turco: nonostante la diminuzione delle importazioni, i diversi blocchi delle esportazioni delle licenze, le sanzioni e la sospensione di contratti hanno rappresentato negli anni più di una sfida per le forze armate turche. Ad esempio, Ankara dipende fortemente dall’expertise ingegneristico tedesco per il completamento del principale carro armato turco, l’Altay. L’Altay è il carro armato più caro al mondo, con un costo di 13.75 milioni di dollari a unità. I continui ritardi dovuti prima al rifiuto della Germania di fornire la tecnologia necessaria al loro sviluppo per motivi politici e poi agli impedimenti riscontrati dalle due compagnie sudcoreane Doosan e S&T Dynamics, le aziende alle quali la Turchia aveva appaltato la realizzazione del motore, rappresentano oggi un motivo di preoccupazione per il governo turco. Lo stesso discorso è applicabile per lo sviluppo dei droni: gli Akinci dipendono ad esempio dai motori a turboelica AI-450 ucraini, mentre i Bayraktar TB2 dipendono per i sensori di puntamento ottici da componenti canadesi. Proprio a tale riguardo, nell’ottobre del 2020, il governo canadese guidato da Trudeau ha sospeso la fornitura di componenti alle forze armate turche dopo la notizia che i TB2 operavano nel conflitto in Nagorno Karabakh tra Armenia e Azerbaijan. Per questo motivo negli ultimi mesi la Baykar ha cominciato a sviluppare, insieme alla ASELSAN, dei sensori da sviluppare interamente in Turchia per ovviare al blocco canadese. Sempre a causa di tensioni diplomatiche gli USA hanno bloccato le licenze di esportazione dei motori a turbina CTS-800A, così come, a causa dell’acquisto del sistema missilistico russo S-400, l’allora amministrazione Trump sanzionò la Presidenza delle Industrie per la Difesa turca con il blocco di licenze di esportazioni per beni o tecnologie. Un altro limite riguarda invece l’export: molti clienti stranieri spesso non effettuano distinzioni fra la posizione del governo turco su determinate questioni di politica estera e gli interessi delle aziende di armamenti turche come entità private. Come risultato, spesso le compagnie turche faticano ad espandersi in certi mercati. Al 2018 i primi cinque mercati per l’industria della difesa turca erano gli USA, la Germania, l’Oman, il Qatar e i Paesi Bassi e, nonostante la Turchia sia entrata in diversi mercati, specialmente in Sud America e in Africa, la lista non include tre fra i maggiori Paesi importatori di armi: Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, tutti in contrasto politico con Ankara per anni e verso i quali la Turchia sta riaprendo il dialogo anche per questi motivi.Indubbiamente la postura assertiva della Turchia in politica estera è costata cara ad Ankara: in occasione dell’operazione Primavera di Pace nel nord della Siria, ad esempio, l’embargo di due mesi imposto da una serie di Paesi europei, tra cui l’Italia, ha condotto ad una perdita per l’industria di circa 1 miliardo di dollari in produzione, quasi un decimo degli introiti totali annui. Inoltre, nonostante la reticenza turca ad ammetterlo, ancora gran parte della flotta viene prodotta in Germania, come nel caso delle fregate classe Barbaros, quelle classe Yavuz e le Kılıç. Per quanto riguarda l’aviazione, la situazione è ancora più difficile: con la rimozione dal programma F35 dovuto all’acquisto e all’attivazione degli S-400 russi, le forze armate turche sperimentano oggi un gap non solo tecnologico ma anche sotto il profilo dell’addestramento e i tentativi di produrre dei caccia autoctoni risultano ancora in alto mare. Per questo motivo la Turchia ha richiesto pochi giorni fa l’acquisto di 40 caccia F-16 americani e dozzine di kit di modernizzazione per i caccia che già possiede. Viste le difficoltà riscontrate sembra quantomeno difficile che nell’immediato futuro la Turchia smetta di dipendere da Paesi terzi per l’assistenza tecnologica. Questa tendenza sarà chiaramente esacerbata tanto dalla crisi economica che affronta il Paese da anni, quanto dalla fuga di cervelli che si osserva nel Paese della mezzaluna dal 2016, data dell’inizio delle epurazioni anti-guleniste che hanno condotto alla fuga di più di 330.000 persone dal Paese, molte di esse laureate e qualificate. Per questi motivi, se le premesse resteranno queste, difficilmente sarà possibile osservare la crescita esponenziale del mercato che si è vista nell’ultimo decennio. Quello che è certo è che la Turchia continuerà a fare del settore della difesa e della sua indipendenza uno dei pilastri fondamentali per lo sviluppo del Paese, qualunque sia il partito o il leader al comando.

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