La Francia è tra i fondatori della NATO e ha contribuito sistematicamente alle operazioni dell’Alleanza, sebbene con sforzi minori rispetto alle sue reali capacità. Parallelamente, si è ritagliata uno spazio centrale dal 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, che ha risvegliato il dibattito sull’autonomia strategica europea e sulla necessità di aumentare le spese in difesa. Parigi si è mossa in tal senso, con il sostegno costante verso Kiev, il rafforzamento delle capacità militari e il rinnovo delle ambizioni di leadership in Europa.
Ad Ankara, il summit NATO 2026 si apre in un clima di ridisegno degli equilibri transatlantici, complici le tensioni tra alleati, l’imprevedibilità del tycoon, l’acuirsi di crisi regionali e di varia natura. Parigi si presenta al vertice con problemi di solidità nazionale e alla vigilia delle elezioni presidenziali che ne definiranno l’orientamento politico.
Caratteristiche del rapporto con la NATO
Sebbene firmataria originale del Trattato del Nord Atlantico nel 1949, la Francia si è sempre distinta dai partner e ha cercato di far conciliare la radicata tradizione di autonomia strategica e del proprio “eccezionalismo” entro il quadro transatlantico. Consapevole della propria inferiorità militare, Parigi ha aderito all’Alleanza, finalizzata al contenimento dell’espansione sovietica in Europa, ma ha anche sviluppato capacità militari indipendenti e una deterrenza nucleare strettamente nazionale. Per superare le logiche del bipolarismo e porsi come “terza via alternativa” a Washington e Mosca, Parigi non ha mai integrato il proprio arsenale atomico nel comando militare integrato della NATO. Inoltre, in tempi di pace, nessuna forza francese è posta permanentemente sotto il comando dell’Alleanza.
L’emblema di tale rapporto è rappresentato dal ritiro dal comando militare integrato della NATO, deciso nel 1966 con De Gaulle e revocato nel 2009 da Sarkozy. Oltre all’allontanamento delle basi militari e dei quartieri generali statunitensi dal proprio territorio, la sede dell’Alleanza si è trasferita da Parigi a Bruxelles. Una scelta politica tutt’altro che scontata che riflette il legame altalenante con gli Stati Uniti, contraddistinto da fasi di dialogo e di tensione. Oltre al programma atomico, la Francia ha “sfidato” gli USA tramite le critiche alla presenza di questi in Vietnam, il riconoscimento della Cina nel 1964 e la richiesta di indipendenza del Quebec francofono. Oggi, l’Eliseo continua a mantenere una postura “assertiva” e di tutela dei propri interessi strategici vitali, frequentemente ricalibrati in chiave europea.
Tuttavia, la permanenza nella NATO è riconducibile alle garanzie di sicurezza collettiva e alla possibilità, per l’Eliseo, di influenzare i dossier e le agende comuni. Al di là delle divergenze politiche tra Stati Uniti e Francia, quest’ultima rappresenta uno dei principali contribuenti alle operazioni militari dell’Alleanza Atlantica. Il sostegno transalpino è stato fornito alle missioni in Bosnia (1993-2004), Kosovo (1999), Afghanistan (2001-2012) e Libia. Particolarmente aspre furono le critiche statunitensi nel 2003, quando Parigi si oppose all’operazione militare Iraqi Freedom, voluta da G. W. Bush. Eppure, nel decennio successivo, la Francia ha mantenuto un’impostazione militare attiva tramite operazioni autonome specialmente nel Sahel.
Il dialogo tra l’Eliseo e la Casa Bianca è tutt’altro che semplice. Prima del 2022, Macron ha criticato l’assenteismo della NATO, paragonandola ad un’organizzazione in stato di “morte cerebrale” e ha rilanciato il tema dell’autonomia strategica europea. L’insediamento di Biden (2021-2025) ha favorito una cooperazione, seppur con tensioni latenti, come dimostrato dall’esclusione di Parigi da AUKUS, il patto di difesa militare tra Canberra, Londra e Washington. Tuttavia, la seconda amministrazione Trump dal 2025 e lo scoppio della guerra in Ucraina hanno riacceso divergenze su burden sharing e garanzie di sicurezza transatlantica.
