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23/06/2026
Geopolitica, Medio Oriente e Nord Africa, Relazioni Internazionali

La diaspora pakistana tra Abu Dhabi, Islamabad e gli attacchi iraniani

di Andrea Serino

Le monarchie del Golfo Persico sono i primi attori a subire le ritorsioni militari della Repubblica Islamica dell’Iran, in quanto sono state vittime di massicci attacchi missilistici da parte di Tehran. Nonostante il rapporto ambivalente che alcuni di questi Paesi avevano con l’Iran, erano da sempre consapevoli dei rischi di potenziali ostilità tra la Repubblica Islamica e Israele. Allo stesso tempo, sono consapevoli – come mostra il caso degli Emirati– dell’importante leva che essi possono adoperare sul Paese che sta mediando tra le parti: il Pakistan. E l’elemento utilizzato da Abu Dhabi per fare pressioni su Islamabad sembrerebbe essere la diaspora pakistana, in territorio emiratino. Soprattutto di fede sciita.

Il Golfo e il Pakistan

Il recente conflitto in Medio Oriente, avviato dagli attacchi militari congiunti israelo-statunitnesi sulla capitale iraniana, ha riportato l’attenzione sui vecchi protagonisti (alcuni, dimenticati) in una luce nuova. Da questa prospettiva, è esemplare il ruolo del Pakistan: è ritornato sulla scena internazionale, in quanto principale attore in grado di portare entrambe le parti a un tavolo di trattative. Oltre al cambio di immagine del Pakistan sullo scenario internazionale, il conflitto sembrerebbe anche stare riconfigurando le storiche relazioni tra Islamabad e una regione che è particolarmente legata ad essa: il Golfo  Persico.. Ciò che è utile sapere in questo contesto è che i paesi della regione hanno sperimentato sin dal suo inizio le conseguenze del conflitto, in quanto l’Iran ha massicciamente colpito i territori di Qatar, Bahrain, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman e Kuwait. Gli attacchi missilistici iraniani hanno anche incluso infrastrutture civili insieme alle basi americane nell’area, rimettendo in discussione la relativa sicurezza che i sovrani del Golfo parevano garantire sia ai cittadini locali sia al pubblico internazionale. Le monarchie arabe avevano un rapporto ambivalente con la Repubblica Islamica: quest’ultima rappresentava il “nemico perfetto”, in quanto parafulmine da evocare per giustificare – come è accaduto durante le cosiddette “Primavere arabe” in Bahrain e in Arabia Saudita – mancanze dei rispettivi governi in materia di diritti fondamentali. Allo stesso tempo, era un nemico da non annientare completamente, in quanto erano consapevoli della minaccia militare che Teheran avrebbe potuto rappresentare per la sicurezza regionale. 

Anche in questa seconda frattura si inserisce la mediazione pakistana, in quanto è un paese che detiene ottimi legami con le monarchie del Golfo. Una delle ragioni di questa forte vicinanza è la presenza della diaspora pakistana in tutto il Medio Oriente: si registrano all’incirca 5.4 milioni di pakistani nella regione, la cui concentrazione maggiore si trova negli Emirati Arabi Uniti e nell’Arabia Saudita. Le relazioni con questi ultimi due ultimi paesi sono al centro dei recenti sviluppi geopolitici della regione, in quanto gli eventi legati al riscoppio delle tensioni – e non soltanto in Palestina – hanno portato, da un lato, al rafforzamento degli accordi militari tra Pakistan e Arabia Saudita. Dall’altro, si assiste alla crescita dei rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Israele, accentuando di conseguenza anche la frattura tra Ryadh e Abu Dhabi

Un’altra linea di rottura regionale che rischia di riaffacciarsi sulla regione è quella tra Qatar ed Emirati Arabi Uniti: sebbene i rapporti tra i due paesi si sono normalizzati nel corso del tempo, Doha starebbe per siglare importanti accordi militari con Islamabad, intensificando così l’asse anti-israeliano nel Golfo e indebolendo il ruolo di Abu Dhabi nella regione. 

