11/09/2026
Europa, Geopolitica, Relazioni Internazionali

EU Arctic Forum 2026: quale ruolo per l’Europa nella nuova sicurezza artica?

di Arianna Coppetti

Dal 1° al 3 settembre Bruxelles ha ospitato l'EU Arctic Forum 2026, Indigenous Peoples’ Dialogue and Arctic Youth Dialogue, organizzato dalla Commissione Europea e dall’EEAS. Ha riunito governi, istituzioni, ricercatori, imprese, rappresentanti locali e indigeni mentre l’UE aggiorna la propria politica artica del 2021 in un contesto geopolitico ed economico profondamente cambiato. Nel nuovo quadro, difesa, connettività ed economic security acquistano maggiore peso, restando collegate ai tradizionali obiettivi climatici, scientifici e di sviluppo sostenibile.

L’Artico è molto meno distante dall’Europa di quanto suggerisca la geografia. Degli otto Stati artici, tre appartengono all’UE, mentre Norvegia e Islanda partecipano al mercato unico attraverso lo Spazio economico europeo e la Groenlandia mantiene una partnership specifica con Bruxelles. Nel complesso, circa la metà dei più di quattro milioni di abitanti dell’Artico vive nella sua parte europea o in territori strettamente integrati con l’Unione. Non sorprende quindi l’apertura di Jozef Síkela, Commissario europeo per i partenariati internazionali, sulla stretta interdipendenza tra Europa e Artico: le trasformazioni nel Grande Nord producono effetti ben oltre la regione, mentre le politiche europee incidono sempre più sul suo sviluppo.

Questa interdipendenza complica la domanda che ha attraversato molti interventi: che cosa significa oggi sicurezza nell’Artico? La dimensione militare è tornata centrale, ma non basta a descrivere le sfide di una regione sottoposta a una crescente pressione climatica e a una competizione strategica. Ne emerge una regione multilivello, dove la sicurezza assume un significato comprensivo e la capacità di prevenire e reagire alle crisi dipende anche da infrastrutture solide, conoscenza scientifica e tenuta delle società locali.

Oltre la difesa: minacce ibride e resilienza

Il primo cambiamento riguarda l’estensione del concetto di sicurezza. Il deterioramento dei rapporti con la Russia e la crescente attività cinese hanno riportato deterrenza e difesa al centro del Grande Nord. Con l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO, sette degli otto Stati artici appartengono all’Alleanza, che nel febbraio 2026 ha ulteriormente rafforzato la propria presenza con Arctic Sentry. Il panel sulle Hybrid and Grey realities ha però mostrato come molte vulnerabilità superino il confine civile-militare: sabotaggi, interferenze, incursioni di droni e cyberattacchi possono compromettere servizi essenziali senza assumere la forma di un conflitto convenzionale, così come disinformazione e coercizione economica.

Per Tomasz Husak del DG DEFIS, il passaggio decisivo è trasformare la consapevolezza delle vulnerabilità in capacità di reazione: la resilienza diventa parte della deterrenza. Barbara Gallo, Head of Hybrid Threats & Cyber dell’EEAS, ha insistito sulla necessità di costruirla prima della crisi, individuando i punti deboli e testando le possibili risposte. La fiducia sociale assume così un valore strategico: Tanja Joona, dell’Università della Lapponia, ha osservato come le operazioni ibride trovino terreno più favorevole dove il rapporto tra cittadini e istituzioni è fragile. Università e settore privato entrano quindi nello stesso sistema di resilienza delle istituzioni pubbliche.

Su questo terreno emerge il valore della cooperazione UE-NATO. Katarina Kertysova, Policy Officer della NATO, ha ricordato il ruolo dell’Alleanza nella deterrenza e nella difesa collettiva, sottolineando al tempo stesso il valore dell’UE come partner capace di mobilitare gli strumenti economici, normativi e civili di cui dispone. La complementarità non implica una rigida separazione tra civile e militare, ma la capacità di coordinare strumenti e competenze differenti.

