La strategia statunitense oscilla tra due esigenze difficilmente conciliabili: ridurre il sovra-impegno globale e mantenere una presenza militare credibile in un contesto internazionale instabile. La National Security Strategy 2025 e la National Defense Strategy 2026 riflettono il tentativo di affrontare questa tensione attraverso un approccio più strutturato, spesso interpretato come una consolidation strategy. Tuttavia, l’evoluzione concreta della politica estera americana, e in particolare il coinvolgimento nel conflitto con l’Iran, solleva dubbi sulla reale capacità di tradurre tale ambizione in pratica. Il caso di Epic Fury offre, in questo senso, un caso studio utile per valutare ilimiti e le contraddizioni di questo orientamento strategico.
La Consolidation Strategy
Negli ultimi anni, per Washington è emersa l’esigenza di ridefinire il rapporto tra ambizioni globali e capacità effettive, spingendo il dibattito strategico sulla politica estera verso approcci più selettivi e orientati al lungo periodo. Questo orientamento è riconducibile a quella che la letteratura definisce una strategia di consolidation, intesa soprattutto come un processo di riallineamento tra fini e mezzi che implica selettività negli impegni esterni, rafforzamento delle capacità interne e la creazione di condizioni di relativa stabilità necessarie a sostenere una strategia di lungo periodo.
Fatti come il tentativo diridurre gli impegni in teatri non prioritari, la pressione esercitata sugli alleati affinché assumessero maggiori responsabilità in ambito di sicurezza e le iniziative volte a rafforzare la base industriale e produttiva nazionale mostrano come la seconda Amministrazione Trump si sia adoperata per rispondere a questa esigenza. Oltre a ciò, il primo anno del suo secondo mandato mostra diversi elementi riconducibili a una strategia di consolidation. Anche i principali documenti strategici statunitensi, come laNational Security Strategy 2025 e la National Defense Strategy 2026, mostrano un’impostazione fondata su: gerarchia delle priorità, enfasi sulla difesa del territorio nazionale, competizione con la Cina e una maggiore responsabilizzazione degli alleati.
Parallelamente, anche le scelte di bilancio riflettono un orientamento di medio-lungo periodo: la spesa per la difesa statunitense rimane la più elevata a livello globale, ed è destinata a crescere nei prossimi anni. Inoltre, le richieste di bilancio e i recenti annunci di investimento indicano, almeno nelle volontà, un tentativo di rafforzamento strutturale delle capacità militari e industriali. Questa impostazione combina una riallocazione degli impegni globali con un potenziamento di lungo periodo, suggerendo l’esistenza di un disegno strategico orientato al consolidamento. Tuttavia, proprio tale impostazione rende più evidente la tensione con le dinamiche operative emerse successivamente.
National Security Strategy, National Defense Strategy: la distanza fra teoria e realtà
La National Security Strategy 2025 è anche il frutto di una fase di ridefinizione della postura strategica degli Stati Uniti, caratterizzata da una crescente incertezza circa priorità, strumenti e obiettivi della politica estera americana. Rispetto ai precedenti, il documento appare più esplicito nel delineare alcune priorità, ma meno definito nel costruire una gerarchia complessiva coerente delle minacce e degli interessi nazionali. In un media briefing del Council on Foreign Relations è stato sottolineato come, a differenza della National Security Strategy del 2017, che aveva rappresentato una svolta proprio per l’enfasi sulla competizione tra grandi potenze, la NSS 2025 appaia più orientata alla polemica che alla costruzione di una linea strategica coerente.
Fin dalla campagna elettorale, Trump ha più volte enfatizzato la volontà di ridurre il coinvolgimento militare all’estero e di evitare nuovi conflitti. Un’impostazione simile emerge anche nella National Defense Strategy 2026, che enfatizza la necessità di una chiara gerarchia delle priorità, la concentrazione delle risorse sulla difesa del territorio nazionale e sulla competizione con la Cina, nonché una maggiore responsabilizzazione degli alleati. Tuttavia, proprio questa enfasi sulla selettività rende ancora più evidente lo scarto tra impostazione strategica e comportamento operativo dell’ultimo anno. Le ambizioni dell’Amministrazione devono infatti essere lette alla luce dei fatti nella politica estera statunitense degli ultimi mesi.
Dati comparati tra le Amministrazioni Biden e Trump indicano infatti che, nel primo anno del secondo mandato di Donald Trump, il livello di attività militare statunitense all’estero si colloca su valori molto elevati, avvicinandosi o eguagliando l’intero volume di strike registrato durante i quattro anni dell’Amministrazione Biden. In particolare, gli Stati Uniti hanno condotto centinaia di attacchi aerei e con droni in un arco temporale ristretto, raggiungendo livelli complessivi comparabili a quelli accumulati nel corso dell’intero mandato precedente.
