La pubblicazione a gennaio 2026 dei piani di SpaceX per la creazione di una costellazione di data centers con un milione di satelliti in orbita bassa terrestre (Low Earth Orbit – LEO) ha attirato l’attenzione del grande pubblico sulla nuova frontiera della corsa allo spazio. Originati dalla ricerca di nuove fonti per soddisfare il fabbisogno energetico dell’Intelligenza Artificiale, tali piani non sono un’esclusiva dell’azienda di Elon Musk: sia Big Tech sia startup innovative stanno investendo nell’elaborazione di piani per trasferire gran parte di queste infrastrutture nello spazio. Come per la gran parte degli sviluppi tecnologici che hanno portato all’emergere della New Space Economy, è il settore privato – principalmente statunitense – a guidare l’innovazione verso nuovi paradigmi operativi.
In attesa di conferma della fattibilità di questi piani, essi segnalano l’avvenuta trasformazione dello spazio da ambiente poco conosciuto e difficilmente raggiungibile a dominio infrastrutturale parte integrante dei sistemi tecnologici civili e militari alla base delle società odierne. La portata epocale dell’evoluzione emerge chiaramente guardando alle statistiche sui lanci di oggetti spaziali: se nei 60 anni seguenti alla messa in orbita del primo satellite (Sputnik, 1957) sono stati effettuati circa 8.000 lanci, solo negli ultimi 8 anni (2017-2025) se ne contano quasi 25.000. Stime dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) prevedono fino a 100.000 satelliti in orbita entro il 2030.
A fronte di un’attività spaziale qualitativamente e quantitativamente radicalmente diversa, l’impianto legislativo che dovrebbe regolarla si sta dimostrando inadeguato per le sfide attuali. L’ultimo Trattato multilaterale vincolante risale al 1979 (Accordo che regola le attività degli Stati sulla Luna e sugli altri corpi celesti), mentre il Trattato che fa da fondamento alla governance spaziale internazionale e stabilisce principi chiave quali il divieto di appropriazione nazionale e di uso militare dello spazio extra-atmosferico risale al 1967. Negli ultimi 40 anni, in assenza di consenso in seno alle Nazioni Unite, ci si è affidati a linee guida non vincolanti e ad adesione volontaria, mentre il progresso tecnologico apriva prospettive difficilmente immaginabili decenni fa. Questo gap normativo rischia oggi di trasformarsi in una minaccia dalle molteplici facce: problemi quali il sovrapopolamento orbitale, la militarizzazione dello spazio, la creazione di oligopoli nel controllo delle risorse spaziali non rimangono nello spazio, ma hanno dirette conseguenze sulle nostre vite quotidiane. Stretta in una morsa geopolitica tra Stati Uniti, Cina e Russia, l’Europa si trova ancora una volta dipendente da tecnologie strategiche estere. Scelte decisive sono richieste oggi a Bruxelles e alle capitali nazionali, in particolare attorno a due temi principali: l’adozione di un’ambiziosa legislazione comunitaria per le attività spaziali che possa diventare un punto di riferimento per l’aggiornamento delle regole internazionali; e la rinuncia a pretese di controllo sovrano su certi asset spaziali a favore di progetti sovranazionali che possano sostituire fornitori esteri e renderci effettivamente indipendenti.
Dalle superpotenze alle grandi aziende: chi controlla lo spazio e le sue implicazioni strategiche
Che lo spazio sia un dominio strategico per la sovranità nazionale non è un concetto nuovo; lo testimoniano i 168 miliardi di dollari nominali spesi complessivamente da Stati Uniti e Unione Sovietica durante la Guerra Fredda per arrivare per primi in orbita. Il punto di svolta è stato la diffusione su larga scala e per uso civile di tecnologie satellitari che rappresentano anche elementi cruciali per la superiorità sul campo di battaglia. Come visto in Ucraina, Venezuela e Iran, chi controlla l’infrastruttura attraverso cui passa la connettività satellitare, autorità pubbliche o aziende private, diventa di fatto un attore di politica estera. Questo deriva dall’allargamento del pool di attori con accesso allo spazio, che non è più un dominio di esclusiva competenza statale – una situazione non prevista dall’attuale sistema di governance internazionale.
La problematicità di questo gap normativo diventa ancora più evidente in relazione al controllo delle risorse spaziali. Slot orbitali, frequenze dello spettro radio, finestre di lancio rivestono un ruolo fondamentale non solo per le strategie commerciali delle aziende che li controllano, ma anche per gli attori governativi, soprattutto militari, che possono beneficiarne. In un contesto geopolitico in cui la distinzione fra situazioni di conflitto attivo e di pace diviene sempre più labile, definire quali operazioni rappresentino una militarizzazione dello spazio non è immediato. Quel che è certo è che il trend globale indica un aumento degli incentivi per lo sviluppo di counterspace capabilities (sistemi, tecnologie o tecniche militari progettate per operare contro un satellite o segmenti di un’infrastruttura spaziale) non solo in ottica difensiva ma anche offensiva. Il potenziale dual-use delle tecnologie spaziali diventa quindi una risorsa centrale per la superiorità militare e allo stesso tempo uno dei principali punti deboli delle nostre società interconnesse. La Russia, per esempio, ha adottato una postura specialmente aggressiva nei confronti dell’Europa, con frequenti istanze documentate di disturbi e interferenze a danni di satelliti europei e piani avanzati per il dispiegamento di armi nucleari in orbita. La combinazione dei fattori sopra descritti ha portato ad una situazione dove, in assenza di regole chiare, lo spazio è diventato un wild west in cui chi arriva per primo stabilisce gli standard a cui tutti gli altri devono aderire. Una legge del più forte che mette in pericolo quella che è una risorsa comune a tutta l’umanità.
