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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaAsia Centrale e Taliban, tra Realpolitik e dimensione securitaria

Asia Centrale e Taliban, tra Realpolitik e dimensione securitaria

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La presa del potere in Afghanistan ad opera dei Taliban – con la conseguente fuga all’estero del Presidente eletto Ghani – ha innescato una profonda trasformazione nello scenario geopolitico della regione: le tre repubbliche centroasiatiche che condividono il confine con questa martoriata nazione – Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan – monitorano attentamente l’evoluzione in atto in Afghanistan, al fine di evitare ripercussioni sulla stabilità interna determinate dalla necessità di gestire un consistente flusso di rifugiati e potenziali incursioni destabilizzanti di terroristi armati all’interno dei confini nazionali.

Si rileva tuttavia come, di fronte al progressivo deterioramento delle condizioni di sicurezza e all’accresciuta conflittualità in Afghanistan, Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan abbiano adottato un approccio differente, nel quale si alternano il rafforzamento della risposta militare al confine – spesso in collaborazione con la Russia – ed un attivismo politico-diplomatico orientato ad intavolare negoziati con la nuova leadership politica afgana sulle questioni di interesse strategico (sicurezza regionale, lotta al terrorismo, interconnettività).

Da un lato, sin dagli albori della campagna militare di espansione dei Taliban i governi di Tashkent e Dushanbe si si sono immediatamente attivati per trovare una soluzione all’intricata tematica legata alla presenza di un migliaio di appartenenti alle forze armate afgane che hanno trovato rifugio in Uzbekistan e Tagikistan per sfuggire all’avanzata Taliban, predisponendo altresì delle misure (tende e campi attrezzati) per gestire un potenzialmente imminente flusso di rifugiati civili. Con la conquista dei distretti provinciali settentrionali e con la presa di Mazar I Sharif (a soli 60 km dal confine uzbeko) e Kabul, le due nazioni centroasiatiche si sono trovate alle prese con migliaia di rifugiati afgani (civili ma anche militari) in fuga dal loro paese, condizione che ha portato alla chiusura dei confini nazionali e a negoziare con i Taliban (soprattutto l’Uzbekistan) per il rimpatrio degli appartenenti alle forze di sicurezza afgane.

Anche perché non direttamente interessato da un flusso di rifugiati come nel caso uzbeko e tagiko, il Turkmenistan ha inizialmente evitato di prendere posizione, coerente con la versione ufficiale tradizionalmente sostenuta da Ashgabat che tende a negare l’esistenza di un problema di sicurezza lungo il confine con l’Afghanistan e quindi il rischio di un potenziale esodo di civili: tuttavia, a seguito delle notizie riguardanti l’afflusso di rifugiati ai confini con Uzbekistan e Tagikistan, le autorità turkmene hanno espressamente ribadito il divieto di attraversare il confine rivolto ad afgani ed afgani di etnia turkmena.

In questi ultimi due mesi i Taliban hanno cercato di rassicurare la comunità internazionale e gli attori regionali sulle loro intenzioni ed obiettivi politici, ovvero realizzare un Emirato Islamico all’interno dei confini nazionali e di non avere delle mire transnazionali: in conformità con gli accordi di pace di Doha tra Stati Uniti e Taliban, questi ultimi si impegnano formalmente a combattere gruppi terroristici (soprattutto IS-K, Stato Islamico-Khorasan ovvero la fazione di foreign fighters affiliati a Daesh creatasi nella regione, ma anche Al Qaeda) che possono rappresentare una minaccia alla sicurezza dei paesi confinanti, evitando un loro radicamento in Afghanistan in quanto fautori di un disegno geopolitico-religioso transnazionale che mira all’abbattimento dei confini e degli stati nazionali per la realizzazione di un ipotetico califfato.