Clima, infrastrutture e ricerca: investire per un Artico che duri

Il cambiamento climatico sta accelerando tutte queste dinamiche, modificando non solo l’ambiente ma anche il valore economico e strategico dell’Artico. La Commissione ricorda che la regione si riscalda circa quattro volte più velocemente rispetto alla media mondiale, con conseguenze rilevanti non solo su oceani, permafrost e biodiversità, ma anche sulla circolazione globale.

Lo scioglimento dei ghiacci modifica la geografia economica della regione. La crescente accessibilità della Northern Sea Route (NSR), lungo la costa artica russa, può accorciare alcune tratte tra Asia ed Europa di circa il 30-40% rispetto a Suez. La rotta resta però condizionata da costi elevati, imprevedibilità dei ghiacci e forti implicazioni geopolitiche. In prospettiva, chi riuscirà a esercitare maggiore influenza su questi corridoi potrà ottenere un vantaggio rilevante sia commerciale che strategico. Per l’UE ciò accresce il valore della cooperazione, della connettività e della sicurezza delle infrastrutture artiche europee, chiamate a inserirsi nei nuovi flussi senza ridursi a semplici aree di transito.

Il clima non apre semplicemente nuove opportunità, ma ridisegna anche i rapporti di potere, aumentando il peso dell’Artico nella sicurezza economica europea. La transizione energetica fa crescere la domanda di materie prime critiche, mentre il Critical Raw Materials Act mira proprio a ridurre la dipendenza da singoli fornitori esterni, rendendo più sicure e sostenibili le catene di approvvigionamento. Tuttavia, nuove attività estrattive ed energetiche possono entrare in tensione con la tutela ambientale e con l’uso tradizionale del territorio. Da qui la necessità di una green transition capace di produrre benefici duraturi nelle regioni interessate, non soltanto di soddisfare le esigenze strategiche europee.

È in questo quadro che assume rilievo il dual-use, inteso sempre più come “multi-use”. In territori caratterizzati da grandi distanze e bassa densità abitativa, porti, aeroporti, ferrovie, reti digitali o satellitari possono sostenere la vita quotidiana, rafforzare la “preparedness” e attrarre più investimenti. Il loro valore strategico dipende quindi dalla capacità di servire più funzioni nel lungo termine e contribuire allo sviluppo delle comunità locali, purché restino sostenibili e coerenti con le necessità del territorio.

Alla stessa logica appartiene la ricerca scientifica, che acquista valore attraverso la cooperazione di lungo periodo e che è sempre più parte della resilienza europea. Il Forum ha richiamato il monitoraggio degli oceani, del permafrost e dell’inquinamento atmosferico, oltre all’uso di dati satellitari. Horizon Europe ha finora sostenuto 116 progetti artici per circa 491 milioni di euro. Lars Kullerud, presidente di UArctic, ha ricordato che l’Europa, pur non essendo una superpotenza militare, lo è nella ricerca polare. La sfida non è quindi soltanto produrre conoscenza, ma trasformarla in capacità decisionale, rafforzando il raccordo tra università, istituzioni europee, attori economici e territori.

“With the Arctic, not for the Arctic”

La resilienza dell’Artico dipende anche dalla capacità di mantenere vive e connesse le sue comunità. Degli oltre quattro milioni di abitanti della regione, circa il 10% appartiene a popolazioni indigene; sei organizzazioni indigene inoltre partecipano inoltre al Consiglio Artico come Permanent Participants. Spopolamento e difficoltà di accesso ai servizi possono diventare vulnerabilità strutturali, così come la perdita di competenze o l’insicurezza alimentare: nel Nord, infatti, la food security resta strettamente legata alle risorse locali e alla continuità delle pratiche tradizionali.