Il rapporto con la NATO dal 2022
Dal 2022 l’impegno francese nell’Alleanza si è intensificato, seppur persista la tradizione di privilegiare i propri interessi strategici. In prima istanza, nonostante il disimpegno della seconda amministrazione Trump, la Francia ha sostenuto l’Ucraina con costanza, allocando 7,91 miliardi di euro (di cui rispettivamente 6,23 in aiuti militari, 0,8 finanziari e 0,88 umanitari). Il supporto ha coinvolto anche la dimensione politico-diplomatica tramite consultazioni periodiche intraeuropee e tentativi di negoziazione per una pace “giusta e duratura”. In tale contesto si inseriscono iniziative come la Coalizione dei Volenterosi e i numerosi vertici intergovernativi promossi da Macron.
Contestualmente, Parigi si è confermata centrale nei dibattiti europei e atlantici. In risposta ai numerosi attacchi, specialmente russi e di natura ibrida, la NATO sta rafforzando il fianco orientale. La Francia ha condiviso questo approccio e, attualmente, 350 e 1400 delle sue unità sono dispiegate rispettivamente in Estonia e Romania. Quanto al quadrante settentrionale, Macron ha sostenuto l’adesione di Svezia e Finlandia nell’Alleanza, essenziali per il rafforzamento della deterrenza e sicurezza collettiva. I rapporti con la Casa Bianca si sono confermati ambivalenti, con momenti di cooperazione e di attrito. Negli ultimi due anni, la risoluzione delle crisi internazionali e le affermazioni del tycoon hanno destato preoccupazione circa la coesione dell’Alleanza, soprattutto in merito al dossier groenlandese. Infatti, in occasione del World Economic Forum di Davos, a gennaio 2026, Parigi ha ribadito la necessità di rafforzare il fronte nord, il pilastro europeo della NATO e la propria autonomia strategica, anche attraverso una maggiore cooperazione con i partner europei.
Sul territorio francese non sono presenti basi militari permanenti statunitensi né contingenti NATO di rilievo, in continuità con la tradizionale impostazione francese in materia di difesa. Difatti, Parigi può contare su forze armate significative: 44.000-47.000 riservisti e 200.000 attivi, ripartiti tra Esercito, Marina e Aeronautica, che rappresentano circa 299 militari attivi ogni 100.000 abitanti. Con la revisione alla Loi de Programmation Militaire (LPM) 2024-2030, la Quinta Repubblica punta a incrementare gli effettivi a 330.000 e il personale di riserva a 50.000 uomini.
Lo scorso summit NATO del 2025 ha espresso la necessità di incrementare le spese in difesa fino al 5% dei PIL nazionali, articolati nel 3,5% di spese per le capacità militari e nell’1,5% per le infrastrutture critiche e digitali, per rafforzare resilienza nazionale, capacità industriale e di prevenzione. Una decisione condivisa anche dalla cittadinanza francese, di cui il 44% tende a supportare l’aumento delle spese in difesa. Nel 2025 Parigi ha destinato alla difesa 68,905 miliardi di euro, pari al 2,05% del PIL, con l’obiettivo di raggiungere il 2,9% entro il 2027. La distribuzione della spesa (38.2% destinato al personale, 31% alle attrezzature principali, ricerca e sviluppo, 27% alle operazioni e mantenimento, 3.8% alle infrastrutture) riflette il progressivo allineamento nazionale agli obiettivi della NATO, preservando l’autonomia decisionale di Parigi.
La situazione politica attuale e nel breve termine
La Francia si trova in una situazione economica e politica sensibile. La questione dell’elevato debito pubblico, che si attesta sul 115,6% del PIL, ha provocato tensioni politiche e problemi in seno all’Assemblea nazionale per l’adozione della legge di bilancio. La crisi economica francese si ripercuote sul resto d’Europa, sia perché è la seconda economia dell’Eurozona, sia per i progetti industriali e di difesa di iniziativa francese. Le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale non sono ottimistiche e mettono in allerta sulle finanze transalpine. Ulteriori squilibri politico-economici in Francia intaccherebbero la tenuta dell’euro e il peso negoziale dei Ventisette, che oggi non possono permettersi di presentarsi come attori deboli né dal punto di vista finanziario né militare. Contestualmente, la fragilità ha coinvolto il Matignon che, nel corso degli ultimi due anni, ha visto susseguirsi cinque esecutivi (Attal, Barnier, Bayrou, Lecornu I e Lecornu II). La frammentazione politica è eredità delle elezioni anticipate del 2024, una scelta controversa di Macron dopo la vittoria del partito di estrema destra, Rassemblement National (RN), alle europee. Oltre ad aver innescato una forte polarizzazione politicae resistenze nell’adozione di decisioni e atti legislativi comuni, l’assenza di un governo stabile è stata controbilanciata da una maggiore presenza internazionale del presidente.