Le domande per l’Europa
Dall’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa ha acquisito una rinnovata consapevolezza degli sforzi necessari per garantire la propria sicurezza. La dimensione spaziale è parte integrante di tutti i programmi di riarmo ed espansione industriale sia nazionali sia comunitari. Tuttavia, due punti principali mostrano contraddizioni ancora irrisolte e il divario tra ambizioni politiche e capacità operative. Programmi come EOGS (Earth Observation Governmental Service) e ERS (European Resilience from Space), sviluppati congiuntamente dalla Commissione Europea e dall’ESA, ambiscono a rendere gli europei indipendenti da tecnologie estere per funzioni di sicurezza e difesa essenziali, ma lasciano (volutamente?) confusa la definizione di quali applicazioni rientrino in queste categorie, e di conseguenza quale sia l’autorità – nazionale o sovranazionale – competente. Nonostante evidenze quotidiane che la distinzione fra civile e militare sia ormai superata e la resilienza delle nostre società risieda in un continuum di vulnerabilità che copre vari ambiti operativi, il dibattito politico sembra per la maggior parte essere fermo a una concezione dei conflitti più vicina al secolo scorso che al prossimo.
L’altro tallone d’Achille dell’Europa è finanziario: in base a dati del 2025, la spesa spaziale pro capite dell’Europa è otto volte inferiore a quella degli Stati Uniti e pari alla metà di quella del Giappone. In un recente rapporto, l’European Space Policy Institute (ESPI) ha rilevato che il 69% dei circa 2 miliardi di euro di finanziamenti in venture capital raccolti dalle aziende spaziali europee nel periodo 2024-2025 proveniva da round guidati da investitori europei. Negli Stati Uniti, tale percentuale superava il 90%. L’assenza di un mercato istituzionale sufficientemente solido da supportare gli investimenti privati è una delle principali debolezze europee. In mancanza di un cambio di passo strutturale nei piani di investimento nazionali e di strategie pienamente coordinate tra le varie capitali che sostituiscano piani unilaterali ad hoc, sviluppi seppur positivi quali l’impegno degli Stati membri al bilancio ESA più elevato di sempre alla fine dell’anno scorso o il progresso verso la messa in servizio di IRIS² già nel 2029 non saranno abbastanza per colmare il gap con i nostri rivali strategici.
Uno strumento che invece l’Unione Europea ha già a disposizione è il suo mercato unico, che conferisce a Bruxelles un’influenza normativa ben oltre i confini del vecchio continente. La proposta legislativa per l’EU Space Act, attualmente in fase di negoziazione al Parlamento Europeo e al Consiglio dell’Unione Europea, ambisce non solo a creare una legislazione comune ai 27, riducendo duplicazioni e discrepanze amministrative, ma anche a definire una serie di criteri per comportamenti sostenibili dal punto di vista dell’impatto ambientale, della resilienza e della sicurezza delle attività spaziali.
Al netto di modifiche che avverranno in sede negoziale, l’importanza dell’EU Space Act risiede tanto nelle misure che veranno stabilite, in particolare per promuovere un approccio responsabile al popolamento e sfruttamento dello spazio che ne garantisca la sostenibilità per generazioni future, quanto nel valore geopolitico dell’azione UE. Con gli organi politici delle Nazioni Unite bloccati da veti inrociati e poche speranze di progressi verso l’aggiornamento della governance dello spazio nell’immediato futuro, l’UE ha l’opportunità di creare un nuovo Brussels effect, stabilendo regole ambiziose a cui le autorità in altre giurisdizioni avranno incentivi ad adeguarsi per favorire i vantaggi economici dati dalla riduzione delle barriere regolative fra mercati. Un quadro normativo ambizioso e coerente darebbe all’Unione Europea il peso specifico necessario per passare dall’essere spettatrice passiva di sviluppi tecnologici e militari altrove, da cui poi si trova a dipendere per funzioni essenziali, all’avere un ruolo attivo nella definizione delle regole per l’uso di un dominio critico. L’errore di attendere il pieno manifestarsi degli effetti di una rivoluzione tecnologica è già stato fatto al nascere della platform economy. Avendo visto quali rischi crea l’eccessiva dipendenza non solo da tecnologie ma anche da norme decise da altri, cambiare passo è un imperativo esistenziale, non solo strategico.