L’Arctic Youth Dialogue e l’Indigenous Peoples’ Dialogue hanno riportato al centro soprattutto il diritto e la possibilità concreta di rimanere sul territorio. Investimenti e nuove connessioni acquistano valore se creano lavoro e formazione, contribuendo anche ad attrarre competenze. Lo stesso vale per la green transition: attività minerarie o nuovi impianti energetici possono entrare in conflitto con usi tradizionali della terra, mentre restrizioni su pesca e commerci possono indebolire economie che sostengono comunità da generazioni. Per questo non esiste una soluzione uniforme: specificità territoriali e conoscenze locali devono entrare nel processo decisionale fin dall’inizio.

Da qui il principio emerso più volte: politiche “with the Arctic, not for the Arctic”. Marie-Louise Rönnmark, sindaca di Umeå, ha definito le municipalità partner strategici, proprio perché più vicine alle esigenze dei cittadini e alle reti locali. Lo stesso ragionamento vale per la connettività: nuovi cavi e infrastrutture diventano fondamentali se migliorano anche l’accesso all’istruzione e alle opportunità nelle aree più remote. Per l’UE, coinvolgere gli attori locali non significa rinunciare ai propri interessi, ma renderli più sostenibili ed efficaci. Se la resilienza dipende dalla fiducia, politiche percepite come estranee al territorio rischiano di indebolirla: la cooperazione con le comunità diventa quindi una condizione per costruire consenso e produrre benefici duraturi.

E l’Italia?

Questa idea di una presenza sostenibile riguarda anche gli Stati non artici. Tra questi, l’Italia può contare su una presenza storica consolidata, fondata su oltre un secolo di esplorazione e ricerca polare, ed è Osservatore del Consiglio Artico dal 2013. Oggi punta ad ampliare il proprio ruolo nel Grande Nord verso una dimensione più economica e strategica. È il quadro richiamato da Agostino Pinna, Inviato Speciale del MAECI per l’Artico, secondo cui i cambiamenti nella regione hanno effetti più o meno diretti anche sul Mediterraneo e sul resto d’Europa. La Politica Artica Italiana, presentata nel gennaio 2026 dopo circa un decennio dal precedente indirizzo strategico, conferma la centralità della ricerca inserendola in un approccio più ampio che comprende sicurezza e interessi economici, orientato al tempo stesso a preservare cooperazione e stabilità.

A margine dell’incontro, Pinna ha insistito sulla necessità di mettere maggiormente a sistema le competenze scientifiche italiane, maturate anche nello studio del mare, dei ghiacci e della criosfera, traducendole in conoscenze e tecnologie utili sul piano industriale e operativo. In questa logica rientrano la sorveglianza marittima, la protezione dei cavi e iniziative recenti come Task Force X-Arctic della NATO, a cui l’Italia ha contribuito attraverso la nave Alliance e il CMRE di La Spezia. Questa maggiore presenza non coincide però con una corsa indiscriminata alle opportunità aperte dal cambiamento climatico: Pinna ha mantenuto una linea prudente rispetto allo sfruttamento delle nuove rotte e a una competizione eccessiva, che rischierebbe di aumentare le pressioni ambientali e ridurre gli spazi di cooperazione. L’approccio italiano sembra quindi puntare su una presenza più strutturata, capace di valorizzare ricerca, tecnologia e interessi economici senza fare della competizione un obiettivo in sé.

È proprio questo equilibrio tra maggiore presenza e capacità di cooperare a riassumere una delle principali indicazioni emerse nel Forum annuale. La crescente centralità dell’Artico impone all’Europa di rafforzare la propria capacità di agire senza ridurre la regione a un semplice spazio di competizione strategica. Sicurezza significa anche permettere alle comunità di restare sul proprio territorio, preservando cultura e tradizioni mentre cambiano economia e ambiente. Per l’UE, la sfida sarà tradurre questa visione nella nuova Arctic Policy, facendo dialogare interessi europei e priorità locali. Una presenza più forte nell’Artico sarà sostenibile solo se saprà combinare resilienza e cooperazione, evitando che le opportunità generate dalla trasformazione dell’Artico producano nuove fragilità.

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