Questo dato è ancor più rilevante se relazionato alla retorica dell’Amministrazione, che ha più volte enfatizzato la volontà di ridurre il coinvolgimento militare all’estero. Piuttosto che tradursi in una reale riduzione dell’impegno internazionale, tale orientamento sembra più una ricalibrazione delle modalità operative, basata su un uso intensivo ma selettivo della forza militare. In questo senso, l’elevato livello di attività militare suggerisce una discrepanza tra la narrativa del disimpegno e la pratica strategica effettiva,mettendo in dubbio la coerenza della traiettoria rispetto alla logica della consolidation.
Lo scarto tra retorica e fatti non significa necessariamente l’assenza iniziale di una logica di consolidation, ma suggerisce piuttosto unpotenziale allontanamento da essa. In particolare, il coinvolgimento militare nel conflitto con l’Iran rappresenta un punto di svolta. Il riposizionamento strategico e il trasferimento di risorse dall’Indo-Pacifico verso il Medio Oriente che ne sono conseguiti, indicano una riapertura di dinamiche di impegno esterno esteso, difficilmente conciliabili con l’obiettivo, ad esempio, del Pivot to West, ovvero la riduzione del coinvolgimento statunitense da teatri tradizionalmente più onerosi, per riallocare risorse e attenzione verso priorità interne. L’Amministrazione Trump, inizialmente orientata a limitare le foreign entanglements, ha rapidamente virato verso una campagna militare potenzialmente prolungata.
Come Epic Fury potrebbe compromettere la consolidation strategy
Una strategia di consolidation non si limita a una riduzione quantitativa degli impegni militari, ma implica un processo più strutturato di riallineamento tra fini e mezzi, fondato su selettività, disciplina strategica e obiettivi di lungo periodo. Tuttavia, un’analisi recente del Center for Strategic and International Studies spiega come questo equilibrio sia oggi difficile da raggiungere: nonostante massicci investimenti, la base industriale della difesa statunitense non appare ancora pienamente configurata per sostenere conflitti prolungati ad alta intensità, restando lontana da una vera wartime footing, o lo stato di massima preparazione allo scontro. Questo suggerisce l’esistenza di un divario strutturale tra ambizioni strategiche e strumenti disponibili. La consolidation richiede inoltre non solo la volontà politica di limitare il coinvolgimento in conflitti esterni, ma anche la capacità istituzionale di sostenere decisioni impopolari, gestire crisi contingenti senza deviare dagli obiettivi strategici e garantire un periodo prolungato di relativa stabilità internazionale. Essa presuppone inoltre la cooperazione degli alleati e un contesto esterno sufficientemente stabile da consentire allo Stato di rafforzare la propria posizione senza essere costretto a un continuo interventismo.
Oltre ai dati sulla spesa per la difesa, anche le scelte di politica estera statunitense più recenti sembrano evidenziare criticità rispetto a questi presupposti: da un lato, la difficoltà nel riallineare pienamente obiettivi e risorse (come indica la scelta di impegnarsi massicciamente in Iran), dall’altro, il rapporto con gli alleati appare segnato da tensioni evidenti. Il contesto internazionale attuale, caratterizzato da crisi simultanee e dinamiche variabili, riduce ulteriormente lo spazio per quella stabilità che è condizione necessaria per l’attuazione di una strategia di consolidamento. La gestione delle crisi, lungi dal tentare di ridurre gli impegni, tende a produrre nuove forme di coinvolgimento. La persistenza di elevati livelli di attività militare e lavolontà di risponderea dinamiche regionali ad alta intensità rendono difficile mantenere quella “pausa strategica” che è un elemento essenziale della consolidation. A ciò si aggiunge una limitata capacità di sviluppare e sostenere una visione strategica di lungo periodo nonché una crescente difficoltà nel coordinamento con gli alleati. Da un lato, le ripetute prese di posizione critiche nei confronti dei partner NATO hanno contribuito a indebolire la coesione transatlantica, dall’altro, in modo più passivo, la riluttanza di diversi alleati a partecipare o sostenere iniziative come Epic Fury segnala una ridotta disponibilità a condividere oneri e responsabilità delle scelte americane.Gli Stati Uniti sembrano quindi operare ad oggi all’interno di una logica reattiva, caratterizzata da interventi frequenti e da una limitata capacità di prioritizzazione strategica. L’Amministrazione Trump non sembrerebbe quindi soddisfare le condizioni necessarie per l’attuazione di una strategia di consolidamento, se la situazione nel Golfo Persico non trova una soluzione a breve.
L’operazione Epic Fury sta diventando sempre di più una prova sia per la consolidation, sia per il Pivot to West. Sebbene sia attualmente in corso una fase di negoziazioni e cessate il fuoco, il livello di coinvolgimento statunitense nel Golfo Persico suggerisce una dinamica che rischia di accentuare ulteriormente tale scostamento. L’assorbimento di risorse strategiche e lo spostamento dell’attenzione verso l’Asia occidentale appaiono infatti difficilmente compatibili con l’esigenza di concentrare gli sforzi su priorità di lungo periodo e di accettare un maggiore livello di rischio nei teatri secondari, come previsto dalla logica della consolidation.