 Ed è in questo contesto che va collegata non solo la necessità strategica di Islamabad, ma anche la sua intelligenza strategica: in virtù dei suoi solidi rapporti con tutte le parti coinvolte direttamente nel conflitto, il Pakistan apparirebbe oggi come l’unico attore in grado di fornire un’attenuazione del moltiplicarsi di quelle “linee di faglia” in tutta la regione, prodotte da un contesto geopolitico che sta diventando sempre più aggressivo e chiede alle parti in causa atteggiamenti pragmatici se il loro obiettivo è preservare la loro egemonia. 

Emirati Arabi Uniti- Arabia Saudita-Pakistan: Islam e Fucile

I rapporti tra il Pakistan e questi ultimi due paesi del Golfo vanno ben oltre la presenza della diaspora pakistana nei loro territori: principalmente, l’Arabia Saudita ha visto nel ‘paese dei puri’ probabilmente la piattaforma naturale per espandere l’allora crescente influenza wahhabita nel mondo. Oltre ai massicci investimenti sauditi nell’edilizia e in altre infrastrutture civili pakistane, uno degli esempi più noti dell’influenza saudita in Pakistan è l’invio di arabi estremisti (ma non solo) a Peshawar per essere addestrati e inviati in Afghanistan a fianco degli allora mujaheddin contro l’Unione Sovietica. Con la fine dell’occupazione sovietica e della guerra civile, il finanziamento da parte saudita ha contribuito alla crescita e all’ascesa dei talebani negli anni ‘90. A conferma di ciò, l’Arabia Saudita era tra i pochi paesi al mondo che riconosceva ufficialmente il primo Emirato Islamico dell’Afghanistan, assieme al Pakistan e agli Emirati Arabi Uniti. Anche quest’ultimo ha contribuito al finanziamento dei mujaheddin afghani (e non solo) contro i sovietici e pare che il supporto del governo emiratino nei confronti dei talebani sia continuato anche dopo l’invasione statunitense, in quanto Jalaluddin Haqqani abbia viaggiato sovente nel paese, anche in virtù delle sue molteplici proprietà negli Emirati

Allo stesso tempo, è bene sottolineare che i rapporti tra Islamabad, Ryadh e Abu Dhabi non sono sempre stati rosei in virtù dei legami crescenti tra il Pakistan e l’Iran, il grande avversario regionale delle monarchie arabe del Golfo. L’evento che cambia le carte sul tavolo è il bombardamento israeliano del Qatar a settembre del 2025, come effetto delle ostilità in Medio Oriente. Tali eventi avrebbero spinto Ryadh ad aumentare le intese proprio con Islamabad in materia di difesa, al punto che sempre nello stesso mese le due nazioni hanno stilato un patto di reciproca difesa. Inoltre, lo scorso 18 maggio  Islamabad avrebbe inviato nel regno circa 8000 soldati. 

Il peggioramento delle ostilità in Medio Oriente avrebbero indotto il governo di Abu Dhabi a una sensazione di mancato bilanciamento. In altri termini, i vertici decisionali degli Emirati potrebbero aver interpretato l’aumento della collaborazione militare con l’Arabia Saudita  come un rafforzamento del suo principale rivale regionale. In un contesto segnato anche dai massicci attacchi iraniani sul proprio territorio nazionale, la sicurezza nazionale e la stabilità della monarchia emiratina sono avvertite come a rischio. 

Diaspora e geopolitica: lo stesso gioco di Islamabad, che però sta facendo Abu Dhabi 

Da qui la scelta di Abu Dhabi di iniziare a espellere pakistani sciiti presenti nel paese e rispedirli in Pakistan. Anzi, la decisione di colpire principalmente i pakistani di fede sciita può essere ricondotta esattamente a una strategia che incide negativamente sul quadro interno di Islamabad: gli sciiti pakistani vivono in una condizione di costante insicurezza nel paese, in quanto la loro concentrazione maggiore è registrata in Balochistan (principalmente la comunità hazara di Quetta) e alcune regioni della provincia del Khyber Pakhtunkhwa. Trattandosi di aree storicamente lontane e ostili al governo centrale pakistano, questo stato di profonda alienazione socio-politica ha contribuito a una loro maggiore vulnerabilità  da parte di organizzazioni jihadiste sunnite anti-sciite, le quali contribuiscono in maniera decisiva all’incremento della violenza e dell’insicurezza in queste aree già delicate del paese. Gli sciiti, a loro volta, hanno formato gruppi che si contrappongono ai gruppi sunniti. Questi ultimi, ricevono supporto economico-logistico dall’Iran. Però, la loro vera linfa vitale è la diffusa sensazione di insicurezza causata dal contesto sociale in cui le comunità sciite vivono. 

