Lo spazio intorno a noi non è più vuoto come prima.
Fra il 2022 e il 2025 sono stati lanciati nello spazio più satelliti di quanti ne fossero stati messi in orbita in tutta la storia precedente. Fino al 2019 i nuovi satelliti lanciati nello spazio erano mediamente 143 all’anno: nel 2025 sono stati 4510 e il dato è destinato a crescere. Tuttavia, gli oggetti che orbitano sopra le nostre teste hanno un ciclo di vita finito. Una volta dismessi, diventano detriti spaziali: immondizia dalla traiettoria incontrollabile che può entrare in collisione con satelliti ancora in uso. L’interesse per una normativa internazionale vincolante che assicuri la prevenzione e regoli lo smaltimento di tali detriti non sembra essere maturato a sufficienza. Siamo in un “far west” spaziale: molti rifiuti e poche leggi. Sorgono allora alcune domande: quanti detriti spaziali ci sono in orbita oggi? Qual è attualmente lo stato dell’arte della regolamentazione internazionale sul tema? Perché il problema dei detriti spaziali sembra essere sorto solo di recente, ovvero da quando aziende come SpaceX hanno aumentato la frequenza di lancio?
La corsa privata allo spazio e il rischio di una Sindrome di Kessler
Il significativo aumento di oggetti nello spazio è dovuto principalmente all’apertura del mercato spaziale al settore privato. Sebbene le aziende private abbiano sempre giocato un ruolo attivo all’interno delle filiere produttive, la direzione dei programmi spaziali e delle operazioni in orbita è sempre stata nelle mani di grandi agenzie statali. Storicamente lo scopo del settore spaziale è stato infatti, da un lato, quello della ricerca scientifica, e dall’altro l’affermazione di una supremazia tecnologica, ma non di certo al profitto. Proprio per questo motivo lo spazio è stato, fino a qualche anno fa, monopolio di fatto delle grandi potenze globali, ossia gli unici attori che potevano permettersi di spendere ingenti somme di denaro in attività che non avrebbero avuto alcun ritorno economico. Tuttavia, la fondazione di SpaceX nel 2002 ha rappresentato uno spartiacque per l’ingresso di nuove aziende private, le quali hanno contribuito a rendere il settore più dinamico e competitivo, introducendo l’elemento della concorrenza e quindi favorendo una propensione volta alla riduzione di costi produttivi e operativi. Da qui il principio dei razzi riutilizzabili, delle sempre più piccole componenti a parità di operatività e dell’utilizzo di materiali meno costosi. Questi fattori, insieme alla naturale evoluzione tecnologica e alle conseguenze dell’ampliamento del settore in termini di economia di scala, hanno contribuito a diminuire sensibilmente i costi incentivando produzione e lancio di nuovi oggetti in orbita. Sono così emersi modelli di business economicamente sostenibili e capaci di offrire nuove tipologie di servizi. L’esempio più virtuoso è di Starlink, che ha recentemente superato la soglia di 10.000 oggetti in orbita, circa il 69% del totale dei satelliti presenti nello spazio. Il progetto si pone l’obiettivo di aumentare la sua costellazione a 42mila satelliti nel prossimo futuro. Numerose aziende, fra cui Amazon LEO, OneWeb, Xingwang e Blue Origin, hanno replicato il modello Starlink prospettando la creazione di nuove costellazioni di satelliti e l’ampliamento di quelle già esistenti.La cifra che tiene traccia del totale dei satelliti che le aziende hanno pianificato di lanciare sfiora ad oggi gli 1,9 milioni.
