29/09/2026
Cina e Indo-Pacifico

La diplomazia del guadagnare tempo: la vincita del simbolismo nella visita di Xi Jinping a Washington

di Sveva Cristina Pontiroli e Cristina Martinengo

Continua il dialogo tra Cina e Stati Uniti, tra punti fermi e possibilità di accordi: il vertice in sé non è stata grande occasione di trattative, ma ha posto basi favorevoli alla continuazione del dialogo tra le due nazioni.

Il vertice del 24 settembre tra Donald Trump e Xi Jinping si è svolto dopo il primo incontro di maggio come proseguimento del dialogo aperto in quell’occasione. La guerra commerciale rilanciata dall’Amministrazione Trump II, con l’introduzione di nuovi dazi e le contromisure adottate dalla Cina, aveva riportato i rapporti bilaterali all’aperta competizione economica e tecnologica. L’incontro alla Casa Bianca tra il 23 e il 25 settembre 2026 ha rappresentato un nuovo tentativo di riavviare il dialogo bilaterale dopo mesi di tensioni commerciali. Con questi presupposti si sono basate le aspettative delle due delegazioni e i principali dossier destinati a dominare il vertice, dal commercio alla sicurezza internazionale fino alla competizione tecnologica. 

Saluti cerimoniali e cortesie non ricambiate

Alla vigilia del vertice, le aspettative circa possibili risultati sostanziali erano già relativamente contenute. Diversi osservatori prevedevano un incontro orientato soprattutto alla stabilizzazione del rapporto bilaterale e al mantenimento del dialogo più che alla conclusione di accordi di ampia portata. Anche a posteriori, le valutazioni hanno sottolineato lo scarto tra l’elevato rilievo cerimoniale del vertice e la portata più limita dei risultati concreti: si è arrivati addirittura a parlare di una forma di diplotainment (diplomatic entertainment, intrattenimento diplomatico) oltre che di “tanta performance, poca sostanza”. In questa ottica, occorre soffermarsi ad osservare il linguaggio cerimoniale in cui l’incontro è stato impostato fin dall’inizio.

Mercoledì 23 settembre, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping e sua moglie Peng Liyuan sono atterrati alla Joint Base Andrews, ricambiando così la visita che Trump aveva effettuato a maggio di quest’anno: si è trattato della seconda visita di Stato mai condotta da Xi negli Stati Uniti, dopo quella del settembre 2015, ma soprattutto della prima volta dal 1962 in cui un Presidente degli Stati Uniti e la First Lady si sono recati ad accogliere un omologo straniero presso quella base (ad eccezione delle visite papali). Oltre a questa rottura del protocollo, che sicuramente non è passata inosservata, hanno fatto il giro del web le immagini della cerimonia: il 21-gun salute, gli agenti americani che sistemavano il tappeto rosso davanti agli ufficiali cinesi, i due B-1B Lancers dispiegati verso la fine degli inni nazionali cinese e americano, entrambi eseguiti dalla banda della US Air Force. Gli onori militari sono culminati nella tradizionale cerimonia sul South Lawn e nella cena di Stato alla Casa Bianca.

Questo (particularly) warm welcome ha ricevuto varie critiche anche perché, come è stato fatto notare da diversi esponenti repubblicani, Xi non riservò lo stesso trattamento a Trump durante il loro incontro a maggio di quest’anno, quando Trump fu accolto all’aeroporto di Pechino Capital dal Vicepresidente cinese Han Zheng, insieme ad altre alte autorità statali. Il Presidente della Commissione per i Servizi Armati del Senato, Roger Wicker, ha invitato Trump a ricordare che Xi Jinping è “un dittatore brutale, non eletto e oppressivo, il cui enorme arsenale militare è puntato direttamente contro gli Stati Uniti”, evidenziando le tensioni presenti nell’ala repubblicana più orientata alla competizione con Pechino.

D’altra parte, l’assenza di reciprocità di questi gesti potrebbe riflettere semplicemente una diversa prassi protocollare da parte cinese, più codificata e meno incline a deroghe ad hoc. Trump, al contrario, ha più volte mostrato una maggiore disponibilità ad adattare il cerimoniale diplomatico alle circostanze e al rapporto con il proprio interlocutore. Ciò nulla toglie al primo grande regalo simbolico fatto alla delegazione cinese: una dimostrazione di trattamento VIP. La rottura del protocollo, infatti, offre a Beijing l’opportunità di presentare la Cina come un pari degli Stati Uniti agli occhi del proprio pubblico nazionale.