Pertanto, se la mossa di Islamabad di ospitare i negoziati tra Iran e Stati Uniti rispondeva anche a una necessità securitaria – ovvero quella di mostrare alla minoranza sciita del paese la presa in carico della loro sicurezza -, il ritorno forzato in Pakistan di cittadini il cui governo fatica a difendere può essere considerato come un tentativo da parte degli Emirati Arabi Uniti di fare pressione sul paese. Questa mossa rischia un peggioramento di fatto dello scontro intra-religioso nel paese e della più generale situazione securitaria. Tale decisione rifletterebbe un certo timore della classe dirigente di potenziali spie iraniane tra membri della comunità pakistana emiratina, in virtù di diversi casi di spionaggio a carico di cittadini pakistani. In altri termini, la pressione socio-religiosa si sostituisce alla pressione fiscale emiratina, in quanto, Abu Dhabi proprio qualche giorno prima dell’annuncio di Islamabad come mediatore del conflitto, avrebbe chiesto al Pakistan il rinsaldo di un debito pari a 3,45 miliardi di dollari. L’Arabia Saudita completa il rinsaldo del debito pakistano, rafforzando così il legame tra i due paesi. 

Questa è una strategia che il Pakistan conosce bene, in quanto nel 2023 il Parlamento pakistano aveva approvato una legge dal titolo Illegal Foreigners’ Repatriation Plan. Questa legge prevede l’espulsione di tutti i rifugiati afghani presenti nel territorio pakistano, siano essi regolari o irregolari, e il loro ritorno nell’Afghanistan controllato de facto dai Taliban. Sebbene la motivazione ufficiale del governo sia stata quella di creare un miglioramento delle condizioni sociali nel paese, in realtà sarebbe un modo pensato da Islamabad per fare pressione sul governo talebano, in modo da creare una potenziale deterrenza tra le due nazioni. Nonostante le recenti ostilità tra i due paesi, il Pakistan continua a deportare afghani in Afghanistan, contribuendo direttamente al peggioramento delle relazioni diplomatiche tra i due paesi e anche al deterioramento delle condizioni socio-economiche dell’Afghanistan. 

In sintesi, se il Pakistan ha voluto mostrarsi forte e anche come un attore diplomaticamente affidabile, questa decisione presa dagli Emirati Arabi Uniti mira invece a un suo riassestamento e a un suo contenimento. E come mostra l’Illegal Foreigners’ Repatriation Plan nella società afghana, il fenomeno del rimpatrio forzato dei propri connazionali probabilmente ha conseguenze sull’intero tessuto sociale forse più gravi dell’emigrazione in sé. 

Conclusioni

Alla conclusione di questa analisi emerge come la situazione interna pakistana non bilancii pienamente i successi che stanno accumulandosi sul piano internazionale (per esempio, la profonda vicinanza tra Islamabad e Washington che caratterizza gli rapporti diplomatici tra i due paesi), creando pertanto una situazione di squilibrio che influenza le dinamiche di potere tra stati. Pertanto, la decisione di ospitare alcuni tra i più importanti negoziati degli ultimi anni, parrebbe essere percepita come piuttosto un tentativo di saldare storiche alleanze anziché creare profondità strategica che potrebbe portare la ‘nazione dei puri’ a diventare una potenza rispettata a livello regionale, e oltre. Probabilmente, ciò dipende da un problema che nessun governo pakistano, civile o militare che sia, ha mai saputo creare: un’identità solida al paese. Senza conoscere il proprio “Io”, di conseguenza, non è possibile di conseguenza sapere come l’Io si relaziona con gli altri. Però, come recitano la maggior parte dei libri di testo in lingua urdu per le scuole elementari: jaisa ki ap ko ma‘lum hai is mulk men har tarah ke log hain, lekin phir bhi ham sab log pakistani hai. Come vi è noto, in questo paese ci sono gente di ogni tipo, però siamo tutti pakistani.

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