La crescente attività orbitale non solo aumenterà il numero di oggetti che l’uomo può manovrare, ma anche di quelli che potremmo definire come “effetti collaterali” dell’attività umana nello spazio: i detriti spaziali. Si tratta di oggetti che orbitano intorno alla terra e su cui l’uomo non ha alcun controllo. Questi possono essere sia di grandi dimensioni, come satelliti in disuso o stadi di missili sganciati durante le missioni, sia di medie o piccole dimensioni, solitamente scaturiti dalla collisione involontaria fra due oggetti in orbita. ESA stima che in orbita bassa (LEO) vi siano all’incirca 50mila detriti spaziali superiori ai 10 centimetri, 1,2 milioni compresi fra dieci centimetri e un centimetro, e potenzialmente centinaia di milioni inferiori a un centimetro. Se per i detriti più grandi è possibile conoscere la loro posizione e stimare la loro traiettoria, quelli più piccoli sono poco monitorabili in quanto troppo esigui per essere riconosciuti dai radar. Questo aggiunge il fattore di imprevedibilità al loro già elevato coefficiente di pericolo: viaggiando a 28mila km/h, anche gli oggetti più piccoli possono recare danni irreparabili. Con la prospettiva di un’orbita sempre più trafficata è lecito aspettarsi un aumento delle collisioni tra oggetti in orbita e un conseguente incremento di detriti spaziali. Se consideriamo che ogni collisione crea diverse migliaia di frammenti, ogni incidente aumenta in maniera esponenziale la possibilità di altre collisioni. Si potrebbe quindi innescare una reazione a catena che nel giro di poco tempo potrebbe non solo distruggere la maggior parte dei satelliti presenti nello spazio, con pesanti conseguenze sia in campo civile che militare, ma rendere l’orbita terrestre così densa di detriti da essere impraticabile per nuovi lanci e per qualsiasi altra attività umana nello spazio. Questo scenario è stato teorizzato già nel 1978 dallo scienziato della NASA Donald J. Kessler, e prende il nome appunto di Sindrome di Kessler.
Un quadro giuridico complesso e imperfetto
L’inquinamento nello spazio è una conseguenza inattesa dello sviluppo tecnologico? Certamente no: sin dal 1967, l’Outer Space Treaty entrò in vigore per stabilire la responsabilità sugli oggetti lanciati e gli eventuali danni a cose o persone dei singoli Stati firmatari desiderosi di competere nella corsa allo spazio (artt. VI-IX) e la non-proprietà di alcuno spazio extra-atmosferico e oggetto celeste (art. II). Benché fosse assente una menzione all’inquinamento dello spazio, almeno l’eventualità di incidenti in orbita o su altri oggetti celesti era stata prevista. L’ideale a cui si vorrebbe tendere sarebbe la cooperazione internazionale. Formalmente, la preoccupazione è stata espressa nel 1999 nel “Technical Report on Space Debris” dell’ONU. Oggi le COP cercano ogni anno di creare un’intesa fra Stati partecipanti su come gestire l’inquinamento in molteplici forme e circostanze. Secondo Ciuffa, “[…] il quadro giuridico internazionale, de lege lata, consente di affrontare, in una maniera che si reputa sufficiente, il problema dei detriti spaziali, nonostante la mancanza di un esplicito riferimento testuale di quest’ultimi nei trattati vigenti. Ciò è reso possibile da alcune norme aventi carattere generale e che avvocano per la protezione degli ambienti naturali terrestri […]. Pertanto, nello svolgimento delle attività spaziali, gli Stati dovranno rispettare gli obblighi esistenti circa la protezione dell’ambiente”.
La commissione ONU per gli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico ha elaborato delle linee guida specifiche per la mitigazione dei detriti spaziali. Tuttavia sono misure di soft law: non sono legalmente vincolanti per il singolo Stato firmatario, quindi poco efficaci. Tuttavia, secondo l’analisi di Hugo Peter, per ora questi sono gli unici strumenti di mitigazione che, pur inserendo progressivamente la sostenibilità ambientale nel settore, permettono di preservarne lo sviluppo tecnologico. Gli strumenti di soft law permettono almeno di mettere il problema della gestione attenta e sostenibile dei detriti spaziali sul tavolo. L’obiettivo è raggiungere in futuro un’intesa vincolante su come occuparsi del tema.