I prossimi mesi saranno decisivi per Parigi: stando agli attuali sondaggi, nel 2027 l’inquilino dell’Eliseo potrebbe essere un esponente di destra che affronterebbe molti dossier cruciali in forte discontinuità rispetto all’attuale linea politica. Ad esempio, le posizioni del RN, guidato da Marine Le Pen e Jordan Bardella (oggi favorito per le presidenziali), sono anti europeiste, sovrane e, a tratti, anti atlantiste. Diverse dichiarazioni ufficiali suggeriscono che l’obiettivo del partito sia il ritiro della Francia dal comando militare integrato dell’Alleanza Atlantica entro il 2032. Inoltre, Le Pen ha sottolineato che la NATO dovrebbe concentrarsi su problemi concreti di sicurezza collettiva, come la questione migratoria e la diffusione del fondamentalismo islamico.
Infine, i sondaggi dello European Council on Foreign Relations, sintetizzati nei grafici seguenti, evidenziano un’opinione pubblica favorevole al rafforzamento della difesa nazionale e delle capacità europee. Allo stesso tempo, il 41.4% dei francesi riconosce che, sebbene la postura del tycoon sia contestabile, gli USA restino un partner essenziale e che l’erosione delle relazioni transatlantiche sia attribuibile esclusivamente a Trump. Plausibilmente, Parigi continuerà a insistere sul ruolo europeo nell’Alleanza e a cercare forme di convergenza pragmatica con Washington, pur in presenza di forti tensioni politiche.

Grafico n. 1 “Opinione pubblica francese nel 2026: difesa e rapporti con USA”. Fonte: Kobzová, Jana & Zerka, Paweł. “Home alone: Europeans are ready to defend themselves”, European Council on Foreign Relations, 10 giugno 2026.
Cosa aspettarsi dal summit?
La Francia si presenta al summit con una consolidata postura assertiva e autonoma, orientata a rafforzare il pilastro europeo della NATO. Alla vigilia dell’atteso evento, Macron ha ribadito la cooperazione militare con il formato E5 (con Germania, Regno Unito, Italia e Polonia), sebbene non siano mancate occasioni di esclusione di alcuni Paesi dai negoziati per l’Ucraina. Quest’ultima sarà centrale ad Ankara, dove Parigi insisterà per un esito favorevole a Kiev e un dialogo con Mosca.
Inoltre, come affermato dalla Ministra della difesa, Catherine Vautrin, la Francia è pronta ad assumersi maggiori responsabilità nella cornice atlantica, “condividendo l’onere in stretto coordinamento con gli USA” e potenziando le proprie capacità militari. Ciò si accompagna al ridimensionamento della presenza militare statunitense in Europa, nonché della logistica e dei mezzi essenziali per le operazioni della NATO. L’Eliseo mira quindi a rinsaldare i legami con la Casa Bianca e a conciliare obiettivi di spesa in difesa, deterrenza e diplomazia multilivello. In quest’ottica, una dimostrazione del protagonismo francese è emersa durante il G7 di Evian e le missioni per riaprire e mettere in sicurezza lo stretto di Hormuz.
Tra i temi centrali del vertice rientra il futuro della pianificazione e della trasposizione del target del 5% del PIL in difesa in concrete capacità militari utili all’Alleanza stessa: un tema che potrebbe essere accolto con favore da Parigi. Infatti, il portavoce del Ministro degli Esteri francese, Pascal Confavreux, ha riassunto in quattro direttrici le priorità nazionali al summit: “dimostrare la coesione e l’unità dell’Alleanza, promuovere l’europeizzazione della NATO, rafforzare il sostegno all’Ucraina e riaffermare la centralità della minaccia russa”. In linea con questi obiettivi, tra i Ventisette avanza l’ipotesi di una “NATO 3.0”, che comporta un’Europa più capace e credibile, in grado di sviluppare una propria deterrenza o una maggiore integrazione con l’ombrello atomico francese. Temi già sostenuti dall’opinione pubblica nazionale, ma la cui realizzazione richiede solide basi politiche ed economiche. Per questo motivo, le ambizioni francesi di proiezione in Europa e nella NATO dipenderanno dalla risoluzione delle fragilità interne, condizione necessaria per la credibilità internazionale di Parigi.

