Le elezioni di midterm del 3 novembre sono una variabile rilevante per la politica estera statunitense, poiché la stabilità dei prezzi, a partire da quelli energetici, è diventata una priorità interna. Il 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran; da allora lo Stretto di Hormuz, attraverso cui prima della guerra passava circa un quinto del petrolio mondiale, è soggettoablocchi navali e rischi per il traffico commerciale, che colpiscono in particolare le risorse energetiche. Il gasolio ha subito gli effetti maggiori: secondo la rilevazione settimanale della US Energy Information Administration (EIA), il prezzo medio al dettaglio negli Stati Uniti ha toccato, nella settimana del 21 settembre, il massimo nominale dal 1994, pari a 6,53 dollari al gallone, a fronte dei 3,90 dollari di un anno prima. Le proiezioni dell’EIA indicano che le riserve statunitensi rimarranno sotto la media 2021-2025, mantenendo i prezzi elevati.
In considerazione dell’importanza del tema per i cittadini statunitensi, con l’approcciarsi delle elezioni di midterm,il costo dell’energia può dunque trasformarsi in un vincolo per la politica estera statunitense verso Iran, Houthie Russia, con conseguenze sulla coerenza strategica di Washington.
Uno sguardo al panorama delle midterm
Le elezioni rinnoveranno l’intera Camera dei rappresentanti (435 seggi) e 35 seggi del Senato, inclusi due da assegnare con elezioni speciali in Florida e Ohio. 23 dei 35 seggi al Senato sono attualmente detenuti dai Repubblicani, i quali hanno una maggioranza esigua alla Camera (218 seggi contro 214, con tre seggi attualmente vacanti) e guidano il Senato per 53 a 47. Per conquistare il controllo della Camera sono necessari 218 seggi, mentre al Senato i Democratici necessitano di un guadagno netto di quattro seggi per raggiungere la maggioranza assoluta (51), poiché un eventuale pareggio in una votazione sarebbe risolto tramite il voto del vicepresidente J.D. Vance. Le midterm costituiscono storicamente un referendum sul Presidente in carica: secondo alcuni dati del centro Gallup (aggiornati al 2018), dal 1946 il partito del Presidente perde in media 25 seggi alla Camera. Le uniche eccezioni, Clinton nel 1998 e Bush nel 2002, si sono verificate in contesti di popolarità molto elevata dei due presidenti.
Le rilevazioni correnti indicano un vantaggio dei Democratici alla Camera. Il Cook Political Report stima 21 seggi in bilico (di cui 16 oggi repubblicani): ai Democratici basterebbe conquistarne appena quattro tra questi per ottenere la maggioranza. L’area di contesa si estende ormai anche in feudi tradizionalmente conservatori: un’analisi di NPR individua circa 60 distretti in cui vinse Trump nel 2024 con un margine medio di 8-9 punti in cui entrambi i partiti stanno investendo massicciamente. Inoltre, sono particolarmente serrate le sfide in Stati chiave storicamente repubblicani come il Texas, la Floridae l’Ohio, oppure fortemente contendibili come la Pennsylvaniae la North Carolina. Al Senato il quadro rimane più incerto: il Cook Political Report prospetta una competizione molto serrata, ipotizzando un guadagno democratico stimato tra uno e cinque seggi.
L’influenza dell’economia e dei prezzi dei carburanti sulla politica interna statunitense
Secondo alcuni sondaggi condotti da AP-NORC, l’attenzione degli elettori americani si è concentrata specialmente sull’economia e sull’aumento del costo della vita, rendendo i prezzi dei carburanti uno dei temi principali della campagna elettorale, anche in considerazione dell’elevata necessità di utilizzare l’auto per spostarsi negli USA. Dati del Bureau of Labor Statistics mostrano che a settembre l’inflazione annua è salita al 3,7%, soprattutto sotto l’impulso della componente energetica (+20,4% su base annua, con i carburanti a +34,2%). Nel 2026, l’aumento dei prezzi ha colpito notevolmente il diesel, con effetti sui trasporti, sulla filiera agricola e sui costi al consumo. Ciò ha indotto rappresentanti degli Stati agricoli a richiedere limitazioni all’export di diesel e la presidenza a emanare un ordine esecutivo di sgravio fiscale sul gasolio. Per rallentare l’incremento dei prezzi, la Federal Reserve ha alzato i tassi al 3,75-4%, preannunciando un ulteriore aumento entro fine anno.
In aggiunta, un sondaggio AP-NORC evidenzia come il 65% degli americani attribuisca la responsabilità per l’innalzamento del costo della vita all’Amministrazione, mentre il 71% critica la gestione della crisi iraniana. Analogamente, un sondaggio Reuters/Ipsos rileva che il 60% dei cittadini, compreso un elettore repubblicano su quattro, disapprova le scelte di politica estera in Medio Oriente. Ciò determina una forte tensione interna anche al fronte repubblicano: alcuni dati riportati da CNN mostrano che il sostegno alla gestione del conflitto iraniano tra gli elettori repubblicani è crollato dal 73% di marzo al 60%.
Parte della letteratura spiega che il rapporto tra prezzi dei carburanti e consenso politico non è automatico né lineare: uno studio pubblicato su American Politics Research rileva una relazione negativa e non lineare tra il prezzo reale della benzina e il gradimento per il presidente negli USA. A questa evidenza si affiancano ricerche sugli effetti politici degli shock petroliferi nelle democrazie, secondo cui gli aumenti dei prezzi del petrolio all’importazione riducono le probabilità di rielezione dei governi uscenti.