L’Unione Europea si occupa del tema prevalentemente attraverso attività di monitoraggio, mitigazione e previsione. Lo EU Space Act, iniziativa legislativa della Commissione Europea, ha permesso la definizione di alcuni strumenti di sicurezza, resilienza e sostenibilità, affinché le future attività spaziali battenti bandiera europea siano più sicure e svolte con tecnologie dal moderato impatto ambientale. Su quest’ultimo punto, l’ESA ha redatto la Zero Debris Charter, seguita più tardi dal più specifico Technical Booklet, contenente sia principi-guida non vincolanti a cui le aziende di settore degli Stati Membri dovrebbero ispirarsi, sia obiettivi auspicabili da raggiungere entro il 2030. Un’ambizione su tutte: ridurre la creazione di detriti attraverso un’accurata valutazione di impatto ambientale previa ogni lancio e l’introduzione del modello dell’economia circolare anche in questo settore.
L’amministrazione Trump non ha certamente tra le sue priorità l’implementazione della sostenibilità nella gestione dello spazio. Secondo un’indagine di ProPublica, l’intenzione americana sarebbe quella di rallentare l’iter del provvedimento nazionale volto a impedire alle aziende spaziali commerciali di abbandonare le parti dei loro razzi in orbita terrestre, con obbligo di rimozione entro 25 anni dal loro uso. Tale vuoto legislativo favorirebbe il presentarsi della già citata Sindrome di Kessler, oltre ad aumentare le probabilità di caduta di detriti a terra, con potenziali danni all’ambiente e all’uomo.
Come scritto dal Guardian, tale reiterata immobilità mista a negazionismo climatico rende più esplicito un favoritismo verso big americane di settore, soprattutto se si aggiunge la politica di snellimento della documentazione previa ai lanci proposta dallo stesso Presidente. Sempre il Guardian riporta che Trump ha proposto di rimuovere la valutazione di impatto ambientale dei lanci per velocizzare le procedure di “colonizzazione” dell’orbita bassa. Un effetto di tale deregolamentazione è l’annuncio di Starlink reso noto da Reuters: la sua flotta di satelliti verrà abbassata da 550 km a 480 km di quota nel corso del 2026. Tale decisione, secondo quanto dichiarato dal vice presidente senior del progetto, Michael Nicolls, è stata presa in seguito ad un incidente con generazione di detriti verificatosi con uno dei satelliti della mega-costellazione di Starlink. Nicolls ha dichiarato che l’abbassamento della costellazione a 480 km di quota ridurrebbe la quantità di satelliti necessari per il progetto e abbasserebbe la probabilità di generare detriti da collisione. Tuttavia, con 4400 satelliti ad altitudine inferiore, il problema dell’affollamento dell’orbita bassa non viene risolto, ma spostato ad un’altra altitudine.
Libertà come quella di Starlink hanno luogo perché, senza norme vincolanti, le aziende di settore agiscono come meglio ritengono. Legiferare nel prossimo futuro per queste attività nello spazio è più che mai necessario perché ne va della salute dell’uomo e dell’ambiente. La comunità internazionale sembra completamente impreparata per affrontare quello che nei prossimi anni sarà un boom di lanci di orbitali che porteranno ad un significativo aumento non solo di oggetti nello spazio, ma anche di potenziali collisioni. Questo percorso può essere praticato solo se si raggiunge un consenso generale fra i grandi attori coinvolti. Nell’attuale cornice di progressivo svuotamento degli organismi sovranazionali sia a livello simbolico che di risorse, questa responsabilità resta sulle spalle delle grandi potenze globali, che sembrano sempre meno inclini alla collaborazione pragmatica in favore di una stagione fatta di reciproca ostilità e diffidenza. Solo attraverso una governance condivisa e responsabile dello spazio sarà possibile trasformare le sfide attuali in un’opportunità di progresso sostenibile per l’intera comunità internazionale.