Le nazioni centroasiatiche temono infatti infiltrazioni di gruppi armati che possano condurre azioni destabilizzanti con l’obiettivo di rovesciare i regimi laici e secolari che si sono costituiti nello spazio post-sovietico. A rafforzare questi timori, la presenza di militanti di etnia centroasiatica non soltanto nelle fila di IS-K ma anche a supporto dei Taliban, all’interno di gruppi terroristici come Jamaat Ansarullah (fondato in Tagikistan) e il “risorto” Movimento Islamico dell’Uzbekistan. In attesa di poter valutare il concreto impegno dei Taliban nell’estirpare la minaccia terrorista, messa al momento in discussione dall’efferato attacco kamikaze all’aeroporto di Kabul rivendicato proprio da IS-K, alcune fonti hanno rilevato che i Taliban avrebbero affidato il controllo delle province settentrionali al confine con il Tagikistan a militanti di etnia tagika, provenienti dalle fila di Jamaat Ansarullah e guidati da Arsalon, originario della Rasht Valley nel Tagikistan orientale.[1]

Anche per queste ragioni, il Tagikistan si mostra estremamente diffidente verso l’atteggiamento collaborativo dei Taliban, alla ricerca di una legittimazione come attore politico affidabile: agli inizi di luglio, quando cominciarono gli sconfinamenti delle forze di sicurezza afgane in fuga dai Taliban, il presidente tagiko Rahmon ordinò l’invio di 20 mila soldati per rafforzare il controllo al confine, mentre alla fine del mese il Tagikistan organizzò una vasta esercitazione militare su scala nazionale (oltre 100mila effettivi coinvolti). Il 25 agosto, Rahmon ha dichiarato che il riconoscimento del governo Taliban avverrà soltanto se venisse varato un governo inclusivo delle varie minoranze etniche presenti in Afghanistan, in modo particolare di quella tagika, la seconda del paese dopo l’etnia Pasthun (40%): secondo i dati dell’organizzazione Minority Rights, il 27% della popolazione afgana è di etnia tagika, mentre gli uzbeki e i turkmeni rappresenterebbero rispettivamente il 9% e il 3% della popolazione.[2]

Al fine di rafforzare la capacità di reazione militare delle repubbliche centroasiatiche verso attacchi terroristici condotti dall’esterno, il coinvolgimento della Russia – tradizionalmente garante della sicurezza nella regione – appare una prospettiva ineluttabile. Dal 5 al 10 agosto, in un campo d’addestramento a 20 km dal confine afgano-tagiko, la Russia ha guidato un esercitazione militare trilaterale con Tagikistan ed Uzbekistan, nella quale sono stati coinvolti 2500 soldati per testare la capacità di reazione nel fronteggiare un’incursione al confine ed un attacco armato. Il coinvolgimento della Russia legittima la sua ambizione nel porsi come garante della sicurezza regionale: se la cooperazione militare con il Tagikistan appare scontata – Dushanbe è partner tradizionale della Russia in ambito securitario, membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva ed ospita una delle maggiori basi militari di Mosca all’estero, con 7mila effettivi – appare invece significativa la partecipazione di Tashkent ad esercitazioni militari con la Russia, espressione di una parziale revisione della politica estera improntata su una sostanziale diffidenza nei confronti dei blocchi regionali securitari guidati da Mosca (l’Uzbekistan non aderisce infatti all’OTSC, come il Turkmenistan).

Tra fine luglio ed inizio agosto, nella città di Termez – snodo chiave dei corridoi economici e di trasporto tra Uzbekistan ed Afghanistan – si è svolta un’esercitazione militare congiunta tra forze uzbeke e russe, con 1500 effettivi coinvolti.

Per quanto concerne il Turkmenistan, il presidente Berdymukhammedov è consapevole che una condizione di persistente instabilità in Afghanistan possa minare le basi del suo potere, ritardando o vanificando i progetti di cooperazione energetica ed infrastrutturali tra le due nazioni, fondamentali per risollevare la disastrata economia nazionale. Nonostante la reiterata neutralità in politica estera, di fronte a queste potenziali minacce il presidente turkmeno ha accettato di partecipare come ospite al summit dell’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (altro blocco securitario regionale, a guida sino-russa) previsto a settembre, e soprattutto ad un summit dell’OTSC a Dushanbe, format al quale il Turkmenistan non ha mai partecipato prima.

