I negoziati trilaterali Russia-USA-Ucraina sono fermi dal 6 aprile, quando il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov aveva confermato una pausa situazionale attribuendola alle priorità americane nel Medio Oriente, e la preoccupazione europea di essere marginalizzata da un accordo concluso senza tener conto degli interessi del continente cresce. Il Consiglio Europeo di marzo aveva già stabilito che il percorso verso la pace non può essere deciso senza l’Ucraina e che l’UE è pronta a contribuire alle garanzie di sicurezza. L’8 maggio, all’European University Institute di Firenze, il presidente del Consiglio Europeo António Costa ha tradotto questa posizione in un segnale concreto, aprendo alla possibilità di negoziare direttamente con la Russia e dichiarando di stare consultando i leader dei 27 su come organizzarsi al meglio. Zelenskyj ha espresso supporto, chiedendo l’individuazione di un leader europeo capace di parlare con la Russia a nome del continente. È in questo contesto che il 9 maggio Vladimir Putin ha deciso di testare la coerenza europea.
Il test di Schröder
Parlando a margine delle celebrazioni del Victory Day a Mosca, Putin ha indicato l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder come interlocutore europeo preferito. Non era una proposta diplomatica, ma una mossa per condizionare dall’esterno la scelta del rappresentante europeo. Schröder ha guidato la Germania dal 1998 al 2005 e da allora ha costruito una carriera nel settore energetico russo (membro del board di Rosneft dal 2017 e legato a Gazprom) che lo rende, secondo la definizione di Kallas, un “lobbista di alto livello per le aziende statali russe”. La risposta dell’Alto Rappresentante è stata immediata rigettando l’iniziativa Russa di nominare un negoziatore al posto dell’UE affermando che Schröder siederebbe su entrambi i lati del tavolo. La Germania e i Paesi Membri hanno respinto la proposta definendola non credibile, chiarendo che non può essere la Russia a scegliere chi rappresenta il lato europeo.
Il rigetto è stato compatto, ma ha rivelato esattamente il problema che la mossa di Putin voleva sfruttare. Il 30 aprile all’NB8 in Estonia Kallas aveva avvertito che l’UE non avrebbe dovuto umiliarsi chiedendo di negoziare: “non dovremmo essere i demandeurs, ma dovremmo metterli in una posizione in cui passino dal fingere di negoziare al negoziare davvero”. Eppure l’apertura di Costa dell’8 maggio mostra che la pressione di essere esclusi sta già producendo effetti. L’UE sa con certezza chi non vuole al tavolo, ma non ha ancora deciso chi vuole mandare.
Chi parla per l’Europa
È questa la domanda che il Consiglio Affari Esteri dell’11 maggio non ha risolto. Da allora hanno iniziato a circolare i nomi di alcune autorevoli personalità europee che potrebbero assumere il ruolo di negoziatori per conto dell’Unione europea, da Mario Draghi ad Angela Merkel. Tuttavia, non risulta che sia mai stata formulata una richiesta ufficiale condivisa dai ventisette Stati membri, elemento che continua a limitare la possibilità di un’iniziativa diplomatica unitaria da parte dell’UE.
Il 18 maggio Angela Merkel ha dichiarato pubblicamente che i colloqui di pace dovrebbero essere condotti da funzionari in carica, non da ex leader, escludendosi esplicitamente dal ruolo. Costa ha ammesso di non aver ricevuto alcun segnale dal Cremlino di disponibilità a sedersi con un rappresentante europeo e Kallas definisce il momento “lontanissimo dalla fase dei negoziati — non vediamo la Russia negoziare in buona fede”. Washington ha fatto sapere di non opporsi a che l’Europa tenga colloqui con Putin in parallelo ai negoziati americani, ma la frattura interna tra chi vuole esercitare pressione prima di sedersi e chi teme di essere escluso se aspetta troppo resta strutturale e cristallizzante.
Le condizioni per una voce sola
Per capire se l’UE riuscirà a colmare questo divario bisogna guardare alle condizioni strutturali che lo rendono possibile. Su questo fronte è arrivato un segnale concreto. Con la dichiarazione di Anita Orbán — ministro degli Esteri del governo di Péter Magyar, insediatosi dopo una vittoria schiacciante alle elezioni di aprile — all’audizione parlamentare dell’11 maggio l’Ungheria ha annunciato la fine del veto come strumento di teatro politico. Sotto il precedente governo, Budapest aveva bloccato sistematicamente il 20° pacchetto di sanzioni contro la Russia, il prestito da 90 miliardi per l’Ucraina e i cluster negoziali per l’adesione ucraina. La fine del veto come ricatto non equivale a un allineamento pieno — Budapest non invierà armi all’Ucraina e mantiene posizioni caute su una serie di dossier sensibili — ma rimuove uno degli ostacoli strutturali che hanno reso più difficile costruire una posizione comune europea.
Il Gymnich del 27-28 maggio a Limassol si è chiuso confermando la posizione europea, ma senza produrre decisioni operative. Kallas ha ribadito che la Russia non mostra alcun genuino interesse per la pace e ha dichiarato che l’UE non può essere e non sarà mai un mediatore neutrale tra Kyiv e Mosca. A poche ore di distanza, Peskov ha sostenuto che l’Europa non può svolgere un ruolo di mediatore nel conflitto, accusando l’UE di schierarsi al fianco di Kiev e di contribuire direttamente allo sforzo militare ucraino attraverso il sostegno agli armamenti.
Sia Bruxelles che Mosca escludono il ruolo di mediatore neutrale per l’UE, ma per ragioni opposte, Kallas lo rivendica come scelta di campo, Peskov lo usa per escludere l’Europa dal tavolo. Rimosso un ostacolo interno, chiarita la propria posizione di parte e aperta la discussione sui candidati, l’UE ha fatto passi avanti. Le domande su chi parla, con quale mandato e in quale rapporto con Washington, però, rimangono senza risposta. È la misura più onesta di quanto la soggettività europea nei negoziati di pace sia ancora un obiettivo ideale, non una capacità operativa reale.