Il significato dell’incontro, per gli Stati Uniti e per la Cina

Dietro questa dimostrazione di apertura diplomatica, però, Trump arriva al vertice in una fase politicamente complessa. A poco più di un mese dalle elezioni di midterm di novembre 2026, il Presidente affronta un calo di consenso. Sia il Trump Approval Tracker dell’Economist sia il New York Times mostrano un tasso di approvazione inferiore al 40%. Il vertice con Xi quindi diventa anche un’occasione per rafforzare la propria immagine di leader sulla scena internazionale in un momento di pressione interna. Come dimostrato sia dal precedente incontro con Xi sia dagli incontri con Putin, in queste situazioni per Trump conta soprattutto mostrare di poter instaurare un rapporto personale con i propri interlocutori e di ottenere da loro un reciproco riconoscimento. Gli accordi concreti tendono invece a essere definiti in un secondo momento, attraverso negoziati più approfonditi; ma le buone relazioni personali e il tono cordiale degli incontri non implicano necessariamente che le trattative successive siano semplici o prive di forti divergenze. Infatti, anche il vertice tra Trump e Putin non ha avuto un sostanziale seguito da parte degli apparati statali. 

Tra i tanti temi da affrontare, il nodo principale è rimasto il Medio Oriente. La guerra con l’Iran continua a rappresentare un dossier aperto e privo di una chiara strategia di uscita, con costi politici crescenti per la Casa Bianca. Alla vigilia dell’incontro sono emerse nuove informazioni dell’intelligence statunitense secondo cui la Cina avrebbe fornito supporto informativo all’Iran nelle operazioni contro il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz; Trump ha però evitato di collegare direttamente Xi Jinping alle attività dell’intelligence iraniana, quasi minimizzando le responsabilità di Pechino. Secondo l’ambasciatore statunitense a Pechino, nel corso del vertice Trump ha comunque detto a Xi che qualsiasi forma di sostegno cinese all’Iran era “totalmente inaccettabile” e ha ottenuto rassicurazioni dal Presidente cinese che Pechino non avrebbe più fornito intelligence a Teheran. La Casa Bianca ha presentato questo impegno come uno dei risultati del colloquio sul dossier iraniano, pur senza fornire dettagli sulle modalità con cui sarebbe stato verificato. Diversi rappresentanti del Partito Repubblicano chiedono però a Trump una postura più assertiva nei confronti della Cina, ovvero più orientata alla competizione strategica. In particolare, il senatore democratico Richard Blumenthal ha dichiarato di essere uscito “scioccato e profondamente allarmato” da ciò che la Cina starebbe facendo per l’Iran, accusando Pechino di sostenere un Paese che “uccide militari americani”. Blumenthal ha poi aggiunto che al posto di una cerimonia di stato così sfarzosa, Trump avrebbe dovuto chiedere a Xi di “piantarla” (knock it off). 

Le tensioni interne non hanno riguardato soltanto il Grand Old Party. Alla vigilia dell’incontro, anche il rapporto tra la Casa Bianca e i principali media americani è entrato in una nuova fase di scontro. Trump ha revocato l’accredito a CNN, MS NOW e Politico, e ha escluso le tre testate dalla copertura degli eventi presidenziali. La sospensione (poi revocata in seguito alla verifica di un giudice distrettuale) ha provocato un boicottaggio deliberato delle principali emittenti che hanno rifiutato di sostituire i media esclusi e hanno sospeso la tradizionale copertura televisiva condivisa. La cerimonia di benvenuto di Xi Jinping non è stata infatti trasmessa in diretta dai principali network statunitensi e la Casa Bianca ha diffuso le immagini quasi esclusivamente attraverso i propri canali ufficiali. I media di Stato cinesi (Xinhua, People’s Daily, CCTV/CGTN, China Daily e gli altri organi ufficiali) hanno a loro volta prontamente riempito questo vuoto mediatico e hanno trattato della visita in modo ampio e celebrativo, come di consueto per una visita di Stato di questo livello: l’accoglienza rara riservata a Xi è stata presentata ripetutamente come prova della crescente statura internazionale della Cina e del riconoscimento del suo status di grande potenza. A riprova dello stile coerente con le linee statali, i media cinesi hanno evidenziato i punti di contatto tra i due presidenti (proroga della tregua commerciale, dialoghi su AI, ecc.) e le dichiarazioni di Xi su Taiwan, mentre le differenze o i temi più spinosi sono stati gestiti in modo molto più discreto o omessi.

Prima del vertice, Global Times e Xinhua sottolineavano che questo avrebbe portato “maggiore stabilità e prevedibilità” alle relazioni bilaterali e al mondo, in un contesto di “cambiamenti senza precedenti in un secolo”. Una precisazione doverosa: la stabilità in questione non intende la fine della competitività internazionale, bensì il rafforzamento della cooperazione dove possibile considerate le differenze delle due nazioni. Questa distinzione è importante perché punti come il commercio, la tecnologia e la sicurezza rimangono comunque grandi punti di frizione tra i due Paesi. La speranza espressa da vari studiosi cinesi era quella di consolidare la fiducia reciproca e gestire le differenze tramite dialogo. Su quest’ultimo punto, resta fondamentale la questione di gestione delle divergenze senza arrivare allo scontro: dove gli interessi possono coincidere (commercio, AI governance, clima, non-proliferazione), la priorità dichiarata dalla stampa cinese è quella di una competizione “sana” e limitata. Come già anticipato, però, i risultati dell’incontro sembrano definire una storia ben diversa: poca concretezza negli accordi, ma una buona gestione dell’emergenza competitiva nel breve termine.