Iran e Yemen: le midterm come vincolo e vulnerabilità per gli USA
Lo shock sui prezzi energetici è scaturito soprattutto dall’intervento militare in Iran e la riapertura dello Stretto di Hormuz rimane ad oggi subordinata alle condizioni negoziali poste da Teheran e respinte dagli Stati Uniti. Come spiegato in alcuni articoli pubblicati da The Conference Board e da The Middle East Online, la questione energetica è concepita dall’Iran come uno strumento per influenzare l’esito delle midterm, trasformando i prezzi nel principale vincolo politico per Trump.
Difatti, le tempistiche in merito alle scelte in politica estera appaiono subordinate alle scadenze elettorali interne. Dopo aver sostenuto che il conflitto terminerà “immediatamente” dopo le elezioni e aver apertamente respinto l’ipotesi di subire il condizionamento dei costi energetici o del consenso elettorale, Trump ha dichiarato pubblicamente chegli USA non attaccheranno l’Iran prima del 3 novembre, pur in presenza di piani operativi del Pentagono già predisposti. In tale contesto preelettorale, l’opzione militare rischia di produrre così un effetto boomerang: un’ulteriore escalation incrementerebbe ancora i prezzi prima del voto.
Una simile dinamica emerge nel contesto yemenita, dove la scelta di posticipare le ritorsioni contro gli Houthi, inizialmente concordate con Riad, è stata determinata dal timore di nuovi picchi del prezzo del petrolio, dal momento che gli Houthi, dal 10 settembre, controllano anche il porto di Mokha. Inoltre, Trump ha accusato gli Houthidi condurre attacchi proprio per innalzare il prezzo del greggio e condizionare l’esito delle midterm.
Gli accordi con la Russia e le pressioni sull’Ucraina
In merito ai rapporti con la Russia, il contenimento dei prezzi dell’energia si è tradotto in un repentino cambiamento della strategia sanzionatoria. L’accordo per l’importazione di oltre 4 milioni di tonnellate di diesel russo, assieme alla General License 135 emessa dal Tesoro, rappresenta una svolta nei rapporti con Mosca. La misura attua inoltre una deroga al divieto legislativo d’importazione stabilito nel 2022, suscitando forti contestazioni da parte di diversi senatori repubblicani, i quali hanno evidenziato che la presidenza ha agito senza la necessaria previa consultazione dell’organo legislativo.
L’impatto reale della misura sui mercati appare tuttavia circoscritto: alcune stime del Wood Mackenzie indicano che le importazioni concordate dalla Russia coprono meno del 5% della domanda statunitense. Per di più, alcune analisi del Center on Global Energy Policy della Columbia University, assieme all’andamento dei futures sul diesel, dimostrano che l’accordo costituisce un segnale politico rivolto all’opinione pubblica piuttosto che un reale rimedio per gli elevati costi energetici.
Inoltre, il vincolo energetico ha riorganizzato le priorità diplomatiche degli USA. Secondo un’analisi del Carnegie Europe, l’accordo sul gasolio risponde anche a una precisa narrazione: Trump mira a scaricare sugli ucraini la responsabilità dei rincari energetici, incolpandoli per gli attacchi alle raffinerie russe; tuttavia, come riporta, tra gli altri, il New York Times, l’incidenza sui prezzi energetici è legata maggiormente alle ripercussioni del conflitto con l’Iran. Per tutelare la capacità di raffinazione russa, Trump ha esercitato pressioni su Kiev affinché cessasse gli attacchi alle infrastrutture energetiche di Mosca, prospettando la necessità di un avvicendamento politico in Ucraina e annunciando un “cessate il fuoco energetico” tra le parti, tuttavia privo di riscontri. Tale dinamica è culminata nella sospensione quasi totale delle sanzioni previste dal Lindsey Graham Act, confermando come il regime sanzionatorio contro la Russia sia subordinato alle esigenze elettorali interne.
La spaccatura interna e la divergenza nelle relazioni transatlantiche
Questa deroga unilaterale ha innescato una dura reazione bipartisan nel Congresso, spingendo diversi senatori a promuovere lettere di protesta e proposte di legge per riaffermare le proprie prerogative e ripristinare il regime sanzionatorio, culminando con le polemiche sul Lindsey Graham Act.
Riguardo ai rapporti con l’Europa, si crea una grave asimmetria: mentre l’UE inasprisce le sanzioni contro Mosca e ne ribadisce il rifiuto di deroghe, gli USA ridimensionano le proprie, subordinandole alle esigenze elettorali interne. Al contempo, Trump a inizio ottobre aveva minacciato di introdurre un divieto di esportazione del gasolio statunitense verso gli Stati europei nel caso in cui questi non avessero rilasciato parte delle proprie riserve di gasolio per abbassare il prezzo di mercato. Ad ogni modo, l’Agenzia Internazionale dell’Energia e il G7 hanno concordato l’immissione straordinaria nel mercato di 100 milioni di barili di petrolio. Questa dinamica mette in difficoltà diversi Paesi europei: questi aderiscono a stringenti regimi sanzionatori, i quali generano limitazioni in materia energetica, mentre Washington adotta misure unilaterali, influenzate anche dal vincolo elettorale interno. Inoltre, la divergenza tra gli USA e l’Europa conferma i rischi di disallineamento strategico e l’erosione della prevedibilità della partnership, elementi più volte emersi anche negli scorsi mesi.
In conclusione, l’imminenza delle midterm sta concretamente influenzando la politica estera statunitense in funzione del consenso interno di breve periodo, nonostante che ciò avvenga attraverso politiche che neanche garantiscono un impatto reale rilevante. I limiti intrinseci di tale strategia, legati alla durata pluriennale delle tensioni energetiche e all’impossibilità di controllare diverse dinamiche di mercato, rischiano di produrre una perdita di coerenza strategica degli USA ed una crisi di lungo periodo nei rapporti con i partner europei.