Parallelamente a quest’approccio militare-securitario, Uzbekistan e Turkmenistan  stanno promuovendo un’attività diplomatica e di dialogo nei confronti dei Taliban, che non rappresenta una conseguenza dettata dal nuovo assetto geopolitico in divenire ma che in realtà riflette un orientamento che Tashkent ed Ashgabat perseguono da tempo.

Ad esempio, il 12 agosto si è avuto un incontro a Doha tra il Mullah Baradar (una delle figure più in vista dei Taliban) con il vice ministro degli esteri turkmeno Vepa Hajiev e l’inviato presidenziale uzbeko per l’Afghanistan Ismatulla Irgashev per discutere della situazione in Afghanistan. Per Uzbekistan e Turkmenistan infatti, l’Afghanistan costituisce uno snodo geografico-strategico di fondamentale importanza, per promuovere i corridoi economici, energetici e di trasporto che consentiranno alle repubbliche centroasiatiche di accedere a nuovi mercati, attuando una vitale diversificazione economica: il collegamento ferroviario Termez-Hairaton-Mazar I Sharif (e la sua futura estensione al Pakistan o/e verso l’Iran), il gasdotto TAPI (dal Turkmenistan al Pakistan ed India attraverso l’Afghanistan), l’elettrodotto TAP (che ricalca lo stesso tracciato), il corridoio economico Lapis Lazuli (dall’Afghanistan attraverso il Turkmenistan sino al Caucaso e la UE) sono dei progetti infrastrutturali che richiedono come conditio sine qua non uno scenario di stabilità e sicurezza nel quale vengano garantiti gli investimenti e la regolarità (senza interruzioni) dei traffici.

Particolarmente significativa appare la politica seguita dal Turkmenistan, considerato che esponenti governativi avevano già incontrato i rappresentanti Taliban l’11 luglio e soprattutto a gennaio 2021, quando il Presidente Ghani ed il governo ufficiale di Kabul erano i principali interlocutori e partner per lo sviluppo dei progetti infrastrutturali ed energetici. Nel corso dell’incontro di luglio (non confermato dalle autorità turkmene) il Turkmenistan avrebbe richiesto rassicurazioni sulle intenzioni Taliban di non estendere la loro campagna militare oltre confine (rassicurazione già ottenuta da Mosca nell’incontro con i rappresentanti dei Taliban avvenuta 3 giorni prima, l’8 luglio) e di confermare l’impegno di proteggere i progetti infrastrutturali che coinvolgono Turkmenistan ed Afghanistan (soprattutto il gasdotto TAPI), volontà precedentemente espressa nel corso del summit bilaterale Taliban-governo turkmeno del gennaio 2021. L’interesse dell’Uzbekistan è addirittura precedente, in quanto nel 2018 il presidente Mirzyoyev invitò una delegazione Taliban a Tashkent per discutere di stabilità e sicurezza regionale.

In questa fase di consolidamento del potere dei Taliban, da parte delle repubbliche centroasiatiche (ad eccezione del Tagikistan) sembra prevalere un approccio improntato sulla realpolitik – in primis Uzbekistan e Turkmenistan ma un orientamento condiviso anche dai due maggiori attori regionali, Cina e Russia – ovvero sulla disponibilità a dialogare con i Taliban, riconoscendo loro legittimità come interlocutore istituzionale, in cambio del loro impegno a combattere i gruppi terroristici presenti nel territorio nazionale e ad evitare incursioni transfrontaliere, garantendo altresì stabilità e sicurezza, precondizione essenziale per la piena implementazione e per il successo dei progetti di interconnettività e cooperazione regionale.

L’articolo è stato pubblicato in origine su Europa Atlantica del 1 settembre

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