Souvenir da Washington: i risultati dell’incontro

Nonostante la portata simbolica del vertice e gli sfarzi della cerimonia, i risultati concreti non si possono definire verificabili nel breve termine. Pur in assenza di grandi annunci, vi sono alcuni piccoli segnali di volontà di stabilizzare i rapporti: mentre Xi arrivava a Washington, US Treasury Secretary Scott Bessent e Chinese Vice Premier He Lifeng si sono incontrati per concordare l’estensione di due mesi della tregua sui dazi commerciali di Busan, che si sarebbe altrimenti estinta il 10 novembre 2026: si apre una nuova fase di negoziati tecnici in vista degli incontri previsti tra i due leader a novembre (Asia-Pacific Economic Cooperation a Shenzhen) e dicembre (G20 in Florida). Si è così evitata un’immediata riaccensione della guerra commerciale – molto conveniente per Trump in vista delle midterms. Tuttavia, l’estensione della tregua è stata di soli due mesi (fino al 10 gennaio 2027) anziché per un periodo più lungo, come sperato dal governo cinese. La scadenza ravvicinata di gennaio 2027 è già un avvertimento che la stabilità degli accordi raggiunti in questo vertice è temporanea e presto nuovamente negoziabile.

Sul fronte dell’intelligenza artificiale, i due leader hanno concordato l’avvio di un dialogo permanente sulla sicurezza dell’IA e di un meccanismo di comunicazione, chiamato dalla Casa Bianca lo US-China Super Intelligence Dialogue (Super Intelligence è il termine preferito da Trump rispetto al più tradizionale Artificial Intelligence), tra i due governi per gestire eventuali incidenti AI related. Washington e Pechino condividono la convinzione che l’IA sia una tecnologia strategica del XXI secolo, ma divergono profondamente sul significato stesso di AI safety: negli Stati Uniti il dibattito si concentra sui rischi sistemici, sulla trasparenza dei modelli e sulla tutela delle libertà individuali; la leadership cinese lega invece sicurezza, affidabilità e controllabilità dell’intelligenza artificiale alla stabilità dello Stato e del Partito Comunista. Questa divergenza di fondo rende il dialogo sull’IA uno dei temi più complessi nei rapporti bilaterali. 

Nei social media cinesi meno controllati, come Weibo, il dibattito online ha ruotato attorno ai principali “chip di negoziazione” (筹码, chóumǎ) tra Cina e USA, in particolare riferendosi alle terre rare e a Taiwan. La Cina mantiene una posizione dominante nella raffinazione di questi minerali: controlla circa il 70% della produzione mondiale di terre rare e oltre il 90% della raffinazione, essenziali per auto elettriche, magneti, semiconduttori, jet F-35, missili Patriot e industria della difesa USA. Le restrizioni introdotte da Pechino durante la guerra commerciale non hanno fatto altro che rafforzare i timori americani sulla dipendenza da forniture cinesi in settori strategici. Questo non è sorprendente: Pechino ha già usato restrizioni all’export (aprile 2025 e ottobre 2025) per costringere Washington a negoziare. Inoltre, Taiwan è oramai definita una “linea rossa” assoluta per Pechino, dato che gli USA hanno un pacchetto di forniture militari da circa 14 miliardi di dollari in sospeso con Taipei. Trump stesso lo ha definito pubblicamente “a very good negotiating chip” (un’ottima leva di negoziazione) dopo il vertice di maggio 2026. L’ultimo incontro ha confermato che queste leve – rare earths da parte cinese, armi a Taiwan e tecnologia avanzata da parte americana – continuano a essere usate come strumenti di pressione, e nessuna delle due parti ha fatto grandi concessioni su questi punti.

Conclusione

Risulta dunque consolidata la ricerca condivisa di una formula per la stabilità strategica tra le due nazioni, basata su rispetto, equità e reciprocità, già emersa a maggio a Pechino. Il successo è, ancora una volta, principalmente simbolico e diplomatico, come dimostrato anche dalla diplomazia dei panda con l’arrivo di due esemplari cinesi ad Atlanta e la conferma di futuri incontri programmati a novembre (APEC a Shenzhen) e a dicembre (G20 in Florida): mancano, ancora una volta, svolte strutturali e passi verso la risoluzione dei problemi di fondo come Taiwan, tecnologia, terre rare, Iran e dazi nel lungo periodo. Si può definire però un successo di gestione della crisi: questo vertice ha abbassato sufficientemente la temperatura per guadagnare tempo che potrebbe risultare utile ai due giganti nei prossimi mesi, per sfruttare meglio le proprie leve negoziali.

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